Politica

Il futuro dell’avvocatura? Meno burocrati, più difensori della libertà

La riforma forense non basterà senza un salto culturale: l'avvocato del domani deve conoscere economia e società per difendere davvero i diritti individuali. L'eredità di Calamandrei e Carnelutti

Nordio riforma giustizia

Un avvocato che si chiuda nel recinto di leggi e codici rischia di ridurre la sua professione a un esercizio sterile, un gioco linguistico lontano dai problemi concreti della società. Il diritto non è un universo separato, ma un insieme di regole che vivono nella realtà sociale ed economica.

Diritto e realtà

Piero Calamandrei lo aveva avvertito: nelle sue lezioni agli studenti di giurisprudenza insisteva sull’importanza di una cultura ampia, capace di oltrepassare i confini del testo normativo. Invitava pertanto a leggere romanzi, a conoscere la filosofia, la storia e l’economia, perché un giurista senza cultura generale diventa un burocrate della parola, incapace di incidere nella vita reale.

Francesco Carnelutti, a sua volta, con parole rimaste celebri, ricordava che “il diritto è vita che si traduce in norma”. Non c’è definizione più chiara. Se la vita è fatta di scelte, incentivi e rapporti sociali, ignorare queste dimensioni vuol dire legiferare alla cieca, con esiti spesso contrari alle intenzioni.

Non a caso Carl Menger, fondatore della Scuola Austriaca di economia, ha messo in guardia dall’errore di considerare il valore un dato oggettivo: “Soltanto i beni sono oggettivi; il valore è un giudizio degli uomini intorno all’importanza che la disponibilità di certi beni ha per la conservazione della loro vita”.

Questo monito, troppo spesso dimenticato, avrebbe potuto risparmiare al diritto economico e civile una lunga sequenza di fallimenti. La pretesa di fissare dall’alto salari, canoni o prezzi ha sempre generato effetti perversi: disoccupazione, scarsità di alloggi, mercati paralizzati. E non si tratta solo di errori del passato.

Basti guardare all’oggi: i provvedimenti sul cosiddetto “caro affitti”, nati per proteggere gli studenti, hanno scoraggiato i proprietari dall’immettere case sul mercato, aggravando la penuria di alloggi; le rigidità del diritto del lavoro hanno trasformato la tutela in ostacolo all’assunzione; il fisco, costruito da norme complicate e stratificate, è diventato una trappola che penalizza chi produce e incoraggia evasione. Qui non si tratta di difendere i codici, ma di comprendere la realtà.

Non è un caso che anche la grande letteratura abbia colto i rischi di un diritto piegato al formalismo. Alessandro Manzoni, nei “Promessi Sposi”, descrive l’Azzeccagarbugli: un leguleio che dietro montagne di pergamene finge di aiutare Renzo e Lucia, ma si mostra servile con i potenti e indifferente verso i deboli. È l’emblema del giurista che maneggia cavilli ma non conosce la vita, complice delle ingiustizie che dovrebbe combattere.

La riforma dell’avvocatura

In questo contesto si colloca il nuovo disegno di legge di riforma dell’ordinamento forense, approvato di recente dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento riafferma i principi di indipendenza e dignità della professione, introduce obblighi come l’assicurazione e il giuramento, apre alle reti tra avvocati anche multidisciplinari, rivede l’esame di Stato, istituisce scuole forensi per i praticanti e rafforza la formazione continua. Accentua, inoltre, il principio dell’equo compenso e della trasparenza nei rapporti con i clienti.

Si tratta di misure che hanno un valore ordinamentale evidente, che tuttavia sollevano anche questioni più profonde. L’apertura alle reti obbliga a riflettere sull’avvocatura non solo come attività individuale, ma come impresa organizzata: con costi, economie di scala, concorrenza.

L’equo compenso non è una formula di giustizia astratta, è un nodo economico: riguarda la domanda e l’offerta di servizi legali, il valore della prestazione, la concorrenza nel mercato professionale. La formazione obbligatoria, se presa sul serio, non può ridursi a ripetizione di nozioni giuridiche, dovrebbe invece includere economia, scienze sociali, etica pubblica. Un avvocato che ignora queste materie è un professionista dimezzato.

Apertura alla società

Al confronto, altri Paesi hanno già imboccato questa strada. Nei sistemi anglosassoni, ad esempio, la formazione giuridica è spesso preceduta da studi in discipline diverse: economia, storia, scienze politiche. Il risultato è una classe forense meno formalista e più capace di comprendere le implicazioni economiche e sociali dei casi. Non è un caso che negli Stati Uniti molti avvocati diventino protagonisti della vita politica e culturale: la loro formazione non li inchioda al codice, ma li apre alla società.

La lezione di Calamandrei è quindi più attuale che mai. Allora invitava a leggere romanzi per comprendere l’animo umano; oggi direbbe di studiare anche i dati economici, le dinamiche della globalizzazione, le trasformazioni tecnologiche. Un avvocato che ignori questi aspetti è cieco davanti al proprio tempo. Non basta saper citare articoli: occorre comprendere gli incentivi, gli effetti, le dinamiche che muovono la società.

Ed è proprio l’incapacità di far tesoro di questa visione più ampia a spiegare molte delle difficoltà che attraversano oggi la professione. La perdita di prestigio, le difficoltà economiche, la concorrenza crescente non dipendono soltanto da fattori esterni, ma anche dall’errore di concepire l’avvocato come un tecnico chiuso nel formalismo.

Questa crisi non si risolve con nuovi regolamenti corporativi o con l’ampliamento delle riserve di legge: la si affronta solo se l’avvocato torna a essere uomo di cultura ampia, difensore dei diritti individuali, custode della proprietà privata e delle libertà civili. Non un burocrate del processo, ma un interprete della vita reale.

In definitiva, il diritto senza economia e senza scienze sociali è sterile; l’economia, senza un quadro giuridico che tuteli libertà e proprietà, è cieca. Il Ddl di riforma dell’ordinamento forense può rappresentare un’occasione preziosa: promuovere avvocati meno burocrati e più interpreti della realtà, meno legati a formule e più custodi della libertà. È questa la vera eredità di Calamandrei e Carnelutti: ricordarci che il giurista non deve limitarsi a recitare codici, ma deve difendere la libertà degli uomini.

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