Politica

Quel filo rosso che unisce le violenze di Torino al terribile G8 di Genova

Assalto allo Stato. Tra i due eventi la volontà di far cadere un governo eletto ricorrendo alle violenze di piazza e alla rivolta sociale. Una sinistra che gioca alla rivoluzione

Carlo Giuliani poliziotto

È davvero difficile credere che il pestaggio dell’agente di polizia, avvenuto sabato a Torino tra scene di vera e propria guerriglia urbana, sia frutto del caso. Chi scrive pensa piuttosto che si tratti del passaggio a una nuova fase della lotta politica da parte di alcuni gruppi che, pur non sedendo in Parlamento, in esso trovano comunque “alleati” e “sostenitori” molto attenti a non farsi bruciare e, perciò, sommamente ambigui.

Il G8 di Genova

Del resto non è la prima volta che ciò accade. Basti rammentare i giorni terribili del G8 di Genova, dove non si fronteggiarono – anche se molti ancora lo sostengono – forze dell’ordine cattive e reazionarie da un lato, e giovani idealisti duri e puri che volevano salvare la democrazia dall’altro.

In realtà c’è un filo rosso che lega i due eventi, fornito dalla volontà di far cadere un governo eletto ricorrendo alle violenze di piazza. Nell’un caso si tratta del governo attualmente in carica, nell’altro di quello presieduto da Silvio Berlusconi, per far cadere il quale si riteneva in certi ambienti che ogni mezzo fosse lecito.

Senza scordare l’incitamento alla rivolta sociale da parte dei vertici sindacali, anch’essi forse convinti che il regolamento di conti finale debba avvenire, per l’appunto, nelle piazze, procurando per di più i maggiori danni possibili alle strade e al tessuto urbano delle città, in questo caso il capoluogo piemontese.

Il pestaggio dell’agente

Le scene viste ieri in diretta sono, per usare un eufemismo, rivoltanti. L’agente rimasto isolato è stato sommerso da una masnada di scalmanati i quali, pur essendo in netta maggioranza, non hanno esitato a colpire il poliziotto ovunque, ricorrendo anche alle martellate, e continuando a farlo rimbalzare sull’asfalto come un povero pupazzo.

Si è salvato, l’agente, solo perché un collega ha avuto il coraggio di strapparlo dalle mani dei carnefici proteggendolo con lo scudo dai colpi che continuava a ricevere e riportandolo tra gli agenti di polizia. Dimostrando, tra l’altro, molto coraggio poiché avrebbe potuto fare la stessa fine dell’agente quasi linciato.

Chi gioca sulla pelle dei poliziotti

A fronte di tutto questo, vale a dire a fronte di un assalto allo Stato mediante il pestaggio impietoso di un suo rappresentante, le reazioni dei vari settori dell’opposizione risultano molto deboli. Sì, ci sono state, è vero, ma espresse con parole tutto sommato di circostanza, come se l’evento non rappresentasse di per sé un salto di qualità nelle vicende politiche del nostro Paese.

Qualcuno ha scomodato le Brigate Rosse, e il motivo c’è. Anche i brigatisti intendevano rovesciare governi nelle piazze, ma sparavano. I loro emuli attuali, almeno per ora, non hanno lanciato messaggi di questo tipo.

Una domanda finale, tuttavia, incombe. Le forze di opposizione presenti in Parlamento intendono candidarsi alla guida del governo mediante la costruzione del cosiddetto “campo largo”. Ora io, a costo si essere giudicato ingenuo, mi chiedo fino a che punto ci si possa fidare di politici che giocano con la pelle dei poliziotti.

A meno che non si voglia adottare la posizione di un giornalista di Repubblica il quale, in un talk show, ha detto che in fondo la colpa del pestaggio di Torino va addebitata al governo. È stato subito zittito, ma a mio avviso il numero di telespettatori d’accordo con lui è molto maggiore di quanto non si pensi.

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