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Bloccate le armi verso Riad, ma occhi chiusi sul ruolo di Teheran nel conflitto in Yemen

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Come noto, l’Italia ha deciso di bloccare l’export di armi verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, dopo una lunga battaglia combattuta da alcune associazione pacifiste – sostenute da Movimento 5 Stelle e Pd – allo scopo di fermare la guerra in Yemen.

Premessa: nessuno qui è un ammiratore della guerra. Però il mercato degli armamenti esiste, perché esistono le necessità di difesa degli stati e, purtroppo, esistono anche i conflitti. È falso che i conflitti esistono perché alimentati dal mercato degli armamenti. Ovviamente le guerre producono un guadagno per gli Stati e le società che producono armi, ma non sono queste ultime le cause dei conflitti. La guerra in Yemen, per esempio, è dovuta ad un conflitto religioso secolare, tra sciiti e sunniti, e geopolitico decennale, tra Arabia Saudita e Iran.

Ora, aver fermato l’export di armamenti verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sarà certamente un risultato politico per alcuni partiti e movimenti nazionali, ma difficilmente riuscirà ad avere un impatto positivo sul conflitto in Yemen. Perché mentre a Roma si prende questa decisione, a Sanaa a festeggiare sono solamente gli Houthi, fedeli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.

A proposito dell’Iran, e della soluzione dei conflitti, facciamo notare che l’ambasciatore iraniano in Yemen, Hasan Erlo, non è un diplomatico di carriera. Anzi, nonostante il tentativo di farlo passare per un veterano del Ministero degli esteri, è emerso che in realtà è un membro della Forza Qods, unità speciale dei Pasdaran che ha il compito di esportare la rivoluzione khomeinista fuori dai confini della Repubblica Islamica. Non solo Erlo sarebbe quindi un Pasdaran, ma avrebbe anche contatti diretti con gli Hezbollah libanesi, movimento terrorista proxy per eccellenza di Teheran, che lavora per costruire gruppo gemello non solo in Iraq, ma appunto anche in Yemen.

Dunque, l’Italia può decidere di bloccare l’export di armamenti verso Riad e Abu Dhabi, ma il conflitto resta, non finisce con il presunto successo della campagna pacifista. Anzi, le stesse associazioni e gli stessi partiti che l’hanno promossa, se fossero coerenti con se stessi, dovrebbero rivolgersi al vero attore che ha causato la destabilizzazione in Yemen, ovvero gli Houthi e di riflesso l’Iran. Il regime iraniano ha militarizzato quell’area, allo scopo di minacciare da sud le monorchie del Golfo e, soprattutto, per assumere il controllo dello Stretto di Bab el Mandeb, dove transita il 40 per cento dei traffici marittimi mondiali, e assicurarsi una porta verso il Mar Rosso e verso l’Africa Orientale, dove l’instabilità politica è la norma e la Turchia ha già iniziato da anni ad espandersi pericolosamente (con il rischio che gli islamismi sunniti e sciiti si saldino, concorrenti quando si tratta di conquistare terreno, uniti quando si tratta di colpire gli interessi occidentali…).