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Brexit: tra Thatcher e Churchill, le prossime mosse di BoJo per sfuggire all’egemonia europea

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“If this long island story of ours is to end at last, let it end only when each one of us lies choking in his own blood upon the ground.”
(Winston Churchill, 1940, nel rifiutare la proposta di resa avanzata dall’ambasciata italiana e caldeggiata da larga parte dell’establishment Conservatore)

È frequente osservazione – anche tra chi, come Antonio Caprarica, dimostra quotidianamente di non conoscere affatto la donna cui allude – che il declino dell’Italia sia imputabile al fatto non abbia mai avuto una Thatcher. Chi vi scrive è appassionatamente d’accordo, ma ritiene che al Regno Unito sia giovato anche non avere troppi Ciampi in condizione di far danni nei momenti cruciali degli anni ’90 – ed anche uno solo sarebbe più che bastato.

Poche ore separarono nel settembre 1992 l’abbandono di Italia e Regno Unito del Sistema Monetario Europeo (SME). Ma mentre nel Regno Unito la sterlina era nelle mani di un euroscettico, il Cancelliere Norman Lamont, che istantaneamente scelse di adottare una politica monetaria sfacciatamente orientata agli interessi dell’economia britannica, in Italia il Governatore Ciampi si premurò di non divergere troppo dalle esigenze dello SME, di modo da potervi rientrare alla prima occasione utile. È impossibile sopravvalutare l’importanza della decisione di Lamont: divergendo allora, rese estremamente sconveniente anche per il suo successore, l’ultraeuropeista Kenneth Clarke, invertire la rotta, scelta che avrebbe richiesto un dolorosissimo rialzo dei tassi di interesse. Se il Regno Unito non ha seguito la strada dell’Italia verso l’Euro, insomma, lo deve più di tutti al Cancelliere Norman Lamont.

Il lettore avrà ormai compreso le ragioni di questo preambolo: per evitare che la Gran Bretagna rientri tra dieci o vent’anni nell’Unione europea, i veterani britannici delle battaglie euroscettiche reputano sia fondamentale agire su due fronti.

Il primo, divergere al più presto e il più possibile. Sfuggire all’egemonia normativa europea – l’unico ambito in cui l’Ue detenga egemonia di qualche rilievo, e che le permette di avanzare nel mondo la propria malefica visione della politica e dell’economia – e trovare riparo sotto quella americana, di modo da aumentare il peso di quegli interessi economici che sarebbero danneggiati da un eventuale rientro nell’Ue, e ritrovarseli alleati nella prossima battaglia di questa guerra infinita. A tal fine è indispensabile rifiutare la c.d. opzione norvegese, l’opzione di chi desidera cambi il meno possibile, e adottare un ambizioso programma di deregulation in settori sensibili per il continente (e l’Irlanda) quali l’agroalimentare e quello finanziario, nonché incoraggiare produttori automobilistici asiatici a rimpiazzare la Germania nel redditizio mercato interno britannico. È anche in questo senso che vanno lette le scelte di Boris Johnson di opporsi nel luglio 2018 all’accordo negoziato da Theresa May, basato non sulla divergenza dall’Ue ma sull’armonizzazione, pretendere un meno vincolante accordo sul modello canadese, e parzialmente sacrificare financo l’Irlanda del Nord per ottenerlo.

Il secondo, approfittare delle circostanze incredibilmente favorevoli per rimuovere i complici del progetto europeista di eversione dalle loro posizioni in seno al partito conservatore, alla burocrazia di stato, all’accademia, ai blocchi corporativi. Il compito è stato affidato a Dominic Cummings, infaticabile veterano di trent’anni di guerre europee, e nemico giurato di Whitehall, centro inglese del potere e sede di numerosi ministeri. L’uomo è già a buon punto: in poche settimane ha epurato il partito di decine degli europeisti più ostinati, e costretto altri a farsi da parte da sé. Tra questi Amber Rudd, la sorella di quel Roland suo nemico storico sin dalle battaglie sull’Euro degli anni ’90; il Ken Clarke di cui parlavamo nella premessa, che solo qualche settimana fa blaterava di rimpiazzare Johnson a capo di una coalizione europeista, e indire un secondo referendum; e Philip Hammond, il Cancelliere dell’amministrazione May, che più di tutti ha sabotato i piani per un no-deal, e che è giunto persino ad ipotizzare in pubblico che Johnson fosse complice di bizzarri piani per speculare sul deprezzamento della sterlina.

Ora che il partito è sotto controllo, Cummings parrebbe pronto a concentrarsi sui burocrati. “PM’s Whitehall revolution to guarantee ‘People’s Brexit’”, titolava domenica il Telegraph, presso il quale lavorava fino a qualche mese fa proprio quel Primo Ministro. Costoro devono sembrargli non troppo dissimili da quell’establishment disfattista, quando non apertamente filotedesco, che lo stesso Churchill si era ritrovato ad affrontare. Il Bulldog, notoriamente, nel mezzo della guerra impacchettò e spedì alle Bahamas Edoardo VIII, l’ex Re filonazista già costretto ad abdicare per “amore”. Vedremo gli sviluppi, ma non v’è dubbio che i Caraibi siano magnifici in questo periodo dell’anno.