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Democrazie verso un dispotismo dolce: si sta avverando la profezia di Tocqueville?

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No, l’Italia non è mai stato un Paese liberale. Nonostante la penisola abbia dato i natali a illustri economisti, politici e pensatori, partendo da Camillo Benso di Cavour fino ad arrivare a Benedetto Croce o Luigi Einaudi, la politica italiana ha sempre preferito subordinare l’individuo alla società, il privato al pubblico, la libertà alla promessa di controllo e protezione.

Dall’inizio del ventennio fascista fino ai successi del PCI nel pieno della Prima Repubblica, il mindset culturale dell’Italia si è sempre distaccato dai principi del costituzionalismo liberale di stampo anglosassone, dall’idea che il governo debba essere limitato e caratterizzato da una permanente accountability.

Ad oggi, vengono confusamente definiti “liberali” e “libertari” i Democratici Usa, la sinistra progressista, gli europeisti a favore di ulteriori centralizzazioni di poteri in capo all’Unione europea. Per non parlare del termine “liberista”, molte volte assimilato all’anarchia economica, alla tutela delle aziende multinazionali – con buona dose di teorie complottiste al seguito – alla difesa del famoso uno per cento che continua ad arricchirsi alle spalle del 99 per cento della popolazione mondiale. In realtà, come dimostrano soprattutto gli ultimi trent’anni, dalla caduta dell’Unione Sovietica in poi, il mondo capitalista e liberale si è sempre dimostrato ben più all’avanguardia rispetto ai sistemi chiusi e comunisti. 

L’innovazione, la tecnologia, la sanità, l’economia, il miglioramento delle condizioni di vita, e tantissimi altri fattori, continuano a progredire, giorno dopo giorno, all’interno dei sistemi aperti; dove l’individualismo prevale sul collettivismo; dove la comunità non è altro che l’insieme delle azioni di ciascun singolo; dove il potere è delegato dal cittadino, e non il contrario.

In sostanza, “liberale” e “libertario” è colui che pone la libertà dinanzi a tutto in qualsiasi campo, e non a intermittenza come certa sinistra progressista – favorevole all’aborto ed allo stesso tempo fautrice della cancel culture – oppure come certa destra sociale – bandiera delle riaperture nel contesto pandemico, poi contraria alla libertà sulle questioni etiche.

Il vero liberale ritiene, come affermava Milton Friedman, economista premio Nobel nel 1976, che senza libertà economica non possono esistere libertà civili e politiche. Il vero liberale ritiene che l’individuo sfugga da preesistenti disegni costruttivisti o paternalisti; che il governo, riprendendo la formula reaganiana, non sia la soluzione, ma molte volte il problema. Il pensiero del vero liberale trae origine da John Stuart Mill, secondo cui la libera espressione è la precondizione necessaria per fondare un sistema liberal-democratico.

Secondo i fautori del costruttivismo, lo Stato deve assumere le vesti di precettore, capace di formare il pensiero del singolo, di indirizzare gli obiettivi di ciascun individuo, di creare una comunità finalizzata al raggiungimento degli interessi sociali, al di sopra di quelli di ciascun individuo.

Sul punto, Alexis de Tocqueville identificava almeno due rischi in uno Stato democratico: la dittatura della maggioranza e il dispotismo mite. Nel primo caso, Tocqueville elogiava la democrazia, ma ne identificava una prima patologia nella prevaricazione del pensiero della maggioranza, che rischiava di annullare le esigenze e le voci delle minoranze. Molte volte, esiti illiberali avvengono anche nel pieno rispetto delle procedure democratiche, ma la delega dei poteri, da parte della quasi totalità della popolazione, costituisce il rischio pratico di un passaggio dalla democrazia ad una tirannia in nome popolare: 

“Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge”.

Secondo il pensatore francese, quindi, il carattere autoritario, all’interno di un ordinamento democratico, non si esprime allo stesso modo che in una oligarchia: “Il padrone non vi dice più: pensate come me o morrete”. Bensì: “Siete liberi di non pensare come me; la vostra vita, i vostri beni, tutto vi resterà, ma da questo istante siete uno straniero fra noi”.

Circa il dispotismo mite Tocqueville appare profetico:

“Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su sé stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?”

La condizione attuale delle democrazie occidentali, Italia in testa, somiglia in modo impressionante allo scenario immaginato da Tocqueville: un potere politico, da destra a sinistra, che plasma una società fondata sul costruttivismo e sull’unanimismo.

La continua leaderizzazione – o verticalizzazione – del potere, a cui stiamo assistendo da decenni, impone le conoscenze di una frangia politica o tecnocratica al resto della popolazione, di fatto pretendendo che il meccanismo democratico ceda il passo al principio di omogeneizzazione del pensiero.

Le istituzioni si sono spesso dimostrate pronte a restringere il campo della libertà, proprio in virtù di promesse di tutela e sicurezza dei popoli. Per riprendere le parole dello storico inglese Lord John Dalberg-Acton, “la storia dello stato è una storia di inganni ed illusioni”. E difficilmente questa narrazione potrà cambiare. Anzi, c’è il rischio che possa continuare ciclicamente, proprio in nome dei due sentimenti con cui abbiamo più familiarizzato durante la pandemia: paura e unanimità.