Cultura

Il dovere di limitare il potere: l’assassinio di Giulio Cesare e la libertà tradita

Dal conflitto morale di Bruto e Cassio una lezione che vale ancora oggi: nessun fine giustifica un'autorità illimitata

Giulio Cesare (Ytube)

Quando, alle Idi di marzo del 44 a.C., Giulio Cesare è caduto sotto i colpi dei congiurati nella Curia di Pompeo, non è stata solo la fine di un uomo, ma l’estremo grido di una Repubblica soffocata. Bruto e Cassio non agivano per ambizione, ma erano mossi dalla convinzione che la sopravvivenza della libertà dipendesse dalla resistenza a un potere ormai privo di freni.

Le ragioni di Bruto e Cassio

Cesare non si è mai proclamato re, ma ha assunto progressivamente le sue prerogative. Con la nomina a dictator perpetuo, la sacralizzazione della sua immagine e la marginalizzazione del Senato, aveva indebolito le fondamenta dell’ordine civico.

Svetonio ha annotato che il medesimo condottiero romano, una volta ottenuto il potere supremo, lo ha esercitato con crescente disinvoltura, senza più curarsi dei limiti tradizionali delle magistrature repubblicane. Bruto, discendente del fondatore della Repubblica, è stato educato a un’idea severa e incrollabile di dignità civica. Cassio, già valente comandante militare, si è allontanato da Cesare quando ha compreso che il potere personale stava erodendo ogni forma di legalità.

Secondo Plutarco, Cassio, osservando l’ascesa incontrastata di Cesare, temeva che nessuna legge potesse più contenerne l’ambizione e che l’equilibrio repubblicano fosse irrimediabilmente compromesso.

La loro azione – tragica e forse ingenua – è stata un tentativo estremo di impedire che la res publica si riducesse a una piramide di obbedienze. Cicerone, pur estraneo alla congiura, ne ha colto il significato più profondo quando ha scritto: “O fortunata mors quae naturae debitum pro re publica reddidit!” (“O morte propizia, che, pur essendo un debito verso la natura, è stata soprattutto saldata per la patria”).

Potere fuori controllo

Il loro gesto non ha avuto successo. L’Impero ha preso il posto della Repubblica. E tuttavia, quel tentativo è rimasto un monito, rivolto ad ogni epoca in cui il potere si sottrae al controllo. Anche il nostro tempo non è esente da simili pericoli.

In Egitto, sotto Al-Sisi, si celebrano elezioni prive di reale opposizione, mentre stampa e magistratura si sono ridotte a strumenti del potere personale. In Russia, la Costituzione è stata manipolata per garantire a Putin un potere senza scadenze, con assemblee ridotte a semplici comparse.

Anche nell’Unione europea, un’autorità non eletta direttamente ha assunto un ruolo crescente nelle decisioni su energia, finanza ed edilizia: dalle norme sulle “case green” alle direttive fiscali, il pluralismo istituzionale ha ceduto il passo ad un comando centralizzato, giustificato con l’efficienza e la transizione ecologica.

In Italia, il Parlamento viene regolarmente aggirato da decreti legge e maxi-emendamenti imposti dal governo. Il potere legislativo, pur formalmente separato, nella prassi si è svuotato. Come nell’antica Roma, le istituzioni esistono, ma non incidono.

Il potere, anche quando non si impone apertamente, si espande come una macchia d’olio, invocando sempre un fine superiore: sicurezza, stabilità, emergenza climatica. Si è finito così per dimenticare la più importante lezione della Repubblica romana: che nessun uomo, nessun organo, nessuna istituzione può collocarsi al di sopra della legge.

Il prezzo dell’efficienza

La crescente ammirazione in Occidente per il “modello cinese” riflette questa pericolosa nostalgia dell’uomo solo al comando. L’idea che l’autoritarismo sia più veloce, efficiente, capace di “risolvere” problemi complessi ignora che, in questo modo, il diritto cede il passo alla volontà. E quando si sacrifica la legalità sull’altare della prestazione, l’esito è sempre lo stesso: un potere che non risponde a nessuno e che non può più essere fermato.

Bruto e Cassio non sono stati santi. Ma hanno avuto il coraggio di affermare che nessun fine giustifica un’autorità illimitata. Il loro gesto è nato dalla consapevolezza che le regole comuni precedono gli individui, e che chi le calpesta invocando la propria eccezionalità non è degno di governare. Karl Popper ha scritto: “Chiunque ha tentato di creare uno Stato perfetto, un paradiso in terra, ha in realtà realizzato un inferno”. E ha ammonito: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti […] allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.

Anche William Shakespeare, nella tragedia Giulio Cesare, ha colto il profondo conflitto morale di Bruto: non ha colpito per odio, ma per il timore che l’ascesa di Cesare sconvolgesse l’equilibrio della Repubblica: “It must be by his death: and for my part, I know no personal cause to spurn at him, but for the general” (“Deve essere con la sua morte; quanto a me, non ho alcuna causa personale per colpirlo, se non per il bene comune”). In queste parole riecheggia l’eterno conflitto tra fedeltà personale e dovere civico.

La libertà non è mai garantita per sempre. Quando si accetta che un solo centro decida per tutti, il prezzo non è l’efficienza, ma la rinuncia all’autonomia. La res publica non si è salvata con i pugnali, ma sarebbe andata perduta nell’indifferenza. In ogni epoca, tocca ai cittadini vigilare, resistere, scegliere. Prima che sia troppo tardi.

Lo sapevi che...

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