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L’umana finitezza, la filosofia della Tecnica e l’indecente feticcio che si pretende di chiamare “Scienza”

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Maurizio Ambrosini

Chiudere esseri umani in un barattolo e farlo vorticare per due anni sino al limite dell’umana resistenza, in un crescendo di paura, di dolore e poi terrore, sino al punto di far oscurare la vista, obnubilare coscienza e ragione.

Il primo risveglio nel buio di inquietanti dondolii e policromi riflessi di tenue luce, pudicamente adagiata da una nuvola sul velo dell’acqua. La realtà galleggia a brandelli sul cavo delle onde, lacera come il ricamo della schiuma della quale esse si adornano. Ipotesi di salvezza. Ognuno ghermisce il suo pezzettino e lo difende con ostentata ferocia, come una santa reliquia. L’immotivata speranza, vanamente sbraitata dai balconi, è ovviamente naufragata nel mare della realtà che ora ci tiene, in tutta la sua algida severità. Nel mezzo un vuoto sempre più esteso, colmato dalla paura. Quella di sempre che abbraccia la nostra angoscia dell’umana finitezza. Dal mio remoto osservatorio di terra aspra e isolata, rifletto con sconcerto sul divenire della storia, sull’emergere di questa tragica follia collettiva. Mito, filosofia e scienza.

Le pietre miliari dell’irto percorso lungo il quale si dipana la ricerca del rimedio al patimento, alla costante ricerca della “potenza del mondo” cui affidare la nostra salvezza, liberarsi dalla paura, dal “thauma” aristotelico. Il secolo nuovo, nel quale si recita l’ultimo atto del tramonto delle grandi filosofie, comunque chiamate e tutte indistintamente ospiti sgradite del nostro tempo, vede l’Uomo affidarsi alla scienza. Affidarsi come ci si affida ad un dio. Rimbambiti da questa disumana esagerazione di tecnologia che scandisce la nostra esistenza, che si alimenta della nostra vita privandoci irrevocabilmente del nostro tempo, ci siamo illusi che tanta sofisticata ferraglia, rutilante e perfetta nel suo apparire, fosse la realtà, fosse la verità ontologica, l’agognato porto sicuro.

Ma la scienza non è la tecnologia e la tecnologia non è una filosofia. La scienza è un metodo di indagine della realtà, stretto tra il principio di falsificabilità, la replicabilità dei risultati e possibilmente la sua capacità di essere statisticamente predittiva. Lo è dai tempi di Ibn al Haytham, esattamente mille anni fa, da quelli di Bacon e Cartesio nel XVII secolo e di Hegel in quello successivo. Fino a Popper, il presupposto della falsificabilità e Gödel, il teorema di contraddizione della matematica. La scienza non è assertiva, meno che mai è verità incontrovertibile. Sapere che oggi pare senza eredi. L’incestuosa commistione tra tecnologia e “thauma” ha partorito l’indecente feticcio che oggi si pretende di chiamare “scienza”, cui si vorrebbe che tutti noi tributassimo lodi, fede cieca e piena sottomissione. Immagine falsa della scienza deliberatamente ricostituita come mito, quel salvifico e rassicurante “incontrovertibile” che avremo giurato la storia avesse definitivamente liquidato.

Dimenticati i cori sui balconi e smesso di contare gli spaghetti nelle confezioni, ecco come siamo cambiati. Mentre ci si lascia intendere che il giro di valzer stia per finire, si affaccia l’idea che invece siamo stati brutalmente sbalzati indietro nel tempo fino alla casella del via nel gioco della storia, all’inizio di una partita tutta nuova, con regole mutevoli e tutte da scoprire.

Il pensiero è di per sé astratto, non fosse che sa diventare concreto nel suo divenire azione. Il mito della scienza sa diventare fede intransigente, ragione di ostentata difesa di assiomi. Attestata a formare un esteso e profondo fronte ideologico che non vuole, sa e può ammettere defezioni, contemplare dubbi e accettare confronti. Oltre il limite delle ragioni alla base di tanto discutere, chi non si adegua al rito collettivo deve essere espulso dalla comunità. Programmi televisivi, tutti inguardabili, che surrogano le liturgie religiose con altre tra di loro sempre eguali, indigeribili miscele dell’italico mammismo più frignone e becero, di bionde vanità, della retorica più trita e triviale, della violenza di parole e delle parole di violenza, della violenza dell’osceno urlarsi addosso, della violenza del pretendere di asserire verità e violenza, del millantare il diritto unilaterale di poterla dispensare a piene mani, violenza delle sconfessioni e gogna e punizioni agli eretici. Tutto il peggior campionario della bigotteria laica.

De Torquemada, ti inquieta il dubbio di aver sbagliato secolo? Tutto questo di scientifico non ha proprio nulla e nel caso, di incontrovertibile, ha solo il segno delle barbarie perpetrate a danno del sapere e del vivere il bene comune. A danno della democrazia, quella aristotelica, perché è a danno alla Verità. Nel torbido di questa cacofonia la falsità si mescola alla verità, in un intero indistinguibile. Ma la libertà si fonda sulla verità, che è tale solo se è detta tutta. Passaggio obbligato perché “lo Stato è veramente potente se è illuminato dalla Verità” (Eschilo). Invece il primo a farne strame è proprio il nostro che in maniera ossessiva e compulsiva, senza risparmio di mezzi, impone obbedienza cieca sull’ara di un non meglio precisato dovere patriottico. Quell’ara già eretta con le cataste di carte dei contratti siglati con le Big Pharma tutte nere di righe oscurate, con banchi a rotelle nuovi buttati al macero, con mascherine venefiche, con commissari straordinari inquisiti, con soldi elargirti ai media per suonare sempre e solo lo stesso refrain, con le decine di migliaia di persone ostracizzate ma che da mesi sfilano tutte le settimane…

Questo è uno stato che non dirà mai la verità semplicemente perché non lo sa fare e perché non può dirla tutta. Che anzi, con la ragion di stato, si è sempre coperto le pudende. Noi italiani, nostro malgrado, lo sappiamo bene. Il Jolly della fede cieca nella “scienza” allora è perfetto per poter recuperare quella parvenza di credibilità altrimenti compromessa e poter chiamare all’obbedienza, forse anche a farsi amare. È lo strumento ideale per sopire dubbi, curiosità indebite, lasciare libero ogni campo di manovra. Il fuoco prospettico infatti è, come sempre, altrove.

Il quadro è ben più esteso. Il tramonto delle grandi filosofie, che ci vede spettatori impotenti e per lo più distratti, non significa assenza di filosofia. Questo riapparire della scienza come mito infatti null’altro è se non il definitivo manifestarsi della “filosofia della Tecnica”. Ha come scopo l’indefinito aumento della sua potenza, per il mezzo della sua capacità di efficienza. Efficienza, il mantra di questo nostro tempo, capace di attrarre a sé, per urgente necessità, ogni altro pensiero. Capitalismo in primis, subito a seguire Democrazia e Santa Romana Chiesa. Quel capitalismo oggi conscio che, per poter mantenere il suo scopo di indefinito accumulo di capitale, deve cavalcare la svolta ecologica e può farlo solo appellandosi all’efficienza della Tecnica. Così tutti dimenticando, o non volendo vedere, che sono le azioni che definiscono lo scopo. Modificarle comporta modificare lo scopo stesso e diventare altro, rimuovere la propria originaria identità, il proprio senso di essere. È per questa ragione che la Tecnica assorbirà in sé, come un buco nero mai sazio, chiunque a lei si rivolga, ridimensionandolo a puro mezzo di produzione. Ovviamente sempre pronta a sostituirlo con qualsiasi altro apparire dovesse essere più adatto. L’Uomo per primo.

Tutto si muove dentro il quadro ed è questa la vera partita, dove ci giochiamo tutto noi stessi, “hic et nunc”! Questo è il mio vedere il quotidiano emergere della realtà. Questo è quello che tutti vedrebbero se solo spegnessero per un giorno quella maledetta televisione! Vedrebbero la democrazia piegarsi alla necessità di efficienza del sistema di produzione capitalistico finanziario e che già diviene Tecnica, vedrebbero il dispiegarsi della “distruzione creativa” di Schumpeter così come gestita dal neoliberismo, vedrebbero il dispiegarsi della transizione ecologica nelle economie familiari e nei posti di lavoro, vedrebbero il bluff di questa transizione voluta da un capitalismo che rimane estrattivo e che sta solo spostando il punto di prelievo dei mezzi di produzione da un luogo all’altro della terra, avocando a se stesso tutti i benefici, lasciando a ragazzini e derelitti lo scavare terre rare e a noi il conto da pagare, vedrebbero arrivare miliardi di debiti senza che sia stata fornita alcuna spiegazione sostanziale, senza un dibattito trasparente, tanto parlamentare che pubblico.

Si decide nel silenzio colpevole, di chi ha il dovere di decidere e il dovere della politica. L’efficienza del silenzio per tacitare la democrazia. Non vi sarà salvezza in questo grandioso equivoco, in questa gigantesca mistificazione della realtà che nasconde il vero destino finale. Non vi sarà per l’uomo che ripone nella Tecnica tutto il suo essere. Sarà fagocitato come tutto il resto, in un processo dal quale ne uscirà totalmente smembrato e disumanizzato. Convinto di essere dio ma, dimentico del monito di Max Weber, ovvero senza capire di essere chiuso nella gabbia di ferro dell’“apparato tecnico e scientifico”. Questa verità è già in nuce tra noi. Ci racconta di una persona che guadagna 36 miliardi di dollari in un giorno e che quindi, giustamente, si sente onnipotente e già vuole conquistare stelle e pianeti, dice della promessa di impiantare, entro il 2021, i primi chip nel cervello umano, dice dei ventri meccanici, ma dotati di simulatore di battito umano (sic!) e prodromici a gestazioni indipendenti dall’Uomo, dice di eugenetica, dice dell’Uomo indipendente da sé stesso, già liquido e liberato della sua così ingombrante sessualità, libero dall’impiccio della sua storia. Ci dice tanto altro. Le premesse sono tutte dichiarate, serve solo la voglia, il tempo e lo stomaco per prenderne atto. Di vedere finalmente il nonsenso di questa corsa folle a liberarsi di ciò che ancora compromette la massima efficienza: la Morte.

Doveva andare tutto bene. Ridicolo! Alla fine di questa mutazione antropologica, la più radicale quanto incredibilmente veloce della storia umana lascio e sin da ora a cosa, non a chi, il gusto di ritenersi un “Übermensch”. Piu ottimisticamente invece sarà solo e ancora di più un mezzo di produzione.

Guardate bene quel barattolo nel quale ci hanno voluto chiudere. Sull’etichetta, accanto al solito QR troverete un’immagine nella quale potrete riconoscervi. Si, è proprio la vostra, il prodotto sullo scaffale degli attrezzi siete proprio voi!

La mia generazione ha vissuto un momento relativamente breve ma certamente privilegiato della storia moderna. Siamo saliti, accompagnati dalla precedente, sulla cresta di queste montagne, così che da qui si contempla l’azzurro del cielo e quello del mare, il verde del crinale per il quale siamo saliti e il grigio di quello in ombra, giù a scendere lungo il percorso che attende i nostri passi, verso una valle sconosciuta.

Scenderemo accompagnando, per come ci sarà dato, la vita che verrà. Non ci mancherà allora il tempo per rammentare loro che, sempre e prima di tutto, si devono difendere verità e libertà.

* Note personali
La lettura dell’odierno apparire della realtà, impone una lettura di tipo filosofico dell’emergere della realtà. Diversamente non vi è modo di comprendere il divenire.
Della “filosofia della tecnica” E. Severino ne parlava ben più di 10 anni fa. Ho attinto in particolare alle sue lezioni del 2021 alla Bocconi.
Ho ripreso quindi una parte del suo pensiero in questi appunti di viaggio.
Siamo ad un bivio storico quanto unico della storia umana, chiamati a scegliere di rimanere nella verità e nella libertà. Ma e prima di tutto, di ritornare ad essere alla nostra verità ontologica, la ragione ed il destino dell’intrapresa umana.
Sta a noi.