Nel rivolgere il pensiero al prossimo governo, ed alla letterina da scrivergli, viene facile alla mente il thatcheriano «I want my money back» da spendere in relazione a quella miriade di sprechi dello Stato, che succhiano via i nostri denari senza alzare di un’acca il livello di concorrenza e competitività del Paese.
Pure vi è uno spreco, più spreco degli altri, un latrocinio legale più latrocinio, non perché oggettivamente più grave, ma semplicemente perché matematicamente non regge più, ed è quello del sistema pensionistico statale. Un sistema che per decenni si è basato sull’assunto che no, non c’è bisogno che la capitalizzazione dei contributi copra l’assegno previdenziale, tanto, mal che vada i nuovi lavoratori, con i loro di contributi copriranno l’eventuale ammanco. Anzi, dato che a pagare e a morire c’è sempre tempo, perché non usare INPS ed INPDAP (o meglio le loro casse) come prebende, ammortizzatori sociali, o tappabuchi di spesa? Tanto il Pappagone di turno, si trova. O si troverà.
E tutto è andato bene (si fa per dire) finché i debiti si pagavano con l’inflazione, o non si pagavano proprio (tanto…) e finché la piramide sociale era ampia alla base e stretta alla cima (molti giovani, molti lavoratori attivi, pochi pensionati). Ma ora tutte tre queste condizioni sono venute meno. E lo scherzetto non è più possibile. Soluzione: una sola prima che sia troppo tardi. Privatizzare, privatizzare, privatizzare. Meglio ancora se alla maniera di Ernesto Rossi, che suggeriva di rimettere nelle disponibilità di ognuno il totale dei contributi perché ne faccia ciò che vuole (se vuoi risparmiare per il futuro bene, se no ne paghi le conseguenze), mitigando il tutto con una clausola sociale , consistente in un assegno pensionistico di sopravvivenza, spendibile solo in beni di prima necessità, da assegnare a tutti, poveri e ricchi, al compimento di una determinata età calcolata sulla media della durata della vita. Un assegno che nel caso di basi imponibili fiscali “capienti”, verrebbe tassato, ritornando, in partita di giro, alle casse pubbliche (così da avere un solo organismo – l’ente riscossore – a dover gestire la questione ed eliminando per sempre gli enti pensionistici pubblici… e le relative spese).
Peccato che a queste proposte di buon senso (oramai assolutamente imprescindibili), si oppongano le vecchie sirene socialiste e/o neo-keynesiane. Prendiamo il caso del prof. Larcinese, che sul Sole24Ore, ci ha “spiegato” Perché chiudere l’INPS e privatizzare il sistema pensionistico è una pessima idea. Per il professore le ragioni sono essenzialmente queste:
a. Un sistema pensionistico privato è più rischioso. Solo lo Stato può difendere i nostri contributi dalle grandi crisi finanziarie;
b. Il sistema privato non offre garanzie di migliori risultati di capitalizzazione. Il caso Cile lo dimostra con gli alti costi di gestione;
c. Trasferire i contributi nelle disponibilità dei privati, aumenta la propensione al risparmio ed ora c’è bisogno di propensione al consumo;
d. La transizione da un modello all’altro lascerebbe una generazione “scoperta”. Scrive infatti Larcinese: «Assumiamo che venga approvato il passaggio ad un sistema a capitalizzazione per cui i lavoratori da domani si scelgono un fondo pensione e cominciano a pagare lì i propri contributi anziché all’INPS. Se i lavoratori di oggi versano contributi che non possono essere usati per pagare le pensioni oggi (in quanto vanno capitalizzate), chi paga le pensioni ai pensionati di oggi? Le possibili soluzioni sono:1) c’è una generazione che paga doppio, ossia per la propria pensione a capitalizzazione e per pagare quella dei pensionati odierni;2) ricorrendo alla fiscalità generale;3) lasciamo morire di fame una generazione di pensionati. Credo che solo l’opzione 2) sia realisticamente percorribile ma vi lascio allora immaginare le conseguenze devastanti sulla pressione fiscale e per i nostri conti pubblici. Probabilmente bisognerebbe finanziare la transizione almeno in parte con il debito pubblico e dunque, in assenza di sovranità monetaria, scaricare il costo sulle generazioni future (anche volendo ignorare altri vincoli).»
Peccato che: A. non è affatto detto che un sistema pubblico sia meno rischioso. Senza voler scomodare la Grecia, non mancano per nulla casi, anche da noi, di individui che capitalizzando privatamente avrebbero preso molto, ma molto di più di pensione. E poi non si capisce perché il rischio debba essere uguale per tutti. Se io sono in grado di valutare meglio e con maggiore precisione i vantaggi o gli svantaggi di un piano pensionistico, rispetto a qualcuno che se infischia ampiamente di queste “sottigliezze”, qualcuno mi spieghi perché non dovrebbe rischiare di più lui, affidandosi alle Wanna Marchi dei piani finanziari, rispetto al sottoscritto. B. Gli alti costi di gestione in un sistema privato si abbattono con la concorrenza, strada assai più praticabile della “spending review” che dovrebbe abbattere i costi di gestione del sistema pubblico. A conti fatti, è meno problematico combattere i problemi del privato (che pure ci sono) che quelli del pubblico. C. Francamente è tutto da dimostrare che un passaggio al sistema privato aumenterebbe la propensione al risparmio, anche volendo considerare gli argomenti di Larcinese: di questi tempi soprattutto, vedo difficile che la propensione al risparmio dei giovani sia più alta di quella degli anziani (che spesso e volentieri hanno molte meno difficoltà e spese – mutui, costi professionali o di ricerca di un lavoro, figli etc.). Anzi, probabilmente con il passaggio al sistema pensionistico privato, il problema sarebbe esattamente l’opposto: come evitare un’impennata della propensione al consumo. D. I nostri lavoratori GIA’ pagano o dovranno pagare due volte, per la propria pensione e per quella dei pensionati di oggi. Proprio perché in passato si è giocato allo scaricabarile generazionale con i costi del sistema pensionistico, ed ora (ed in futuro) non è e non sarà più possibile farlo. Quindi, a meno di non gettarci a mare con tutti i panni, in pasto agli squali dell’inflazione più nera e del default, l’unica è ancorare finalmente le pensioni alle scelte, alle possibilità, alle abilità (ed ai rischi) di ognuno. Salvo pentircene amaramente nel giro di pochi anni, o rinunciare per sempre ad avere una pensione quando ancora riusciamo a camminare con le nostre gambe. Se avremo coraggio ed interverremo ora con decisione, potremo permetterci di attutire l’impatto sociale (che pure ci sarà) della trasformazione, rendendola accettabile e poco gravosa. In caso contrario, dovremo comunque imboccare quella strada, ma con una pistola alla tempia, favorendo il più becero populismo.


