Nei giorni scorsi ha tenuto banco lo scontro a distanza sul tema della guerra in Iran tra il presidente americano Donald Trump e il Papa Leone XIV a cui si è unita la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Personalmente vorrei metter da parte i modi usati dai tre protagonisti, che ritengo tutti egualmente criticabili, per provare a parlare dei contenuti culturali e morali che sono stati toccati nella diatriba, cioè del modo di considerare la guerra all’Iran, e per cercare di spiegare perché, a mio giudizio è il presidente Trump a seguire i principi tradizionali cristiani e occidentali, mentre alla luce di questi principi non possono essere approvati né la “condanna” di Leone XIV né l’intervento della presidente Meloni, riguardo ai quali non posso che esprimere il mio rispettoso ma pieno dissenso.
Un male terribile ma non assoluto
Vediamo di chiarire il mio punto di vista. La guerra, ogni guerra, è sempre un male terribile, e questo rappresenta una dei concetti più importanti fatti propri dalla civiltà occidentale, sul fondamento ovviamente della tradizione cristiana.
Detto incidentalmente, in altre civiltà, come nell’islam radicale, quale quello iraniano o quello di Hamas, la guerra e la distruzione dei nemici, rappresentati dagli israeliani, dagli americani o dagli stessi dissidenti interni, sono invece valori positivi, scritti nei loro documenti fondamentali, insegnati nelle scuole e praticati in concreto, come i massacri del 7 Ottobre degli israeliani e quelli degli oppositori iraniani nei mesi scorsi hanno confermato. Chiusa parentesi.
Che la guerra sia un male terribile non vuole però dire che essa sia un male assoluto, per evitare il quale si possono compiere, si possono approvare o anche solo far finta di non vedere gli atti più malvagi e lesivi della vita di una popolazione.
Seguendo il pensiero del padre spirituale della cultura occidentale, Sant’Agostino (354 – 430), possiamo dire che nessun male è assoluto, perché assoluto è solo Dio, che è la fonte del bene, e che quando si assolutizza un male volendo a tutti i costi evitarlo si finisce per cadere in un male peggiore. È questa la trappola morale del manicheismo, cha Agostino ben conosceva; e che ha portato molti, in epoche lontane e recenti, a compiere i crimini peggiori.
Il concetto di guerra giusta
Il cristianesimo, in particolare quello occidentale, ha da sempre fatto proprio il concetto di guerra giusta, intesa come un male minore destinato a produrre il bene, come un passaggio doloroso ma a volte necessario per gli esseri umani che vivono in un mondo imperfetto e dominato dal peccato originale (altro concetto di Agostino), che solo con l’umiltà e la coscienza della propria imperfezione si può affrontare e che (per i credenti), in forza della fede nella grazia divina, si può superare.
Secoli dopo, San Tommaso d’Aquino (1224 – 1274), in base a una analisi, empirica nella ricerca e razionalmente articolata nelle sue conclusioni, elaborò una serie di criteri (la legittimità del potere, la giusta causa, il fine nobile) in base ai quali valutare se una guerra è giusta.
In entrambi i due grandi pensatori, come in tutta la tradizione prima cristiana e poi liberale, il riconoscere, il dovere ammettere la possibilità di una guerra giusta ha sempre rappresentato fondamentalmente un atto di umiltà, che esprime la coscienza della imperfezione umana.
Uno dei più grandi filosofi liberali del XX secolo, Karl Popper (1902 – 1994) ha bene espresso questo concetto affermando che “un cristiano che rifiuta di sporcarsi le mani con la vita è un cristiano che rifiuta di portare la croce della propria umanità”. Da ciò non deriva ovviamente che tutte le guerre sono giuste, ma piuttosto che ogni guerra va valutata con umiltà e giudicata tenendo conto quanto possibile delle ragioni che hanno portato ad essa.
Da religione di pace a religione pacifista
Questa valutazione umile ed empirica della guerra, è chiaramente applicabile anche alla guerra all’Iran e ben si potrebbe discutere in base ad essa sulla correttezza e sull’opportunità o meno dell’azione israelo-americana, ma nulla di ciò è emerso nella polemica di cui stiamo parlando: negli interventi di Leone XIV e della presidente Meloni si è fatto presente un diverso modo di valutare la guerra, influenzato dalla cultura woke, o da una versione woke del cristianesimo che è pienamente rispettabile, ma che chi scrive come detto non condivide.
In questa versione, il cristianesimo viene portato ad alcuni eccessi che richiamano le concezioni manichee, nel senso che quella che è una religione di pace viene trasformata in una religione pacifista, e quella che è una morale basata sulla bontà in una morale buonista.
Una tendenza presente in molte confessioni cristiane e nonché in molti pensatori di convinzioni liberali è infatti quella di affermare che la guerra è sempre un male, quasi che vivessimo in un mondo perfetto dove il dialogo e gli accordi fossero sufficienti a realizzare la pace perpetua, come sognava il filosofo Immanuel Kant (1724 – 1804).
Gli occidentali e gli altri
Un mondo perfetto però, nel nostro caso, di tipo particolare, dato che esso finisce dove finiscono i Paesi occidentali, i quali hanno il dovere inderogabile di adeguarsi alla perfezione, pena le più severe reprimende da parte della autorità religiose e (ipotesi per fortuna non ancora realizzata) le più repressive condanne della autorità politiche e giudiziarie.
Oltre i confini dell’Occidente, in base a questa concezione, esiste invece tutto un altro mondo, dove le persone e gli stati non sono giudicabili, non possono essere oggetto di critica, quasi che essi non fossero soggetti alla imperfezione umana, o, per chi crede, al peccato originale.
Le guerre, sempre e comunque malvagie le combattono solo i Paesi occidentali: gli altri anche quanto compiono massacri ignobili come quelli sopra descritti, mettono in atto non guerre ma azioni di resistenza, in particolare quando combattono contro gli stati occidentali, e in questa zona grigia non giudicabile, vengono così messi insieme i peggiori regimi terroristici e totalitari con quegli stati che invece sostengono i nostri valori, come sta avvenendo nella guerra in Iran da parte molti Paesi arabi, legati all’ottica degli accordi di Abramo, siglati grazie al presidente Trump durante il suo primo mandato.
Soprattutto, questa separazione del genere umano in uomini obbligati ad essere perfetti (gli occidentali) e uomini non giudicabili (tutti gli altri) rende impossibile quella valutazione empirica e umile delle ragioni di una guerra che porta ad approvarla o a condannarla, e da questo strabismo morale seguono le condanne più irragionevoli.
Una critica dogmatica
Quella di Leone XIV non è stata una critica ragionata ed empirica basata ad esempio sulla valutazione critica delle cause della guerra (l’Iran era una minaccia non altrimenti eliminabile?) o sugli obiettivi finali della stessa (si potrà giungere ad un cambio di regime in Iran?), cioè sui criteri di San Tommaso, critica che sarebbe stata corretta e, per alcuni versi anche condivisibile, ma una critica dogmatica che ha totalmente ignorato le intenzioni e i sacrifici che molti (iraniani, israeliani e americani, abitanti dei Paesi arabi del Golfo) hanno compiuto e stanno compiendo in questo conflitto spesso a costo della vita.
Il trasformare il presidente Trump in una sorta di pazzo o di megalomane, senza degnarsi di guardare alle cose inumane e ai massacri che accadono nel campo avverso, quello degli ayatollah, non fa torto solo al diretto interessato, ma a tutti i principi sulla guerra giusta, liberali e cristiani che si sono descritti.
Infiltrazione woke
Con tutto il rispetto per le opinioni di Leone XIV, chi scrive resta molto perplesso di fronte a questo esempio di infiltrazione tacita della cultura woke nel cristianesimo, che peraltro interessa non solo la Chiesa Cattolica, ma gran parte delle confessioni cristiane.
Il rischio è che la religione che ha fondato, insieme con quella giudaica, i valori della nostra civiltà diventi solo un’appendice della cultura woke, utile ad essere usata quando serve (e in questi giorni molti esponenti delle concezioni antioccidentali più estreme sono diventati ferventi papisti) e poi gettata via come inutile alla prima occasione, o magari indottrinata al servizio delle concezioni politiche dominanti, come già avviene in Cina, dove i vescovi cattolici sono di fatto nominati dal Partito Comunista.
Leone XIV ha affermato di non avere paura di Trump, il che è cosa facile: il presidente americano, capo della più grande democrazia liberale del mondo, basata su rispetto assoluto delle opinioni di tutti, viene giornalmente riempito di insulti da osteria e deriso da opinionisti, esperti, vignettisti e chi più ne ha più ne metta, ma una simile libertà non sarebbe certo concessa, nemmeno al papa (e a maggior ragione ai singoli cittadini) verso i governanti e verso i leader religiosi non occidentali, se alla lunga a prevalere fossero i loro sistemi politici.
Israele
Infine, quasi a fare da contraltare a tutti i Paesi non giudicabili, che possono compiere i peggiori crimini e provocare solo qualche timida parola di cordoglio ma mai di condanna, esiste un Paese riguardo al quale la cultura antioccidentale si mescola con i più tristi residui dell’antisemitismo cristiano, che rappresenta il lato oscuro (inevitabile in una religione anch’essa imperfetta) della tradizione che di cui abbiamo parlato: mi riferisco ovviamente ad Israele.
Un tempo si diceva che gli ebrei sono dannati già nel ventre della loro madre, ora i cittadini israeliani (un quarto dei quali peraltro è di etnia araba) sono considerati malvagi e accusati dei peggiori crimini (dei quali invece sono vittime) solo perché sono israeliani e il premier Netanyahu, che ha diretto una delle guerre più attente agli aspetti umanitari della storia, quella contro Hamas, è trattato quasi fosse un criminale da molti Paesi occidentali che in tal modo calpestano i più elementari principi del diritto internazionale che a parole tanto invocano.
Da questa ondata di antisemitismo, che oggi assume le vesti dell’antisionismo, cioè della negazione del diritto degli israeliani ad avere una patria (visto che la Palestina deve essere “libera dal fiume al mare”), sono stati contagiati in maniera più o meno evidente molti governi occidentali, che, differenza dei Paesi arabi del Golfo, sono sempre più restii ad intavolare rapporti commerciali, culturali ecc. con Israele.
Tra essi recentemente si è inserito anche il nostro, che ha troncato la cooperazione in materia di difesa con il governo israeliano. Una decisione che ben si accompagna con il rifiuto della concessione dell’uso delle basi all’aviazione americana e con il suddetto intervento (peraltro non richiesto) della presidente Meloni nella polemica tra Trump e Prevost.
Tutte scelte che, a parere di chi scrive, ben poco possono conciliarsi con una pretesa fedeltà ai principi occidentali e sulle quali mi pare che sia del tutto fuori luogo vantare il valore della propria “sovranità”, cosa che anche in questo caso è facile fare verso la potenza democratica americana, ma che sarebbe molto più difficile (anche se molto più utile) portare avanti ad esempio verso la burocrazia dell’Unione europea, che ha da tempo ha avocato a sé la gestione di materie che toccano pesantemente i diritti e il benessere dei cittadini italiani.
Il senso del voto
Le ultime decisioni del nostro governo pongono inoltre un problema ancora più grande: se la maggioranza e l’opposizione, anche quelle più estrema, dicono le stesse cose, la democrazia diventa debole e (anche se è una cosa sbagliata) viene da chiedersi: che differenza fa votare Tizio piuttosto che Caio?
Dietro la polemica di cui si siamo occupati sembra farsi strada una tendenza a riprendere alcuni dei valori illiberali propri della cultura woke, e per chi pur rispettandoli non li condivide, un modo per contrastare questa tendenza è anche quello di avere una conoscenza più umile nei suoi principi e più empirica nei suoi metodi della realtà internazionale con la quale il nostro Paese si sta confrontando, cosa alla quale questo breve scritto spera di avere dato il suo piccolo contributo.
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