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Ecco come superare il reddito di cittadinanza: la proposta di Milton Friedman

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Premessa a scanso di equivoci: chi è contro il reddito di cittadinanza non necessariamente è contrario a qualsiasi forma di sussidio. Anzi, è necessario – se non doveroso – che lo Stato metta in campo strumenti efficienti di welfare e risorse pubbliche per offrire sostegno alla fascia di popolazione più povera.

Tuttavia, non bisogna cadere nel tranello secondo cui è attraverso lo stanziamento di fondi pubblici che sia possibile e desiderabile creare nuovi posti di lavoro, senza tenere conto delle esigenze del mercato.

Il reddito di cittadinanza si è dimostrato un fallimento per almeno due ragioni principali. La prima. Lo Stato non potrà mai sostituire le richieste del mercato. Soprattutto nell’epoca della globalizzazione e della libera circolazione delle merci, è sempre il settore privato che dirige, coordina e disciplina la domanda. Ovviamente, il compito essenziale dello Stato è quello di facilitare le imprese con tasse basse e poche regolamentazioni; ma un ente pubblico non potrà mai programmare quelle che sono le richieste del mondo produttivo.

La seconda. Il reddito grillino ha disincentivato la ricerca del lavoro da parte dei più giovani. Se uno Stato, all’interno di determinati requisiti ISEE, garantisce un sussidio di 500 euro mensili ai neo diciottenni, ecco che risulta conveniente rimanere a casa comodi con il sussidio per 18 mesi.

Nel nostro piccolo, con grande umiltà, vorremmo suggerire almeno una proposta che sostituirebbe il sussidio pentastellato: l’imposta negativa sul reddito, ideata da Milton Friedman, economista e premio Nobel nel 1976.

L’imposta negativa è uno strumento di politica fiscale che trasformerebbe l’imposta da pagare in un vero e proprio sussidio. Al di sotto di una soglia di reddito determinata, il cittadino riceverebbe dallo Stato un sussidio pari al valore dell’aliquota non versata. Per esempio, se tutti i contribuenti dovessero pagare il 25 per cento sopra i 10.000 euro e se dichiarassi un reddito pari a zero, otterrò 2.500 euro (che corrisponde proprio al 25 per cento di 10.000).

In altre parole, è la possibilità da parte della popolazione più fragile di ricevere un aiuto economico, indipendentemente dal lavoro che si svolge.

I benefici? Minore dipendenza dallo Stato, minore spesa per sostenere l’oneroso welfare italiano e, soprattutto, drastica riduzione della burocrazia.

C’è però una questione culturale da analizzare. Prima ancora di essere uno strumento di politica fiscale, l’imposta negativa friedmaniana rimane un tabù, soprattutto per uno Stato come il nostro, così affezionato all’investimento pubblico, al centralismo romano ed alla pianificazione dell’economia.

Dubito che il governo Draghi, sostenuto da quasi tutti i partiti, dai comunisti fino alla Lega, possa essere capace di una rivoluzione fiscale di tale portata.

Piuttosto, mi parrebbe più saggio che il centrodestra, a cui fa riferimento la grandissima parte di elettorato liberale e liberista, si faccia portatore di questa battaglia.