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In Sudafrica il Sofà-gate inguaia il presidente Ramaphosa

Mentre in Europa si allarga il Qatargate, in Sudafrica 5 milioni di dollari in contanti nascosti nei divani inguaiano il presidente e capo del partito di Mandela

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Cyril Ramaphosa

Mentre in Europa si allarga il Qatargate, in Africa il grosso scandalo che nei giorni scorsi ha avuto come protagonista il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è ormai archiviato, nonostante le accuse nei suoi confronti non siano cadute, non si siano rivelate infondate, al contrario.

Contanti nel divano

Tutto è partito da una denuncia dell’ex capo dei servizi segreti, Arthur Fraser, che la scorsa estate si è rivolto alla polizia sostenendo con prove e documenti che il presidente nel 2019 aveva nascosto milioni di dollari in contanti, quattro milioni, forse cinque o di più ancora, in un divano e in altri mobili nella sua tenuta di campagna, Phala Phala.

Di qui il nome sofà-gate e farm-gate dato allo scandalo. Il denaro, secondo Fraser, era stato introdotto in Sudafrica da uno stretto collaboratore di Ramaphosa, Bejani Chauke, che lo aveva importato illegalmente da Arabia Saudita, Egitto, Marocco e Guinea Equatoriale.

Ma nel 2020 il denaro era stato rubato da ladri penetrati nell’abitazione del presidente con la complicità di un suo dipendente e il povero Ramaphosa ovviamente si era ben guardato dallo sporgere denuncia. Anzi, individuati i ladri, li aveva fatti rapire e malmenare dai suoi agenti di sicurezza per indurli a giurare di non rivelare il furto.

Venti bufali

Il presidente si è difeso prima negando tutto e poi dicendo che i dollari nascosti nel divano e trafugati erano “solo” 580 mila, frutto legittimo della vendita di 20 bufali a un uomo d’affari sudanese residente a Dubai, Hazim Mustafa. Dapprima introvabile, al punto da far dubitare che la vendita fosse mai avvenuta, Mustafa si è infine fatto vivo il 6 dicembre.

Ha confermato di aver acquistato 20 bufali nel 2019 in Sudafrica, tramite un intermediario, senza peraltro sapere che appartenevano al presidente sudafricano. Per pagarli era andato in Sudafrica recando con sé più di mezzo milione di dollari in contanti che aveva regolarmente dichiarato all’arrivo all’O.R. Tambo International Airport di Johannesburg.

Mustafa ha anche detto però di non essere mai entrato in possesso dei capi di bestiame acquistati. Il Covid aveva impedito che fossero portati fuori dal Paese: “La loro consegna è stata rimandata più volte. Finora il denaro non mi è stato restituito, ma c’è un accordo per cui dovrei essere risarcito”.

Sta di fatto che il Sudafrica ha regole molto severe in materia di detenzione di valuta straniera. La legge prevede che ogni importo venga denunciato e depositato entro 30 giorni presso un ente autorizzato, ad esempio una banca. Se anche fosse vero che si tratta del pagamento del bestiame venduto all’estero, Ramaphosa comunque non poteva tenersi in casa tutto quel contante.

Niente impeachment

Inoltre ha mentito. I partiti all’opposizione per questo ne hanno chiesto l’impeachment e l’arresto. Ma l’unico vero rischio, nel suo caso, era che contro di lui si coalizzassero i suoi avversari all’interno dell’onnipotente Anc, il partito di cui è presidente e che detiene la maggioranza in parlamento dalla fine dell’Apartheid.

È così che nel 2018 il suo predecessore, Jacob Zuma, ha perso la leadership, accusato come lui di corruzione. Il 13 dicembre però, nonostante la defezione di alcuni parlamentari di Anc, la richiesta di impeachment è stata respinta.

Il partito di Mandela

Il 16 dicembre si è aperta l’Assemblea generale dell’Anc con il compito tra l’altro di eleggere il suo nuovo presidente. Quando Ramaphosa ha preso la parola all’apertura dei lavori, alcuni delegati lo hanno interrotto al grido “cambiamento, cambiamento”. Ma alla fine l’ha spuntata.

È stato rieletto alla carica di presidente e, quindi, automaticamente salvo sorprese, sarà lui il candidato dell’Anc alle prossime elezioni presidenziali che si svolgeranno nel 2024. “Il partito di Nelson Mandela è diventato un pozzo nero di corruzione, avidità e disonestà, da cima a fondo”, ha commentato il leader del partito Democratic Alliance, John Steenhuisen.

Gli avversari interni

Due anni però sono lunghi. Gli avversari di Ramaphosa e della sua fazione, fuori e dentro al partito, potrebbero formulare contro di lui nuove accuse. In effetti, in Africa l’accusa di corruzione è diventata il modo più facile e comune di attaccare i nemici perché è il reato più diffuso e le prove a carico si trovano, basta pagare e allacciare le giuste alleanze.

Un dettaglio significativo: Arthur Fraser è un alleato dell’ex presidente Zuma ed è stato rimosso dall’incarico quando Zuma è caduto in disgrazia.

Contanti anche in Nigeria

Cinque milioni o 580.000 dollari: sembrano grosse somme di denaro, ma sono poco più che spiccioli al confronto, ad esempio, degli oltre 43 milioni di dollari in contanti scoperti tempo fa in Nigeria in un appartamento di lusso di Lagos, l’ex capitale del Paese.

Erano ammucchiati per terra in una stanza spoglia. Inoltre 23,2 milioni di naira (la valuta locale) pari a 75 mila dollari e 27.800 sterline sono stati rinvenuti in alcuni contenitori nascosti nell’armadio di una camera da letto.

All’appartamento la polizia è arrivata grazie ad una denuncia nell’ambito di una operazione anticorruzione. Pochi giorni prima aveva trovato 817.000 dollari in un mercato e 1,5 milioni di dollari in un centro commerciale: in tutto, in un solo mese, 180 milioni di dollari.

La commissione d’inchiesta che si è occupata del caso ha dichiarato di “sospettare che tutti quei contanti fossero proventi di qualche attività illegale”. Molto del denaro sottratto alle casse dello Stato o comunque acquisito con mezzi illegali viene mandato all’estero, depositato in banche, investito in immobili e in attività economiche.

Ma bisogna tenerne tanto anche in patria, a disposizione per mantenere i costi di un alto tenore di vita e per corrompere, garantire la fedeltà dei dipendenti più stretti, consolidare ed estendere le reti clientelari, rimunerare e armare adeguatamente le scorte armate dalle quali dipendono la sicurezza di politici e uomini d’affari.