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Governo “comunista”, ecco le prove: addebita ogni suo fallimento alle vittime, cioè al popolo, e massacra i privati

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Ci hanno diffamato, signori della Corte, perché abbiamo definito “comunista” il governo, credendo di far loro cosa gradita: si vede che si vergognano di ciò che non ammettono, nondimeno, se tre indizi fanno una prova, andremo a presentare a sostegno della nostra tesi non tre ma trentatrè indizi, insieme a un paio di prove schiaccianti.

Un autorevole esponente della nomenklatura dei virologi, Pierluigi Lopalco, ha detto che occorre “modificare il rito”, in riferimento alle Messe cattoliche: deve essere lo stato, in poche parole, a definire limiti e lineamenti della fede popolare. Come in Unione Sovietica, in Cina eccetera. Il suddetto Lopalco è quello che usa twittare allegri vaticini sull’antieuropeista, sovranista Boris Johnson colpito dal coronavirus; subito gli mette il piacino il collega Roberto Burioni.

Il suddetto Burioni, prediletto dal postpiddino Renzi, ha ipotizzato una commissione, da affidare all’Ordine dei Giornalisti, per valutare, ed è un dolce eufemismo, la comunicazione in tema di vaccini e affini; ormai a pieno titolo nel cast di “Che tempo che fa”, stronca, da commissario del popolo, i colleghi di parere avverso.

L’altro scienziato, Walter Ricciardi, si distingue anche lui per cinguettii spericolati, tra i quali uno dove si vede gioisamente sfondare un simulacro di Trump a mazzate. Ricciardi, il nostro uomo (forse) all’OMS cinese, ma anche alla Ue tedesca, ha spinto per adottare il modello cinese, che tanta fortuna ha portato a Wuhan, e ha incolpato il sovranismo del contagio, forse per via esoterica.

Der superkommissar Domenico Arcuri ha manifestato tutto il suo disprezzo verso la dottrina liberale definendo “liberista da divano e da cocktail” chiunque osasse dissentire verso la sua misura statalista, stabilire un calmiere per le mascherine. Cosa che, nel più puro rispetto dell’economia sovietica, ha subito stroncato il relativo mercato, così che Arcuri si è visto costretto a promettere una integrazione da parte dello stato alle aziende colpite. Il che significa nuovi balzelli. Siamo al manuale dirigista, osservato con scrupolo indefesso.

La Kommissione dei Virologi ricalca un Politburo, anche per la concordia di forca che vi regna all’interno; più in generale, è la propensione di questo governo per le kommissioni, da regolare con altre kommissioni, da coordinare tramite superkommissioni, su su fino a disperdere competenze e responsabilità. È, per l’appunto, il verticismo comunista che, alla fine, addebita ogni fallimento alle vittime, cioè al popolo.

L’azione del governo in occasione dell’emergenza si è contraddistinta fin da subito per una spiccata sintonia con il continente-focolaio, la Cina: dapprima minimizzando e, insieme, accettando di occultare l’allarme così come preteso dall’OMS ossia dalla Cina; inoltre, abbracciando involtini primavera come se non ci fosse un domani (infatti non c’era, stava per finire). Poi continuando in un profluvio di burocrazia tipicamente ideologica dalla quale è emerso tutto il disinteresse, quando non l’avversione, per il comparto privato: piccole e medie imprese, artigiani, commercianti, partite Iva lasciati letteralmente nelle mani di Cristo.
Le funzioni religiose, di ogni genere, sono state subito vietate; non quelle dei rom, mentre nulla si è saputo circa i riti islamici in relative moschee.
Le misure sono state concordate col Papa ideologo, Bergoglio, tifoso del sistema cubano, il quale le ha successivamente ribadite arrivando a sconfessare platealmente i vescovi italiani che, dopo due mesi, chiedevano un ritorno almeno di facciata alla libertà di culto.

Nessun limite è giunto circa la tassazione, le bollette, i tributi. Attacchi al “liberismo” quanti se ne vogliono, argine ai prelievi, zero via zero. E si spiega: lo stato statalista, dirigista, burocratico ha bisogno di sempre nuovo sangue, da spremere dalle vene dei cittadini. Anche in emergenza. Soprattutto in quella.

La resa senza condizioni all’Ue, al meccanismo usurario del Mes, è stata celebrata dal ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, più apprezzato come stornellatore di “Bella Ciao”.

Lo stornellatore di regime in questa tremenda prova per il Paese è emerso nell’austera figura di Francesco Guccini, il quale, il 25 aprile, ha regalato una versione remix di “Bella Ciao” in cui considera l’opposizione, già impotente di suo, un intruso, qualcosa da cacciare. Nel più puro stile maoista leninista.

Il 25 aprile ha visto la sola franchigia per: militanti dell’Anpi, centri sociali, cortei più o meno organizzati. Tutti con l’autocertificazione “Bella Ciao”. Gli altri, inscatolati sui balconi, come al solito, e tenuti ad applaudire.

I media di regime, i commentatori di riferimento, gli istrioni a libro paga, i guitti al guinzaglio si sono uniti nel coro moralisteggiante: virus grande occasione, cambiare tutto, superare il capitalismo, ritornare alla società feudale, presociale, un altro mondo è non solo possibile ma a questo punto doveroso, è tornata a galla anche Greta, certa che il virus è colpa del sovranismo fascista (sic).

Da Londra, il supermanager Colao, che nessuno ha capito a cosa sia servito, regala orientamenti e indicazioni: basta auto e pure trasporti pubblici, tutti in bicicletta. Mezzo ecologico e popolare per eccellenza, al punto che il governo ha annunciato stanziamenti per il relativo acquisto, nel palese intento di cinesizzare il Paese. Però no Cina di Deng: Cina di Mao.

Gli ex rivoluzionari, i tifosi del sovversivismo, i possibilisti delle Brigate Rosse, gli apostoli del casino, i predicatori dell’insurrezione, gli alfieri della lotta di popolo, i paladini dell’antagonismo, le lance della rivoluzione, le avanguardie dello spontaneismo, per la prima volta tutti zitti; anzi, ora teorizzano “la libertà di obbedire”. A cosa? Ma è chiaro: al migliore dei regimi possibli (secondo loro). Rivoluzionari non da divano, ma da cortile.
L’eloquio del premier, che non tollera domande ma solo incensamenti, è più fumoso di una relazione del Pcus. Dire niente per dire niente.

Fin qui gli indizi, signori della Corte. Adesso, le due prove regine, le pistole fumanti. La prima: un tale disastro, su tutti i fronti, in tutti i sensi, senza eccezioni, senza luci, senza un accidente da salvare, poteva scatenarlo solo un governo comunista. Tanto è vero, e siamo alla seconda prova schiacciante, che è difeso, millantato, taroccato dai fogli che fanno opposizione all’opposizione, come il compagno Guccini, e si scandalizzano che esista, su tutti la Pravda alla vaccinara, il Fatto Quotidiano di Travaglio e i suoi palafrenieri. Uno che voleva rifare “la destra nobile di Montanelli”, e ha finito per rifare Lotta Continua di Sofri con mezzo secolo di ritardo. Capovolgendo l’intuizione del loro sociologo preferito, Carlo Marx, la storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di farsa, la seconda di tragedia. Ci siamo: arriva la fase 2.