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In tre proposte tutta la demagogia e la distanza dagli elettori del governo giallo-rosso

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Una stagione pessima per chi, qualche mese fa – quando i colori del governo non erano il giallo e il rosso odierni, ma al posto del caldissimo rosso c’era il più “freddo” e “pericoloso” verde, per alcuni simile al nero più cupo – a reti unificate lanciava appelli, promuoveva manifesti e invocava le piazze contro il “mostruoso” Salvini. Il Pd, vera vittima dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, sembra essere inglobato da quest’ultimo. Parte debole della coalizione di governo, fermo in una impasse dovuta agli eterni giochi tra correnti di partito (a dire il vero immobilizzato delle manovre di un astuto e cinico Matteo Renzi), appare incapace di proporre una iniziativa politica che possa convincere il proprio elettorato, ormai disincantato, a continuare a riporre fiducia nel partito.

Il vuoto programmatico, la mancanza di idee vengono malcelati da proposte politiche ambigue e lontane dalle esigenze degli italiani. Così il dibattito in tv viene di nuovo riempito da proposte demagogiche come il ritorno al proporzionale puro, l’inserimento del vincolo di mandato (da Burke a Casaleggio, evidentemente non sempre l’evoluzione porta beneficio) o l’abbassamento dell’età prevista per l’elettorato attivo a 16 anni. Tre proposte che dicono molto sulla natura posticcia di questo accordo di governo.

‌L’eventuale ritorno ad una legge proporzionale pura permetterebbe ai partiti di maggioranza di governare insieme anche in futuro, tramite accordi post elettorali anche con eventuali nuove sigle (in primis Italia Viva), arginando potenzialmente i partiti di destra.

‌L’abolizione del divieto di vincolo di mandato, sogno proibito dei grillini, potrebbe realmente destrutturare la nostra democrazia rappresentativa, riducendo così la libertà degli eletti nell’esercizio delle funzioni parlamentari. Modifica che renderebbe deputati e senatori mere pedine revocabili dal corpo elettorale, costituendo un discrimine ulteriore rispetto al quadro costituzionale, già oggi non del tutto rispettato, considerando la morsa dei gruppi sui parlamentari che di fatto aggira il vincolo di mandato previsto dall’articolo 67, lasciando ben poco spazio all’abilità del singolo e al dissenso individuale.

‌Il voto ai sedicenni invece appare più una scelta tattica, mossa dall’idea che i giovani, tutti di sinistra e benpensanti, votino i partiti “giusti” (si sottovalutano, a nostro avviso, la forte incidenza dei partiti di destra nelle scuole e il contestuale ridimensionamento delle associazioni studentesche di sinistra). Bisognerebbe più che altro abbassare l’età per essere eletti alla Camera dei deputati, permettendo alle migliori menti di entrare in politica e riavvicinarsi ad essa, per cambiare il presente concretamente, non con i cartelloni e i pennarelli.

Non poteva mancare, e non manca, nel silenzio dei costituzionalisti, il taglio del numero dei parlamentari, primo punto nell’agenda dei seguaci di Casaleggio. Come scritto in precedenza su Atlantico, una semplificazione dei meccanismi parlamentari, una riduzione della burocrazia, un paletto che permetta davvero a chi è più preparato di entrare in Parlamento, occorrerebbe davvero. Al contrario, una riduzione numerica dei parlamentari mossa da ben diverse motivazioni – uno sfoltimento funzionale alle malsane logiche di rafforzamento degli istituti di democrazia diretta – andrebbe a destrutturare il nostro sistema istituzionale a favore di una pericolosa deriva plebiscitaria. ‌La Lega non è più al governo ed evidentemente tutto ciò imbarazza meno le Gruber, i Fazio e i Saviano, di un costume da bagno colorato.