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La guerra ideologica contro gli idrocarburi: nuova vita per i Diesel?

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La guerra ideologica contro gli idrocarburi, che conosce ormai radici datate (basti pensare alle aspettative riposte nel motore a idrogeno agli inizi degli anni Duemila, peccato che l’idrogeno venisse prodotto dal petrolio), è giunta ad un nuovo esilarante capitolo di lucida follia.

A partire dal 2019 il Comune di Milano, su proposta dell’attuale maggioranza espressa da Pd e Sinistra italiana, ha introdotto un divieto progressivo per i motori a combustione diesel che, nell’arco di 10 anni, porterà bene o male alla dismissione di tali veicoli dal territorio cittadino. Tutti, senza distinzione di euro 1, 2, 3 o vai a sapere, verrebbero vietati anche se dal tubo di scappamento invece degli NOx (gli inquinanti incriminati dello scandalo del dieselgate) sgorgasse Amarone della Valpolicella o si spillasse dell’ottima birra belga.

Questa eroica battaglia per il proletariato di Milano Centro, che non si farà sfuggire la ghiotta occasione di poter dire di essersi messo in regola con le ordinanze comunali, in sella ad una nuova auto ibrida rossa fiammante, si è però dovuta scontrare con l’annuncio, poche settimane dopo (ah, la fortuna!), del presidente del board di Bosch, Volkmar Denner, che ha rivelato progressi senza precedenti nella riduzione delle emissioni dei futuri motori diesel, si parla addirittura della soglia di un decimo rispetto a quanto previsto dalla legislazione europea.

E tutto ciò senza lo sviluppo di componenti aggiuntivi o di nuova generazione ma semplicemente modificando l’ordine del già complesso sistema di scarico sviluppato per ridurre gli inquinanti prima che i fumi vengano espulsi nell’atmosfera.

Quello che sembra un banale eccesso di zelo dell’amministrazione cittadina denuncia però una realtà che si è andata via via consolidando presso il legislatore e che riguarda, al solito, la sovraregolamentazione e le pretese di un certo tipo di politica di riuscire a sapere esattamente quale è la strada giusta e quale il momento più opportuno per lo sviluppo di una certa tecnologia o di un dato settore economico, solo perché essi sembrano più vicini alla propria opinabile e soggettiva visione del futuro prossimo.

Se da un lato è infatti doveroso un controllo da parte di un ente terzo, che si faccia garante di uno sviluppo quanto più possibile “sostenibile” nei risultati e attento alla salute della comunità entro la quale si dispiega, dall’altro è anche bene che i paletti di questo controllo siano rigidamente definiti e non ingeriscano su questioni che difficilmente esso può comprendere fino in fondo e dirigere; ovvero l’innovazione e la capacità delle aziende di capire quale strada seguire e come farlo per trovare la soluzione migliore per rispondere alle esigenze di un regolatore intelligente e del mercato.

Operativamente cosa può voler dire? Ad esempio fissare i limiti di emissione, accertarsi che questi vengano rispettati e lasciare poi che il come questo venga fatto lo decidano i produttori stessi, quelli più competitivi rimarranno sul mercato innovando mentre gli altri per mancanza di disponibilità o di stimoli lo dovranno abbandonare. E questo senza che un consiglio comunale pretenda di occuparsi di tutto: di chi deve produrre, come deve produrre e perché deve produrre, rischiando alla fine di fare solamente danni al settore che difficilmente verranno recuperati.