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La sinistra che oggi apre il porto di Taranto alla Cina, anni fa lo chiuse agli Usa

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Le mani della Cina sul porto di Taranto? Un’interrogazione parlamentare e, probabilmente, l’interessamento del Copasir. La notizia, infatti, riportata ieri da il Giornale, ha allarmato il vicepresidente Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), che l’ha prontamente ritwittata. La Ferretti Group, italiana di nascita oggi posseduta all’86 per cento dalla cinese Weichai Group, è pronta ad un importante investimento di cantieristica nautica nell’area del porto di Taranto. Un insediamento sponsorizzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione economica e agli investimenti, il 5 Stelle Mario Turco, convinto da tempo che il rilancio del porto di Taranto passi per la Via della Seta marittima. Il deputato pugliese di Forza Italia Mauro D’Attis preannuncia un’interrogazione, intravedendo “grandi manovre” da parte di Pechino “per mettere le mani” sul porto ionico, sede tra l’altro di una base Nato.

Riporta sempre il Giornale che tra marzo e aprile il colosso statale cinese CCCC (China Communication Construction Company), già firmatario di intese con i porti di Trieste e Genova nell’ambito degli accordi collaterali al memorandum sulla nuova Via della Seta, ha donato in totale 4 mila mascherine all’Autorità portuale di Taranto.

Ma il porto di Taranto è nel mirino dei cinesi non da oggi. Del settembre scorso, infatti, l’annuncio della collaborazione tra i turchi di Yilport, che hanno in concessione per i prossimi 49 anni il terminal container dello scalo tarantino, e la Cosco, il gigante cinese della logistica che ha già messo le mani sul porto del Pireo in Grecia.

Nel novembre scorso, come riportavamo su Atlantico Quotidiano, a Shanghai per il China International Import Expo (CIIE) il ministro degli affari esteri Luigi Di Maio annunciava la firma di un accordo tra il porto di Trieste e CCCC per lo sviluppo di zone industriali sino-italiane, sottolineando l’interesse dei cinesi anche per i porti di Genova e Taranto: “A Pechino sono interessati a investire da noi per la Via della Seta marittima, guardano anche a Taranto”.

Sarebbe in qualche modo la chiusura di un cerchio. Un governo di sinistra spalanca oggi i cancelli del porto di Taranto alla Cina, come un altro governo di sinistra qualche anno fa li chiuse ad un promettente progetto che invece guardava agli Stati Uniti.

Stiamo parlando di un progetto per il porto di Taranto promosso tra il 2004 e il 2007 dalla Westlands Securities di Giulio Occhionero (sì, lo stesso Occhionero del caso EyePyramid, di cui abbiamo più volte parlato riguardo il lato italiano dello Spygate). Un progetto molto ambizioso, spiega l’ingegnere ad Atlantico Quotidiano, che mirava a far diventare Taranto “il primo hub portuale europeo per stoccaggio di container e uno dei più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico”.

Partner industriali la Automated Terminal System, una società americana contractor del Pentagono, che avrebbe fornito la tecnologia, un sistema di calcolo e di algoritmi in grado di stoccare i container su 7 livelli anziché su 5, e la anglo-americana Halcrow, grande società di ingegneria che aveva già pronto un piano di dragaggi per approfondire i fondali in modo che il porto potesse accogliere le Post-Panamax, le più grandi navi portacontainer. A finanziare il progetto la banca d’affari Bear Stearns, poi acquisita da JP Morgan, e la Royal Bank of Scotland. Investimenti privati, non un euro di soldi pubblici, per circa un miliardo di euro in 5-7 anni. L’ambasciata americana (all’epoca c’era l’ambasciatore Mel Sembler) aveva manifestato grande interesse e il Dipartimento del Commercio Usa seguiva il progetto con molta attenzione.

Era tutto pronto, ricorda Giulio Occhionero, ma tutto si fermò quando nel 2007 presentò la domanda di concessione all’Autorità portuale di Taranto. Michele Conte, allora presidente dell’Autorità portuale, vicino a Rifondazione Comunista, la rigettò senza nemmeno riunire il comitato portuale. All’epoca alla guida della Regione Puglia c’era Nichi Vendola e a Roma il secondo Governo Prodi. A Taranto, ricorda Occhionero, c’era anche l’attuale ministro Francesco Boccia, dal 2006 al 2008 commissario liquidatore e presidente dell’organo straordinario di liquidazione del dissesto finanziario del Comune, e nel Governo Prodi capo del Dipartimento per lo sviluppo delle economie territoriali.

Per Occhionero la stessa sinistra che oggi non vede l’ora di regalare il porto di Taranto ai cinesi, allora “voleva sabotare gli americani”. “Per capacità e transmodalità, potenziando le ferrovie, sarebbe diventato lo snodo principale del commercio europeo, secondo me e secondo il Dipartimento del Commercio Usa”. Evidenti le finalità commerciali e militari per il governo americano, ma sarebbe stata un’occasione anche per le industrie italiane della difesa. “Sarebbe stato un combinato di civile, commerciale e militare, e noi avevamo realizzato la finanza”.