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La svolta moderata e i candidati “civici” non pagano, l’astensione punisce il centrodestra diviso e incerto

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Si conferma una tendenza in atto da anni: ovunque nel mondo occidentale i grandi centri urbani votano a sinistra. Candidati mosci, poche idee, identità annacquata: gli elettori che mancano al centrodestra sono quelli rimasti a casa. I ‘deplorables’ lasciati senza rappresentanza. Non la loro ‘moderazione’ li ha tenuti lontani dalle urne, ma rabbia e rassegnazione per un voto percepito sempre più come tradito e inutile. Ad un centrodestra copia del Pd gli elettori preferiscono l’originale, o restare a casa…

La sconfitta del centrodestra era annunciata e si è materializzata. Con un parziale di 3 a 0 nelle grandi città, che potrebbe diventare tra due settimane un 5 a 1. Molto difficili infatti i ballottaggi di Roma e Torino, troppo ristretto il margine di vantaggio di Michetti su Gualtieri, che può più facilmente pescare tra gli elettori di Calenda e Raggi. Per non parlare dell’umore politico, con il Pd sulle ali dell’entusiasmo (occhio, persino eccessivo). Per il centrodestra molte delle sue residue chance dipenderanno dalla capacità non tanto di sedurre gli elettori di Calenda e Raggi (fatica per lo più sprecata), ma di convincere quella metà di romani che è rimasta a casa al primo turno, in particolare nelle periferie.

Il centrodestra ha chiaramente sbagliato le candidature. Il dato dell’affluenza è emblematico: se crolla, come è crollato nelle grandi città chiamate al voto (-7 punti percentuali a Milano e Napoli, -8 a Roma e Bologna, -9 a Torino), significa che come opposizione non hai saputo mobilitare il tuo elettorato potenziale, rappresentare un’alternativa allettante rispetto alle amministrazioni uscenti.

Se questo è in parte comprensibile in città bene o male amministrate, come Milano, lo è molto meno in città completamente allo sbando come Roma. Qui l’affluenza è in calo soprattutto nelle periferie, dove i cittadini sono più esposti al degrado e ai disservizi, al disagio economico e sociale. Eppure, proprio questi quartieri si sono recati al voto in misura minore rispetto ai municipi del centro, quelli della “sinistra Ztl”.

Soprattutto nelle periferie, che nel 2016 avevano premiato il Movimento 5 Stelle, l’elettorato che ha abbandonato il sindaco uscente Raggi (come a Torino quello orfano della Appendino) anziché buttarsi a destra, o è tornato a casa (Pd) o a casa (la propria) c’è rimasto, i candidati di destra non sono riusciti a intercettarlo in modo significativo. Vedremo se sapranno fare meglio al ballottaggio.

Candidare Salvini e Meloni rispettivamente a Milano e Roma avrebbe significato, a prescindere dal risultato, tagliarli fuori dalla leadership nazionale e al momento, pur con tutti i loro difetti, sono gli unici leader su cui il centrodestra può contare. Quindi, chi – anche tra i commentatori di area centrodestra – sostiene che dovessero candidarsi, o pecca di ingenuità o è proprio quello l’esito che desiderava, farli fuori dal campo di gioco nazionale.

Ciò detto, è evidente che servissero candidati politici. L’impasse sulla scelta dei candidati e le figure inadeguate scelte in ritardo rispetto ai concorrenti denotano una preoccupante incapacità di esprimere una classe dirigente e una mancanza di coraggio nel mettersi in gioco.

Alla debolezza dei candidati, si somma un momento di incertezza strategica. Non solo due pezzi di centrodestra fanno parte del governo Draghi e un pezzo è rimasto all’opposizione, quindi divergono nella linea politica e nella comunicazione all’opinione pubblica, ma soprattutto è sempre più manifesto il divaricamento tra LegaSalvini e LegaEuro ne abbiamo parlato più volte su Atlantico Quotidiano – all’interno di quello che fino a poco tempo fa era il primo partito della coalizione, che alimenta confusione e spaesamento nell’elettorato. Per fare un esempio, votare in Cdm tutte le restrizioni anti-Covid e lamentarsene all’esterno è una schizofrenia che delude entrambe le posizioni del proprio elettorato, “aperturista” e “chiusurista”.

Serve chiarezza circa l’esistenza stessa di una coalizione di centrodestra, perché per qualcuno sembra diventata un taxi: serve solo quando si tratta di governare a livello locale, mentre a livello nazionale sono ormai dieci anni che i tre principali partiti non governano insieme e prendono strade diverse anche quando sono all’opposizione, finendo alcuni per sostenere governi di sinistra. Una finzione che non può durare per sempre… Ad un centrodestra che sembra aver smarrito persino una netta linea anti-tasse, e che crede nel potere salvifico della spesa pubblica e dei fondi europei, serve un dibattito di idee e principi (si legga a proposito l’ultimo libro di Daniele Capezzone in uscita oggi, “Per una nuova Destra”).

Tuttavia, come parziale attenuante, va tenuto conto anche di un trend strutturale in atto da alcuni anni, almeno un decennio: ovunque nel mondo occidentale la sinistra stravince e governa in tutti i grandi centri urbani, mentre i partiti conservatori spesso non riescono nemmeno a toccare palla. Basti pensare a Londra, dove i Tories non sono stati più in partita dai tempi di Boris Johnson, a Parigi o alle grandi città tedesche (fa eccezione per il momento Madrid). Per non parlare delle grandi città americane, tutte nelle mani dei Democratici anche negli stati più “rossi”. Come oggi in Italia, dove il centrodestra governa in quasi tutte le Regioni e la sinistra nelle città capoluogo.

Anche alle ultime elezioni europee, quelle della Lega al 34 per cento e del centrodestra vicino al 50, nelle grandi città la sinistra era comunque avanti. Non è una difficoltà solo del centrodestra italiano dunque, ma di tutti i partiti conservatori occidentali, che non riescono più ad essere competitivi nei principali centri urbani. È questo il riflesso del profondo divide – culturale più che economico – tra grandi centri e provincia. Nei primi sono concentrati i ceti medio-alti, l’accademia, gli apparati pubblici, l’aristocrazia statale-amministrativa.

La debolezza dei candidati scelti dai leader del centrodestra e le incertezze strategiche a livello nazionale si sono quindi inserite in un trend consolidato, accentuandolo.

Ora partirà, anzi è già partito, il giochino a imputare al ‘sovranismo’ e al supposto ‘becerismo’ di Salvini e Meloni la sconfitta, e in gran parte gli stessi politici e commentatori di area centrodestra vi parteciperanno, contribuendo a potenziare lo spin della sinistra: si dirà che ha perso il centrodestra che ha strizzato l’occhio ai no-vax, ai no-green pass, ai razzisti e ai fascisti, insomma agli impresentabili di ogni risma, i deplorables. E darà fiato alle trombe chi invoca una svolta moderata ed europeista.

Ma questa è una rappresentazione che non ci convince nemmeno un po’. Chi ha già compiuto quella svolta, come il Movimento 5 Stelle, quasi sparisce. Chi la sta attuando, come la Lega, arretra. Il risultato delle elezioni europee del 2019, le elezioni regionali del 2020, che hanno fatto tremare la sinistra nei suoi feudi, sono attribuibili ad una chiara linea politica. Di chi è figlio invece il risultato delle amministrative di ieri?

Innanzitutto, guardiamo ai candidati sindaco. Nessuno era un facinoroso e becero sovranista o no-vax. Moderati come Occhiuto e Dipiazza hanno fatto molto bene in Calabria e a Trieste, ma gli altrettanto moderati Bernardo a Milano (primario di pediatria al Fatebenefratelli) e Maresca a Napoli (un magistrato!) hanno fallito clamorosamente. Lo stesso Michetti a Roma, indicato da Fratelli d’Italia, almeno nel linguaggio, forbito di tecnicismi da amministrativista, ha le sembianze del tecnico compassato più che del capo-popolo. Semmai, proprio in questo ha sbagliato il centrodestra, nell’inseguire la sinistra sulla moda dei candidati “civici” e “tecnici”.

Sembra quasi che per ricevere la patente di presentabilità i partiti di centrodestra debbano assomigliare al Pd, ma gli elettori non sembrano pensarla in questo modo e, guarda caso, più si sforzano di somigliare al Pd e meno sono competitivi.

Dunque il centrodestra ha perso le sfide dove poteva giocarsela ed è in difficoltà dove avrebbe potuto vincere, perché non abbastanza “moderato”, o al contrario perché troppo remissivo?

La nostra lettura è che la rabbia e la disillusione, la rassegnazione, abbiano tenuto lontani dalle urne oltre la metà dei cittadini delle grandi città, non una loro richiesta disattesa di “moderazione”. Se il centrodestra, come dicono, è stato più penalizzato dall’astensionismo, è però difficile sostenere che quelli rimasti a casa fossero elettori moderati. Più probabilmente elettori agli occhi dei quali questo centrodestra non rappresenta nemmeno lontanamente la speranza di una vera alternativa al sistema di potere della sinistra. Anzi, sta facendo anticamera per entrarvi a farne parte.

Peggio, la nostra sensazione è che in questo astensionismo ci sia qualcosa di più profondo: non solo un difetto di proposta politica, ma una sfiducia nella democrazia. Si sta sempre più insinuando in una gran parte di elettori la percezione della totale inutilità del voto. Gli ultimi anni hanno mostrato a questi elettori che votare per proposte politiche diverse dal Pd e i suoi satelliti non serve a incidere sull’azione di governo e istituzioni. E non si sentono solo esautorati, ma anche disprezzati.

La legislatura iniziata nel 2018 ha imboccato quasi subito un corso oggettivamente opposto alle indicazioni emerse dalle urne. E qualcosa di molto simile era già avvenuto nel 2011 e nel 2013-14. Sappiamo che ciò è stato in parte dovuto alla difficoltà di formare una maggioranza coerente in Parlamento, ma prima l’esclusione preventiva della coalizione di maggioranza relativa (il centrodestra con il 37 per cento dei voti), poi le forzature del governo Conte 2 e del governo Draghi – tutto pur di impedire che fossero i cittadini a sciogliere i nodi politici che i partiti non erano stati in grado di sciogliere – hanno rafforzato la percezione di un tradimento della volontà popolare.

Non solo – va detto – per le manovre legittime di chi, a Roma o a Bruxelles, ha interesse a bloccare e neutralizzare le istanze di cambiamento per conservare gli assetti di potere esistenti, ma anche per responsabilità delle forze politiche che avevano raccolto consensi maggioritari in nome di quelle istanze e di una avversione radicale all’establishment. In un batter di ciglio i 5 Stelle, pur di sopravvivere, si sono messi al servizio di quell’establishment e la Lega, pochi mesi dopo, sembra aver iniziato lo stesso percorso alla corte di Draghi. Un trasformismo nei palazzi che si trasforma in sfiducia e astensionismo nelle urne.