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La trappola della neutralità: a Kiev servono garanti occidentali. Putin verso una vittoria mutilata?

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Che tipo di neutralità per Kiev? Una versione “occidentale”, sul modello di Austria e Svezia, o protettorato di Mosca?

I colloqui tra Ucraina e Russia si stanno trasformando in negoziati veri? C’è da auspicarlo, ovviamente, ma occorre non farsi travolgere dal wishful thinking. Dalle tracce (forse prematuro definirla bozza di accordo) riportate ieri dal Financial Times si direbbe comunque che le trattative stanno entrando nel vivo.

Da qualche giorno avevamo notato come nelle loro dichiarazioni pubbliche il presidente Zelensky e i suoi collaboratori tendevano a minimizzare sempre di più le possibilità dell’Ucraina di entrare a far parte della Nato. Già una settimana fa, dichiarava di aver “raffreddato da molto tempo” il suo entusiasmo per l’ingresso nella Nato, dopo aver capito che “non è pronta ad accettare l’Ucraina, quest’alleanza ha paura delle controversie, ha paura di uno scontro con la Russia”. La svolta coincideva più o meno con la presa d’atto di aver ricavato il massimo dell’aiuto dall’Occidente – in termini militari e di sanzioni alla Russia – e che una no-fly zone o la fornitura di jet da combattimento non sono sul tavolo.

Martedì il presidente ucraino è stato ancora più esplicito: “È chiaro che l’Ucraina non è un membro della Nato. Lo capiamo questo. Per anni abbiamo sentito parlare di presunte porte aperte, ma abbiamo sentito dire che non possiamo entrarci. E questo è vero, dobbiamo ammetterlo”. Molti hanno superficialmente osservato che se Zelensky avesse pronunciato questa frase un mese fa, avrebbe evitato la guerra e i sacrifici della popolazione ucraina. Ma non dimentichiamo che la richiesta di Putin prima dell’invasione non era solo né principalmente a Kiev, ma a Washington: pretendeva dagli Usa una “garanzia giuridicamente vincolante” della non adesione dell’Ucraina alla Nato e della rinuncia ad ulteriori allargamenti, una richiesta impossibile (nemmeno a Yalta furono accordate simili garanzie all’Urss sull’Europa orientale), avanzata solo per farsela rigettare e avere un pretesto per una invasione pianificata da tempo. In ogni caso, non era qualcosa che si poteva concedere a Putin gratis, non nei termini in cui la pretendeva.

Ieri il ministro degli esteri russo Lavrov ha riferito che i colloqui si stanno concentrando sulla neutralità dell’Ucraina e proprio questa è al centro del piano tratteggiato dal Financial Times. Ucraina e Russia avrebbero compiuto “progressi significativi su un piano di pace in 15 punti che include un cessate-il-fuoco e il ritiro russo se Kiev dichiara la sua neutralità e accetta limiti alle sue forze armate”. La rinuncia all’ingresso nella Nato e l’impegno a non ospitare sul suo territorio basi o armamenti stranieri.

Sul punto della neutralità, ieri mattina era filtrato che essa potrebbe basarsi sul modello di Svezia e Austria. Non ci è chiaro quale delle due parti abbia evocato per prima questi due Paesi. Inizialmente, era stato riportato che negoziatori russi avevano riferito che l’Ucraina stava proponendo uno status neutrale sul modello di Austria e Svezia. Ma poi è giunta la notizia che Kiev aveva rifiutato Austria e Svezia come modelli della sua neutralità e il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dichiarava che una neutralità dell’Ucraina basata sullo status di Austria e Svezia è “una opzione che ora viene discussa e può essere considerata un compromesso”.

La sensazione è che possa esserci stato da parte russa il tentativo di ottenere da Kiev un sì di principio alla neutralità pur senza entrare nel dettaglio di cosa significhi in concreto, mentre è proprio nei dettagli che si nasconde il diavolo…

In ogni caso, è bene intenderci: Svezia e Austria non fanno parte della Nato ma hanno un loro esercito e sono entrambe membri dell’Unione europea. Dunque, il riferimento a questi due Paesi significherebbe non chiudere all’Ucraina la prospettiva di legami più stretti con l’Occidente, fino all’adesione all’Ue.

Il che però contrasterebbe con la richiesta da parte russa di smilitarizzazione del Paese e con le reiterate affermazioni del presidente Putin secondo cui Kiev è Russia. Se con “neutralità” Mosca intende anche smilitarizzazione e non adesione all’Ue, come sembra, dev’essere chiaro che si parla d’altro, non di Svezia e Austria.

Ma Kiev sembra avere ben presente la trappola che si nasconde dietro il principio in apparenza innocuo di “neutralità” e cerca garanzie concrete della sua sovranità, integrità e indipendenza. Una neutralità che fosse “garantita” solo dalla parola della Russia, lo stato aggressore che prima con l’annessione della Crimea nel 2014, ora oggi, ha violato le garanzie sottoscritte nel Memorandum di Budapest del 1994, non sarebbe vera neutralità ma costante minaccia, quindi sottomissione.

Per questo Kiev in cambio della neutralità, della rinuncia alla Nato, chiede che potenze terze si facciano garanti della sua sicurezza: Stati Uniti, Regno Unito e Turchia. Con impegni concreti, più stringenti di quelli previsti nel memorandum citato, che non ha evitato l’aggressione russa.

“Noi proponiamo un ‘modello ucraino di garanzie di sicurezza’ – ha spiegato al Financial Times Mykhailo Podolyak, negoziatore e consigliere di Zelensky – il che implica la partecipazione immediata e legalmente verificata di un certo numero di Paesi garanti in difesa dell’Ucraina se qualcuno viola nuovamente la sua integrità territoriale”, nonché la certezza di mantenere il proprio esercito.

È chiaro, e lo evidenzia anche il Financial Times, come proprio la natura di queste garanzie occidentali sulla sicurezza dell’Ucraina siano un punto decisivo rispetto alla sovranità di Kiev e per questo è difficile che Mosca acconsenta. Ma è una cartina di tornasole delle reali intenzioni russe. Queste garanzie, infatti, scatterebbero solo se l’Ucraina venisse attaccata, non implicherebbero in alcun modo la partecipazione di Kiev in un eventuale conflitto tra la Russia e i Paesi garanti dalla parte di questi ultimi, come prevederebbe l’articolo 5 della Nato. Quindi, se il problema era davvero solo l’appartenenza di Kiev alla Nato, Mosca non dovrebbe avere problemi con queste garanzie. Viceversa, se l’obiettivo è fare dell’Ucraina un protettorato, la bielorussificazione, allora esse sono chiaramente un ostacolo.

Ma la neutralità non è ovviamente l’unico snodo del negoziato, ci sono anche le questioni territoriali. Al Financial Times, Podolyak ha detto che qualsiasi accordo prevederà che “le truppe russe in ogni caso lascino il territorio dell’Ucraina” occupato dall’inizio dell’invasione, il 24 febbraio, quindi le regioni meridionali lungo il Mar Nero e il Mar d’Azov e i territori a nord ed est di Kiev e Kharkiv.

Ma il punto più critico, osserva il quotidiano, rimane la richiesta della Russia che l’Ucraina riconosca l’annessione della Crimea e l’indipendenza delle due repubbliche del Donbass, già riconosciuta da Mosca. Finora Kiev ha rifiutato, ma ora sembra disposta a trattare la questione separatamente, ha detto Podolyak: “I territori contesi e in conflitto sono un caso separato. Per ora stiamo parlando di un ritiro garantito dai territori che sono stati occupati dall’inizio dell’operazione militare il 24 febbraio”.

La nostra lettura è che il piano delineato per sommi capi sul Financial Times possa essere una proposta di compromesso fatta filtrare da Kiev a mezzo stampa, in modo da non dare per acquisite le sue concessioni sulla neutralità. Podolyak in un tweet quasi lo rinnega come posizione ucraina: “il FT ha pubblicato una bozza, che rappresenta la posizione negoziale della parte russa. Niente di più. La parte ucraina ha le sue posizioni. L’unica cosa che confermiamo in questa fase è un cessate-il-fuoco, il ritiro delle truppe russe e garanzie di sicurezza da un certo numero di Paesi”.

E forse, più che a Mosca, il messaggio via FT potrebbe essere rivolto alle capitali occidentali, perché si facciano coinvolgere almeno come garanti della sicurezza futura dell’Ucraina, nel momento in cui Kiev rinuncia alla Nato e accetta uno status di neutralità.

Da parte ucraina c’è scetticismo circa la volontà del presidente Putin di lavorare ad un accordo di pace e la preoccupazione è che Mosca stia usando le trattative, mostrandosi disponibile ad una soluzione diplomatica, per comprare tempo, riorganizzare le sue forze e rilanciare con più efficacia la sua offensiva.

Anche nel suo discorso televisivo di ieri Putin ha usato toni tutt’altro che concilianti, assicurando che la Russia raggiungerà tutti i suoi obiettivi nel conflitto in Ucraina. Eppure, sia dalle parole di Peskov e Lavrov, sia dal discorso dello stesso Putin, focalizzato sulla difesa del Donbass, non è da escludere un ripiegamento rispetto ai proclami iniziali, quando rivendicava in pratica l’intera Ucraina, cui non riconosceva nemmeno il diritto alla sovranità, proclamava solennemente l’appartenenza di Kiev alla Russia e nemmeno troppo velatamente mirava alla deposizione dell’attuale leadership ucraina.

Non è da escludere, dopo una presa d’atto delle difficoltà sul campo e in casa, causa sanzioni, che Putin si stia preparando a vendere una vittoria dimezzata come una vittoria completa, secondo i piani. Il che non significa che rinuncerà a conseguire i suoi obiettivi, ma che le difficoltà del momento gli suggeriscono un ripiegamento tattico e una versione più realistica di vittoria.

Dunque, delle due l’una: o Putin si è reso conto che ci vorrebbero mesi per conseguire i suoi obiettivi e di non avere tutto questo tempo; oppure, al contrario, se l’avanzata procede secondo i piani, non c’è ragione di cercare un accordo prima di aver preso l’intera costa sul Mar Nero e sul Mar d’Azov – territori di evidente interesse strategico oltre il Donbass, a giudicare dai movimenti di truppe – e di aver almeno tentato la caduta di Kiev o del governo ucraino.

Come abbiamo più volte spiegato su Atlantico Quotidiano, l’obiettivo di Putin non è solo assicurarsi la neutralità di Kiev, che non entri nella Nato, questo è un corollario, ma è il controllo politico dell’Ucraina, in modo da arrestare lo scivolamento politico, culturale ed economico del Paese verso Occidente e, possibilmente, invertirlo verso Oriente. Quello che Putin vuole non è uno stato cuscinetto, è una sfera di influenza.

Qualsiasi formula che non garantisse a Mosca il controllo politico dell’Ucraina sarebbe per Putin una sconfitta, per quanto temporanea. Se la neutralità di Kiev sarà sul vero modello di Svezia e Austria (adesione all’Ue e proprio esercito), e garantita anche da Usa e Uk, per Putin sarà una sconfitta, che cercherà di presentare come vittoria sbandierando la rinuncia all’ingresso nella Nato, il Donbass e la Crimea (che aveva già). In questo caso, la resistenza ucraina non sarà stata un sacrificio inutile, ma la premessa per conservare la propria sovranità, e il mix di aiuti militari e sanzioni decisivo per lo meno ad abbassare le pretese russe. Viceversa, se il conflitto si concludesse con una neutralità di Kiev che preveda smilitarizzazione, non adesione all’Ue e nessuna garanzia occidentale sulla sua sicurezza, il Cremlino potrebbe cantare vittoria.