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Le vie legali per Trump sono strette, ma il voto per posta e la censura dei media sono molotov sulla democrazia Usa

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Sentiero in salita, ma prima buona notizia per Trump dalla Corte Suprema sul caso Pennsylvania.
Inquietante la decisione dei network Usa di non trasmettere la conferenza stampa del presidente. Coloro che accusano Trump di diffondere fake news e teorie cospirazioniste sui brogli, sono gli stessi che per tre anni e mezzo hanno alimentato la bufala Russiagate.
La convinzione del Gop di salvare la maggioranza al Senato rischia di essere un miraggio…

Con il sorpasso di Biden in Georgia e Pennsylvania, i primi media, tra cui l’Associated Press, hanno chiamato la vittoria del candidato democratico e la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Ma tutta questa impazienza di dichiararlo presidente e cacciare Trump dalla Casa Bianca è folle e sospetta, quanto meno mostra la faziosità degli impazienti. Non si capisce perché si pretende che “conceda”, quando altri media “rispettabili” aspettano ancora a chiamare l’elezione di Biden. In effetti, l’Arizona è ancora indietro nello scrutinio, in Georgia il margine è molto stretto, ci sarà il riconteggio, e ieri sera è arrivato un primo passo della Corte Suprema favorevole a Trump sulla situazione in Pennsylvania: il giudice Alito ha ordinato che “tutte le schede per posta ricevute dopo le 20:00 del 3 novembre devono essere separate e tenute in contenitori sicuri e sigillati, separati dalle altre schede”; e “i voti, se contati, devono essere contati separatamente”.

A questo punto, quindi, l’unica via perseguibile dal presidente uscente pare essere quella della battaglia legale, come lui stesso ha annunciato ieri, anticipando il discorso che Biden ha pronunciato nella notte:

“Joe Biden should not wrongfully claim the office of the President. I could make that claim also. Legal proceedings are just now beginning!”

Ma quella legale è una via molto stretta, sia per la difficoltà di dimostrare brogli sistematici, nonostante l’opacità dello scrutinio e l’inaffidabilità del voto per posta, sia per i troppi stati coinvolti. Non è come nel 2000, quando c’era solo la Florida in ballo. I legali del presidente uscente dovrebbero dimostrare che decine di migliaia di schede non hanno il timbro postale, o sono state manipolate, o che migliaia di elettori deceduti o non residenti risultano tra i votanti, o che errori di sofware come accaduto in una contea in Michigan si sono ripetuti in decine di contee. Questo in pochi giorni e in almeno tre stati (tra cui Pennsylvania e Georgia), dato che si fa sempre meno probabile il sorpasso in Arizona, e sempre che nel frattempo non gli sfugga anche la Nord Carolina, dove il conteggio dei voti per posta non si concluderà prima del 12 novembre. Va detto che quello della Pennsylvania è un caso a parte, qui il ricorso dei legali di Trump potrebbe puntare a far dichiarare in blocco non validi tutti i voti per posta arrivati dopo la chiusura delle urne, ma ce ne occuperemo più avanti.

Inoltre, il Gop sta già mostrando segni di cedimento e la Corte Suprema non è affatto così “trumpiana”, come troppi sia a destra che a sinistra danno per acquisito. Trump ha nominato tre eccellenti giudici “originalisti”, tre li hanno nominati i due Bush, e tre Obama e Clinton.

La sensazione, interpretando la dichiarazione del leader dei Repubblicani al Senato Mitch McConnell di ieri, è che il Gop si accontenti che venga riconosciuto al presidente il diritto di presentare i suoi ricorsi e ottenere le sue verifiche, ma che non lo stia sostenendo nella sua denuncia di “elezione rubata”.

“Ecco come deve funzionare nel nostro grande Paese: ogni voto legale dev’essere conteggiato. Tutti i voti espressi illegalmente non devono essere conteggiati. Tutte le parti devono rispettare il processo. E per applicare le leggi e dirimere le dispute ci sono i tribunali. Così i voti degli americani decidono il risultato”.

L’atteggiamento attendista del Gop si deve anche alla convinzione di aver salvato la maggioranza al Senato. Convinzione che rischia però di rivelarsi un miraggio. Attualmente sono avanti: dovrebbero arrivare a 49 senatori con l’Alaska. Servono altri due seggi e i candidati Gop sono avanti nelle due corse in Georgia e in quella in Nord Carolina. Ma tutte sono a rischio. In Georgia, infatti, il conteggio dei soliti voti per posta costringe il senatore Perdue al ballottaggio per uno 0,2 per cento (!). Con l’entusiasmo Dem per aver strappato lo stato a Trump e il voto per posta, rischia di perderlo. In Nord Carolina, come detto, il conteggio dei voti per posta non finirà prima del 12 novembre e il margine di vantaggio di Tillis (1,8 per cento) non può lasciare tranquilli.

Insomma, la maggioranza al Senato, la bandierina che dovrebbe far dimenticare la sconfitta di Trump all’elettorato, è ancora a rischio. Al Gop converrebbe assumere un atteggiamento meno passivo sui sospetti brogli.

Anche se non è detto che siano avvenute frodi decisive, Trump ha diritto di ricorrere, visti i margini molto ristretti, le dinamiche del conteggio in alcuni stati decisivi e l’opacità del sistema di voto via posta. È poi singolare che a dare lezioni a Trump e ad accusarlo di teorie cospirazioniste siano coloro, Democratici e media di sinistra, che per tre anni e mezzo hanno alimentato la bufala Russiagate. Coloro che lo rimproverano di lanciare accuse di brogli “prive di fondamento”, arrivando a censurare la sua conferenza stampa di giovedì sera, sono gli stessi che a loro volta lo accusavano, senza uno straccio di prova, di aver rubato l’elezione del 2016 grazie ai russi e di essere un “puppet” di Putin.

“Non abbiamo dubbi che quando il voto sarà finito, saremo vincitori”, ha detto Biden. “Se si contano i voti legali, vinco io facilmente”, ha ribattuto Trump. Non si notano tante differenze tra queste dichiarazioni, tranne che Biden non distingue tra voti legali e non, ed è stato il primo a rivendicare di fatto la vittoria la notte del 3 novembre. Ma chiaramente i media fanno finta di scandalizzarsi solo per Trump: irresponsabile, incendiario, non ha ancora concesso! Dimenticando che nel 2000 Al Gore tenne il suo il concession speech il 13 dicembre…

La decisione di alcuni network Usa, applaudita da quasi tutti i giornalisti mainstream nostrani, di staccare la linea alla conferenza stampa di Trump, perché “sta dicendo bugie, non le trasmetteremo”, è inquietante. Ammesso e non concesso, Trump non è il primo politico, e non sarà l’ultimo, a dire cose false o inesatte pro domo sua. Se i media dovessero spegnere il microfono a ogni politico che sta dicendo una cosa a loro avviso falsa o inesatta, ne rimarrebbero ben pochi, forse nessuno in onda. Il ruolo di “watchdog” dei media non si esercita oscurando e spegnendo le voci, men che meno quelle di un presidente democraticamente eletto. Il loro primo compito è quello di riportare, non solo le affermazioni che si ritengono “vere”, ma tutto ciò che è di interesse pubblico. Eventualmente si verifica e si contesta successivamente, non impedendo al proprio pubblico di ascoltare cosa ha da dire il presidente degli Stati Uniti.

Mentre i network e i social media censurano il presidente Trump, nessuno si pone l’unica domanda che conta: perché ci vogliono giorni (ormai siamo ad oltre 72 ore) per contare qualche centinaio di migliaia di voti, in qualche caso decine di migliaia, se quei voti sono già dove dovrebbero essere a quest’ora, dopo tre giorni dalla chiusura dei seggi?

Non si tratta solo di lentezza nello scrutinio, dei tempi lunghi, è lo stop and go del conteggio in molti stati e grandi città a maggioranza Dem, a destare sospetti. I pacchi di voti che arrivano a ondate nei seggi ore e giorni dopo la chiusura delle operazioni di voto.

L’inaffidabilità intrinseca del voto per posta “universale” è innegabile, come spiega con molta chiarezza l’Attorney General William Barr in questa intervista del 2 settembre.

La commissione bipartisan presieduta da Jimmy Carter e James Baker, ha ricordato Barr, ha affermato nel 2009 che il voto per posta è “pieno di rischi di frodi e coercizione”, e così dicevano anche network, stampa a studi accademici. “La narrativa è cambiata quando è arrivata questa amministrazione”. Non si sono visti in passato brogli diffusi perché il voto per posta non è ancora così esteso come viene proposto oggi. Barr ha quindi spiegato la differenza tra gli absentee ballots, richiesti dalle persone da uno specifico indirizzo, e il voto per posta, in cui le schede vengono spedite indiscriminatamente, senza bisogno di fare richiesta, agli iscritti nelle liste elettorali, che tutti sanno essere inaccurate. Le persone che propongono di adottare questo metodo, avvertiva Barr, stanno “giocando col fuoco”.

Aver reso universale in molti stati il voto per posta ha di fatto cambiato radicalmente il sistema di voto per le presidenziali, avvantaggiando il Partito democratico, che infatti spingeva da anni per adottarlo. Brogli o meno, è l’aver spedito in massa a tutti i cittadini aventi diritto la scheda a casa ad aver spinto l’affluenza a livelli record. Un fenomeno già riscontrato nelle elezioni del 2016 e nelle midterm del 2018.

Con il pretesto del Covid, è stato aperto un vaso di Pandora che rischia di minare la credibilità del processo elettorale. Il voto per posta infatti non tutela libertà e segretezza, non c’è una reale garanzia su chi abbia compilato e imbucato la scheda, si presta a pesanti condizionamenti “ambientali” e al voto di scambio, a smarrimenti e ritrovamenti, voti attribuiti a persone decedute da anni. Siamo onesti: se qualcuno proponesse in Italia di estendere il voto per posta dagli italiani all’estero (dove irregolarità sono provate) a tutto il Paese, per evitare assembramenti ai seggi, verrebbe subito accusato di voler favorire il voto clientelare, il voto di scambio, la corruzione e le mafie.

Ma l’intrinseca inaffidabilità del voto per posta di per sé non basta a provare brogli sistematici in tribunale.

Diverso il caso della Pennsylvania.

Si è giocato persino con le parole del presidente Trump, che chiaramente quando ha chiesto di “smettere di contare i voti”, non si riferiva ai voti validi, ma a quelli espressi illegalmente, cioè oltre i termini consentiti dalla legge, come in Pennsylvania.

Sulla situazione della Pennsylvania i Repubblicani avevano già fatto istanza alla Corte Suprema, che si è rifiutata di esprimersi d’urgenza prima delle elezioni, ma non aveva respinto il caso, che quindi resta aperto.

Nel 2019, l’Assemblea generale della Pennsylvania ha approvato una legge chiamata “Act 77” per permettere a tutti gli elettori di votare per posta, ma (usando le parole del giudice supremo Alito) “richiedeva in modo inequivocabile che tutte le schede per posta fossero ricevute entro le 20:00 del giorno delle elezioni”. Il testo esatto:

“No absentee ballot under this subsection shall be counted which is received in the office of the county board of elections later than eight o’clock P.M. on the day of the primary or election”.

Inequivocabile.

L’Act 77 prevedeva, inoltre, che se questa parte della legge fosse stata invalidata, anche la liberalizzazione del voto per posta sarebbe stata annullata.

“Sections 1, 2, 3, 3.2, 4, 5, 5.1, 6, 7, 8, 9 and 12 of this act are nonseverable. If any provision of this act or its application to any person or circumstance is held invalid, the remaining provisions or applications of this act are void”.

Ma un’ordinanza della Suprema Corte della Pennsylvania ha stabilito, in totale contrasto con la legge, che 1) le schede per posta possono essere accettate fino a tre giorni dopo il voto, se il timbro postale è del giorno del voto o precedente e 2) le schede per posta senza timbro postale o con timbro illeggibile devono essere accettate se ricevute entro la stessa data.

In pratica, con la scusa del Covid, la Corte ha riscritto la legge, creando nuove regole su tempi e modalità di svolgimento del voto, che per Costituzione spettano al Legislatore. Se la Corte Suprema annulla l’ordinanza, è probabile che tutti i voti arrivati nei seggi della Pennsylvania dopo le 20:00 del 3 novembre, quelli che hanno permesso a Biden di sorpassare Trump, siano invalidati. Staremo a vedere… Ieri sera, intanto, sul caso Pennsylvania è arrivata l’ordinanza della Corte Suprema di cui abbiamo parlato all’inizio.