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Il libro nero dell’Islam e le radici dell’odio. Conversazione con Alberto Giannoni

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Scrive Alberto Giannoni, giornalista de Il Giornale, nel suo ultimo lavoro “Il Libro nero dell’Islam”, pubblicato assieme al quotidiano diretto da Alessandro Sallusti: “Sono state 6.652 le vittime del terrorismo in Europa dal 1998 al 2018: 713 morti e 5.939 feriti. Prima era un’altra guerra. E le vittime erano attribuibili in gran parte ai gruppi indipendentisti, all’Ira o all’Eta. Da allora – ricorda il rapporto Ue – la vasta maggioranza è dovuta al terrorismo islamico. Dall’11 settembre 2001 il mondo occidentale che sognava una sorta di idilliaca fine della storia è piombato nell’incubo imprevisto di un nuovo conflitto, senza possibilità di appeasement o deterrenze”.

Il libro pone giustamente la domanda, perché ci odiano? Meglio, perché i musulmani ci odiano? La mia risposta esce dalla semplificazione (profondamente ideologica), che ci odiano perché c’è stato il colonialismo. Dalla sua nascita, nel 700 dC, l’Islam ha avuto in odio ebrei e cristiani. Forse (ed è un mio pensiero) l’Islam nasce proprio con l’intento di contrapporsi a giudaismo e cristianesimo. E probabilmente oggi sono molti quelli che covano il rancore per non esser riusciti ancora a sconfiggere né ebrei né cristiani (anche se alcuni cristiani – leggi cattolici fondamentalisti – in fondo, hanno fatto la loro parte nel tentare di distruggere a loro volta gli ebrei). E tuttavia c’è ancora qualcosa che ci sfugge. O meglio, non ci sfugge, ma non riusciamo a controllare. Il tentativo, assurdo a mio parere, di costruire civiltà moderne basate sul multiculturalismo, lì dove chi dovrebbe integrarsi coi valori occidentali, come gli islamici appunto, tutto ha in mente tranne che l’integrazione. L’Islam è una religione, un sistema politico sociale di conquista. Non è democratico perché semplicemente funziona, sia nella forma sciita che sunnita, come un apparato teocratico. Decidere di convivere con loro è, a mio parere, almeno allo stato attuale delle cose, una follia insensata.

ADRIANO ANGELINI SUT: Nel suo libro, Alberto Giannoni traccia una mappa della situazione italiana legata alla presenza islamica. A lui chiediamo di spiegarci come siamo messi. Soprattutto chiediamo di spiegarci se ha capito perché ci odiano.

ALBERTO GIANNONI: Io parlo di islamismo, di un’ideologia costruita su motivi religiosi, non di religione in quanto tale. Non vorrei eludere la questione, o deluderla, ma non affronto questioni teologiche. Sono un giornalista, ho raccolto fatti e ricostruito vicende, collegamenti, nomi e cognomi. Posso dire che l’Italia è stata, ed è ancora, un crocevia dei movimenti jihadisti, e quanto all’odio posso dire che in questo “paesaggio” islamista la categoria dell’odio è centrale, è un carburante purtroppo molto efficace. È difficile dire quanti ci odino e perché, ma l’odio è un fiume in piena, in cui sguazzano pesci di ogni tipo e da cui saltano fuori i soldati della jihad, l’esercito dell’odio.

AAS: In Italia sono stati individuati ‘appena’ 125 combattenti partiti per la Siria. Si tratta di un numero confortante o nasconde altro?

AG: Il numero in sé è relativamente contenuto rispetto alla cifra corrispondente di altri Paesi europei. C’è da dire però che l’Italia ha le sue peculiarità. Anche la nostra immigrazione, per esempio, ha una storia diversa, e ben più recente di altre. Però va seguita con un’attenzione una coincidenza evidenziata da alcuni esperti: nelle nostre città sta arrivando ora all’età adulta la seconda generazione dell’immigrazione magrebina degli anni Ottanta, e ci arriva proprio mentre l’Isis, apparentemente in rotta, ripiega in aree come il Maghreb.

AAS: Parliamo dei Fratelli Musulmani. Nella prefazione al suo libro Vidino parla chiaramente del fatto che questa organizzazione è molto attiva sul piano del proselitismo. Predicano un Islam integrale, dove la donna è sottomessa agli uomini, le democrazie sono sistemi da combattere e i diritti civili un intralcio. Qual è il ruolo dei Fratelli Musulmani in Italia e soprattutto si è mai capita la loro posizione rispetto al terrorismo?

AG: La questione è molto delicata, anche perché il movimento ha un profilo diverso da Paese a Paese, e sa suonare vari tasti sullo spartito dell’integralismo. L’ex premier britannico Cameron aveva annunciato un’indagine su questo. E lo stesso pareva intenzionato a fare Donald Trump, tanto da indurre uno dei portavoce dell’organizzazione a scrivere un articolo pubblicato dal New York Times: “Sono un membro dei Fratelli Musulmani – aveva risposto – non un terrorista”. Una delle guide dei Fratelli ha detto: “Conquisteremo l’Europa non attraverso la spada ma attraverso la Da’wa“, cioè il proselitismo. Ecco: il proselitismo, la propaganda, l’ideologia. Ma lei mi chiede del ruolo in Italia. Quando Morsi è stato deposto in Egitto, c’è stata una mobilitazione anche qui, si sono visti slogan e gesti eloquenti, ed evocativi, anche nelle nostre piazze. A Milano alcuni dirigenti di altissimo livello della Fratellanza sono arrivati in un hotel del centro per un evento. In seguito alcuni personaggi molto discutibili sono stati invitati, accolti, difesi. Parliamo di collegamenti? Non abbiamo di fronte un’entità monolitica. La chiave di lettura di tutto secondo me sta nelle contiguità ideologiche. Gli integralisti hanno un legame controverso con l’estremismo e nell’Islam politico c’è ambiguità verso gli integralisti. Una parte della politica non capisce, non coglie questi passaggi.

AAS: Il ruolo dell’antiterrorismo e dei servizi segreti italiani è stato molto efficace, a quanto pare, nel prevenire attacchi contro il nostro Paese. Qualcuno ha vociferato però di un presunto Lodo (in stile Lodo Moro degli anni ’70 fatto, secondo Cossiga, coi palestinesi), una specie di lasciapassare per i terroristi sul nostro territorio in cambio di un’astensione dagli attacchi. Lei cosa ne pensa?

AG: Gli apparati, a detta di tutti, hanno lavorato benissimo e meritano il riconoscimento e la gratitudine del nostro Paese. L’Italia è anche il Paese che ha espulso più soggetti radicalizzati e ritenuti pericolosi per la sicurezza. Le ipotesi su speciali indennità riservate all’Italia sono ricorrenti. Un lasciapassare mi pare poco verosimile. Noi sappiamo che l’Italia, in particolare il Nord Italia ma non solo, è legata con un filo rosso ai drammatici blitz terroristici internazionali, pensiamo ad Amri morto a Sesto San Giovanni. E sappiamo che ci sono stati piani precisi per colpire in Italia, e tentativi concreti, come quello del libico che nel 2009 ha tentato di farsi esplodere davanti a una caserma di Milano.

AAS: La funzione della moschee nel fare proseliti. Basta far fare i sermoni in italiano per scongiurare il pericolo o si tratta semplicemente di un rimedio parziale? Non sarebbe il caso di prendere misure più drastiche? E se sì quali?

AG: Negli anni Novanta, è accertato, ci sono stati imam che lavoravano per organizzare arruolamenti e basi logistiche. Siamo nel pre-11 settembre. In seguito, probabilmente, c’è stata più attenzione. Uno studio Ispi condotto autorevolmente da Vidino e Marone con dati ministeriali ci dice dei 125 profili di aspiranti jihadisti esaminati, uno su due – più o meno era – frequentatore di moschee. Negli ultimi anni, certi personaggi hanno girato più alla larga dai centri, ciò non toglie che i sermoni in italiano, gli albi e le altre misure previste nel protocollo firmato al Viminale nel 2017, sono il punto di arrivo di un lavoro da non disperdere. Altre misure sono possibili. La via lombarda, la legge Beccalossi, mi pare che sia rimasta bene in piedi, nonostante le critiche. Qualcuno, come Davide Romano, portavoce della sinagoga milanese Beth Shlomo, propone di confiscare le moschee dei fanatici, come le proprietà dei mafiosi. Oggi dobbiamo chiederci cosa fanno i centri islamici per combattere certi rischi e per promuovere la possibilità di un islam diverso, per esempio su terreni critici e tast dolenti come il ruolo della donna, i diritti delle persone omosessuali, la libertà religiosa e il rischio di proliferazione di sentimenti antisemiti.

AAS: Ci racconta cos’è successo durante la presentazione del suo libro a Milano, avvenuta il 23 novembre scorso, alla presenza dell’onorevole Daniela Santanché?

AG: Il tema è difficile, si presta a essere vissuto in modo anche passionale. Anche per questo, per quanto mi riguarda, cerco di usare un registro di prudenza, pur senza reticenze. Ognuno poi si assume le responsabilità di ciò che dice. Quella sera gli animi si sono un po’ scaldati. L’onorevole Santanché è molto battagliera e spesso anche dura. Un uomo, che si è presentato come un musulmano tunisino, è intervenuto. L’onorevole Maullu, che ci ha invitato e stava moderando, gli ha garantito la possibilità di parlare, anche a lungo, lo stesso hanno fatto tutti gli altri. La domanda però non arrivava, non sembrava la sua priorità, c’è chi si è lamentato, la non-domanda del signore tunisino è diventata un agitato comizio. Qualcuno sì è irritato, c’è stato qualche momento di tensione. Ma alla fine tutti sono andati via tranquilli.

AAS: Terrorismo islamico e immigrazione. Ormai le connessioni sono state dimostrate da inchieste della magistratura. Con il ministro Salvini gli sbarchi si sono ridotti drasticamente. Ma basterà quest’azione di contrasto? C’è in atto una guerra ideologica con la sinistra che sembra essere sorda al pericolo. A me verrebbe da pensare che molti di questi signori che professano l’accoglienza siano in malafede e che ci sia sotto un patto (magari non scritto) con l’Islam radicale in chiave anti-occidentale. Io però queste cose le dico da scrittore e non da giornalista. Lei, da giornalista e professionista che si è occupato della faccenda, cosa ne pensa?

AG: È difficile fare processi alle intenzioni. C’è stata sicuramente una sottovalutazione di certi fenomeni e anche di certi pericoli legati alle migrazioni, se di questo parliamo. La sottovalutazione e l’incomprensione sono un discorso centrale. Vedo più riflesso ideologico che calcolo a dire il vero. Io penso che la pianta del terzomondismo abbia generato frutti amari, anche in un pezzo della sinistra di governo, e prima ancora nella sinistra-sinistra. Lo vediamo quando guardiamo al tema Israele e al corto circuito che parte ogni volta sulla Brigata ebraica. Pensi che a Lodi la mostra sulla Brigata è stata patrocinata dall’Anpi di Milano e contestata, in modo piuttosto delirante, da quella del Lodigiano.