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Paura dignità fede, ecco le voci dalla Bassa lodigiana: gli amministratori, il dottore e i parroci

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Per dare voce ad un territorio abbattuto, ma non sconfitto. E “nessuno del governo che si sia fatto vivo con uno dei sindaci, nemmeno una telefonata”…

La distanza tra i paesi della Bassa lodigiana confinati nella zona rossa è spesso pari ad un tiro di schioppo. Da Bertonico qualcuno può intravedere dalle porte di casa il profilo di Castiglione d’Adda e sentirne le campane – secondo la tradizione, nel caso c’è da mettere in conto un peggioramento del meteo. Eppure i due comuni stanno vivendo l’emergenza Covid-19 con stati d’animo diversi, apparentemente tranquilli da una parte, nell’occhio del ciclone dall’altra. Su 4.600 anime, più di cento contagiati e più di 15 decessi: è il resoconto a metà settimana di Castiglione, con la convinzione diffusa che tutto sia scaturito da lì, un piccolo bar in piazza punto di ritrovo di pensionati ed anziani, esposti così più facilmente al contagio di un virus di cui certamente avranno parlato negli ultimi due mesi mentre si davano appuntamento al solito posto, alla solita ora, ad un tavolino del locale, immaginandolo troppo lontano perché si facesse largo in paese.

Ci sono famiglie che in pochi giorni si sono ritrovate nello sconforto. “Tutte persone che fino a dieci giorni fa stavano bene”, si sfoga in un messaggio una ragazza. “Mia mamma è sotto shock, in quattro giorni due fratelli…”. E quindi uno sfogo che non rimarrà l’unico in questa storia: “Possibile che ci abbiano chiuso in un recinto e lasciato qui così? Hanno individuato il focolaio e stop!”. Pur nel loro dignitosissimo atteggiamento di accettare le misure restrittive dello scorso 21 febbraio, i segnali di rabbia e nervosismo si percepiscono e non potrebbe essere altrimenti. Il sindaco Costantino Pesatori con tono pacato si è affidato ad un video-appello: “Aiutateci per favore, abbiamo bisogno di un’assistenza sanitaria adeguata”, ha pregato richiedendo presidi d’urgenza che sopperiscano alla chiusura degli ospedali all’interno dell’area in quarantena con la collaborazione dell’esercito. Qualcosa si sta smuovendo.

“Vorrà dire che avrò qualche giorno di gloria”, sorride il dottore Vittorio Gazzola, l’unico medico di base operativo dopo aver preso il posto dei colleghi rimasti contagiati nei giorni scorsi, aiutato dal padre Bruno, altro camice bianco. Analizza la situazione con calma e prova a fare chiarezza. Il lavoro fino a martedì “è stato molto duro, al limite del possibile, con molte visite domiciliari”. “La malattia non va sottovalutata, in più compare questa componente respiratoria più spiccata, d’altra parte i dati sulle guarigioni lanciano anche segnali positivi”, racconta. “Ma l’insistenza dei media nel riportare in ogni istante i bollettini medici e il numero dei decessi ha contribuito a creare una situazione tale per cui il minimo sintomo genera paura”.

Ottimismo e preoccupazione: le persone che guariscono e una patologia molto lunga, oltre che nuova e mai studiata sui libri. Gazzola si sofferma soprattutto su quella che definisce “fascia grigia”: pazienti in cui si riscontra la presenza del Covid-19, ma che non hanno bisogno di interventi particolari eppure vanno tranquillizzati e monitorati perché ci si spaventa. Dispositivi di protezione? “Non ho eseguito visite senza essere protetto, ma per averli c’è stata una dura lotta con i vertici sanitari: non quelli locali, ma con quelli più in alto. Spero di avere presto altre scorte”.

Monsignor Gabriele Bernardelli è il parroco di Castiglione. Mercoledì mattina ha celebrato due funerali. Non in chiesa, i provvedimenti non lo consentono, ma al cimitero con la liturgia della Parola, un breve commento, l’aspersione e un canto: “Il fatto di non poter celebrare l’eucarestia, di abbracciare e dare la mano aggiunge difficoltà a difficoltà, perché la celebrazione liturgica è motivo di consolazione e questo aspetto viene meno, ma si cerca di suscitare la fede e far sentire che la comunità cristiana è vicina”. La prima domenica in isolamento, con un video pubblicato su YouTube, aveva ricordato che “pregare è già sperare”, per domenica scorsa (la prima di quaresima) ha pubblicato l’omelia sul sito della parrocchia, ponendo alcune domande alla comunità e spronandola a non cedere alla tentazione della rabbia e delle considerazioni ciniche. “Nel bollettino che sto preparando farò presente che in futuro occorrerà un lavoro per superare la diffidenza”, anticipa riferendosi alla possibilità di scambiarsi nuovamente il segno della pace una volta che tutto sarà finito. Quando? “Ci salverà san Giuseppe”, risponde sicuro monsignor Bernardelli. 19 marzo, segnatevelo. A Bertonico il collega don Giancarlo Baroni ha inaugurato una rubrica su WhatsApp, “La Quaresima in pillole”, un audio di un paio di minuti con una riflessione giornaliera. Quella di mercoledì chiedeva a Dio di “liberare il popolo dalle sue angosce”.

Si cerca di sdrammatizzare come si può. A Codogno si sono inventati il tg della zona rossa dove si dà la caccia al pipistrello finito nella Bassa portandosi dietro il virus: va in onda sui cellulari con il passaparola e si ferma solo per il weekend. Ma assieme all’inventiva dei singoli ci sono le difficoltà reali. “Ho appena sentito Francesco Passerini (il sindaco della cittadina, ndr) e ci siamo scambiati tutte le perplessità di questa vicenda”, afferma Alessandro Canevari, vicesindaco di Maleo.

“La gente inizia ad essere più insofferente da tutti i punti di vista e ci troviamo a gestire una situazione preoccupante per gli amministratori: chi vuole riaprire, chi ha paura, chi non se ne preoccupa e forma assembramenti quando è vietato”.

“Inizia a farsi largo un po’ di timore, nell’arco di ventiquattro ore si passa dall’ottimismo al pessimismo. Esistono delle misure restrittive, ma non sono ben chiare: devo stare in casa o posso muovermi? Anche perché ad esempio hanno riaperto le poste, non le banche, e c’è chi ha necessità di fare dei prelievi ma il bancomat non funziona. Siamo abituati al senso di responsabilità e stiamo facendo il massimo, ma non è così facile”.

E intanto arrivano storie drammatiche, come l’anziana morta mentre era in isolamento con un gruppo di lodigiani in un albergo di Laigueglia. “Chi non era accompagnato doveva restare in camera da solo”. La signora è stata poi trovata senza vita in bagno. Dagli ospedali le notizie arrivano in ritardo anche di un paio di giorni, il parroco del paese è alle prese con un malanno, uno dei due medici di base ha avuto una crisi respiratoria e ora è ricoverato. In tutto questo “nessuno del governo che si sia fatto vivo con uno dei sindaci, nemmeno una telefonata” e quando vengono a mancare dei sostegni concreti il rischio di un “tutti contro tutti” è nell’aria. Eppure, si guarda avanti, a quanto andrà fatto una volta conclusa l’emergenza sanitaria. “Sarà una vera sfida per noi amministratori”, commenta Canevari con il piglio di chi è disposto ad accettarla. Quella di dare una mano ad imprenditori e lavoratori, ad artigiani e dipendenti per ricostruire e ripartire, un passo alla volta, e a farsi sentire per dare voce ad un territorio abbattuto, ma non sconfitto.