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Droghe leggere, perché legalizzare/1: i falsi miti dei proibizionisti

La confusione tra legalizzare e liberalizzare, il confronto tra marijuana e alcol, i vantaggi di un mercato legale e ben regolato

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Con la vittoria della coalizione guidata da Giorgia Meloni una cosa è chiara: le speranze di chi vorrebbe la legalizzazione di marijuana e hashish sono andate, è il caso di dirlo, in fumo. Quello che invece non è chiaro, sia tra i favorevoli che tra i contrari, è il significato delle parole usate per affrontare l’argomento.

Legalizzare non equivale a liberalizzare

È quindi indispensabile fare un po’ di chiarezza terminologica. Politici e giornalisti ad esempio fanno spesso confusione tra liberalizzazione e legalizzazione, come fossero sinonimi, a riprova della loro completa ignoranza del problema.

Gli antiproibizionisti si propongono di legalizzare. Non c’è bisogno alcuno di liberalizzare, dal momento che il mercato degli stupefacenti è già libero, senza monopolio o controllo da parte di alcuna autorità, con una miriade di spacciatori (alcuni legati alla criminalità organizzata, altri piccoli produttori in proprio) in competizione tra loro.

Usare i due termini in modo interscambiabile significa non aver capito nulla del tema.

Le piante

Ancora più importante è chiarire di cosa si parla. Non è raro leggere sui giornali titoli di questo tipo: “Sequestrate 30 piante di marijuana”. La cosa è semplicemente impossibile, dal momento che non esiste la pianta della marijuana; sarebbe come dire pianta del vino o pianta della birra.

La marijuana, così come l’hashish, non è una pianta ma un prodotto derivato da una pianta. Pianta che in italiano si chiama canapa. Non cannabis (quello è il nome latino), ma canapa.

Non si capisce perché si debba usare il nome latino per una pianta con un nome italiano, quasi che fosse normale riferirsi al pino domestico come Pinus Pinea.

In realtà un motivo ci sarebbe: chiamarla col suo nome corretto potrebbe indurre qualcuno a credere (come infatti è) che si tratti della stessa pianta che il bisnonno usava per fare le corde con cui legare il cavallo e la bisnonna con cui ricamare le tovaglie, e non qualcosa saltato fuori così all’improvviso, come un coniglietto bianco dal cappello di un mago, come forse credono i proibizionisti nostrani.

Per semplicità, nel presente articolo il termine marijuana è usato in riferimento non solo ai fiori essiccati della canapa, ma anche alla resina estratta dai fiori stessi (hashish).

Marijuana e alcool

Gli alfieri della proibizione amano utilizzare le motivazioni più improbabili a sostegno delle loro tesi. Un grande classico della diatriba tra proibizionisti e antiproibizionisti è il ruolo dell’alcol. Se la marijuana è proibita perché gli alcolici non lo sono?

I fautori dei divieti se ne escono con le storie più improbabili. C’è chi fa presente il radicamento millenario dell’alcol nella nostra civiltà, di fatto ammettendo senza accorgersene che la canapa va proibita per ragioni storico-culturali anziché scientifiche.

Altri parlano di presunti benefici degli alcolici. È la posizione del nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, secondo il quale il vino sarebbe addirittura benefico se assunto in quantità moderate, mentre la droga è sempre dannosa perché “produce alterazioni dell’equilibrio fisico e psichico”. [1]

A di là della banale constatazione che l’alcol è anch’esso una droga, e come altre droghe legali (caffeina, nicotina e la teobromina della cioccolata) altera la psiche, il sottosegretario sembra ignorare le linee guida del sistema sanitario nazionale britannico che, pur suggerendo un quantitativo massimo settimanale, allo stesso tempo ammette che non esiste un quantitativo sicuro di alcool. [2]

In parole povere, pochissimo alcol fa pochissimo male, molto alcool fa molto male. Non esiste l’alcool che faccia bene, punto, ad esclusione di quello che si usa per disinfettare le ferite. Lo sostiene uno studio pubblicato su The Lancet. [3, 4]

L’alcool (così come, va detto, la marijuana) influenza negativamente lo sviluppo del cervello dei giovani È inoltre un anti-nutriente che ostacola il corretto assorbimento delle vitamine, ed il suo consumo è associato a diversi tipi di cancro ed altre malattie. [5]

Alcol più pericoloso

A questo punto ci si potrebbe arrendere all’evidenza ed ammettere che l’alcool sia una droga con cui non scherzare, se non altro per i 40 mila morti che causa in Italia ogni anno. [6] In realtà è molto peggio: l’alcol non solo è una sostanza pericolosa, ma una delle droghe pesanti più letali.

Una ventina di anni fa uscì in Francia un rapporto intitolato “La pericolosità delle droghe”. Così si esprimeva il neurobiologo Bernard Roques, che ne aveva curato la stesura:

“Il nostro compito, definito da Bernard Kouchner era di mettere a confronto la pericolosità delle diverse sostanze psicotrope, compresi alcool e tabacco. Partendo da tre criteri: il rischio neurologico e comportamentale, il rischio per gli altri, e quella, più generale, di impatto sulla sanità pubblica. Se si sommano questi tre criteri, si ottiene una classificazione che situa l’alcool nella prima categoria (la più dannosa) e la cannabis nell’ultima, con il tabacco nel mezzo”. [7]

Più severe le conclusioni di una ricerca tedesca, che pone marijuana e hashish a metà classifica (assieme al tabacco) per quanto riguarda le conseguenze fisiche e sociali, e in testa per pericolosità eroina, cocaina e alcol. [8]

The Economist riporta risultati simili in un articolo che prende spunto da una ricerca pubblicata su The Lancet. Ancora una volta è l’alcol ad essere in testa per pericolosità, mentre marijuana e hashish (che lo ricordiamo, non sono acqua fresca, ed il cui uso non è esente da rischi) sono comunque meno dannosi del tabacco. [9, 10]

È dunque chiaro che, al contrario di ciò che dicono i proibizionisti, ad essere assurda non è affatto la distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti (e queste classifiche lo dimostrano), ma quella tra droghe legali e droghe illegali, nel senso che tale distinzione non rispetta criteri scientifici ma solo convinzioni culturali ed ideologiche.

Da autorità che hanno martellato i cittadini invitandoli a fidarsi della scienza e degli esperti per contrastare il Covid, ci si aspetterebbe un atteggiamento perlomeno coerente anche nell’ambito stupefacenti.

Allucinogeni

Non si tratta solo di alcool. Lo sanno o no i proibizionisti che la noce moscata contiene miristicina, sostanza che può dare allucinazioni e causare overdosi mortali? Bastano 30 grammi per lasciarci la pelle. Su internet si trovano anche ricette per prepararsi a casa l’infuso allucinogeno. Che facciamo, vietiamo? Addio vin brulé autunnale dunque? [11, 12]

Proibiamo i libri di fiabe perché nelle illustrazioni c’è l’amanita muscaria, il classico fungo rosso con macchie bianche, su cui sono modellate le case dei Puffi? Lo sanno vero gli alfieri dei divieti che questo fungo, che cresce anche nelle foreste italiane, è allucinogeno e viene usato, previo apposito trattamento, dagli sciamani siberiani? E se mi spunta sul mio terreno chiamano la Finanza? [13, 14]

Mettiamo all’indice la celebre canzoncina “La Cucaracha”? Qualcuno si è mai preso la briga di leggere la strofa dove lo scarafaggio (cucaracha in spagnolo) non riesce più a camminare perché è rimasto senza marijuana? [15]

Droga di passaggio

Un altro mito è quello che vede la marijuana come porta d’ingresso alle droghe pesanti dal momento che, si dice, tutti gli eroinomani avrebbero cominciato con i derivati della canapa. Ai suoi sostenitori andrebbe chiesto se andare in triciclo quando si è bambini predisponga a partecipare al Giro d’Italia, visto che tutti i ciclisti professionisti hanno cominciato con l’andare in triciclo.

Per rimanere nel campo delle droghe si può facilmente sostenere che tutti gli alcolizzati abbiano cominciato con una birra al sabato sera con gli amici o un bicchiere di vino ai pasti. Perché non vietare gli alcolici allora? Semplicemente perché l’evidenza ed il buonsenso suggeriscono che solo una minuscola percentuale di chi beve finisce poi per diventare un alcolista.

Sarebbe gradito che i proibizionisti spiegassero come mai mettano evidenza e buonsenso a nanna quando invece si parla di marijuana.

Se si dà un’occhiata ai numeri, si capisce facilmente quanto sia debole la teoria della droga di passaggio. I consumatori di marijuana in Italia sono 5-6 milioni, tanti dei quali adulti. [16] Se fosse vero che la gran parte dei fumatori passa poi alle droghe pesanti, avremmo milioni di eroinomani e cocainomani. Invece gli eroinomani sono circa 300 mila mentre i cocainomani sono 1 milione. [17, 18]

Non si capisce infine per quale motivo fumare prodotti derivati dalla canapa favorirebbe il passaggio a prodotti derivati dalla coca o dall’oppio, dal momento che non solo i principi attivi ma persino i recettori a livello cellulare sono diversi. [19]

Per non parlare degli effetti opposti: calmante e rilassante la marijuana, eccitante la cocaina.

In realtà, secondo alcuni studi potrebbe esserci un legame tra uso precoce di droghe leggere e passaggio alle droghe pesanti, tuttavia non è del tutto chiaro quanto incida la sostanza in sé per sé e quanto invece la commistione con i mercati illegali di altre sostanze.

Se quindi potrebbe, in linea di principio, presentarsi un rischio per qualche adolescente, estendere queste conclusioni arbitrariamente a tutti rischia di far cadere nel ridicolo chi sostiene questa strampalata teoria.

Una domanda a chi ancora la prende per buona: se la marijuana è la porta d’ingresso all’eroina, perché il tabacco non dovrebbe essere la porta d’ingresso alla marijuana? In fondo stiamo parlando di prodotti vegetali che vengono assunti nello stesso modo, tramite inalazione del fumo, molto diverso per esempio da un’iniezione.

Si comincia con una sigaretta rubata al papà o alla sorella maggiore, si prosegue con una canna e si finisce in bellezza con una pera d’eroina in un angolo oscuro di una strada malfamata. Semplice, logico, lineare e… completamente falso, come tutti ben sappiamo.

Crisi psicotiche

Altro fatto su cui si insiste spesso è la capacità del fumo di canapa di indurre crisi psicotiche. La cosa è vera solo in parte, soprattutto per gli adolescenti, ma non è ovviamente la norma, altrimenti pochissimi fumerebbero, come osservato dal neuropsicofarmacologo Gian Luigi Gessa. [20]

Il farmacologo britannico Leslie Iversen faceva presente che, al diffondersi dell’uso di marijuana a partire dagli anni ’60 non corrispondeva una maggiore incidenza della schizofrenia nella popolazione dei Paesi occidentali. [21]

Marijuana e hashish sono sostanze complesse, che contengono oltre 40 cannabinoidi in grado di interagire tra di loro.

Il più famoso è il THC, responsabile degli effetti psicoattivi, ma anche il CBD riveste un ruolo importante: le sue proprietà analgesiche lo rendono particolarmente apprezzato nella marijuana terapeutica, mentre quelle anti-psicogene vanno a mitigare proprio gli effetti del THC. [22, 23]

Nell’insorgere di un episodio psicotico ci sono vari elementi da valutare: età, contesto in cui si fuma, rapporto THC:CBD, concentrazione dei terpeni, ed altro.

Sostenere che la marijuana causi crisi psicotiche è un po’ come dire che due bicchieri di alcolici fanno ubriacare. Che alcolici ci sono nei bicchieri? Quanto sono grandi questi bicchieri? Chi li beve?

Potenza aumentata?

Tra le motivazioni portate dai contrari alla legalizzazione ce n’è una che ha fatto la sua comparsa più recentemente: la quantità di THC oggi sarebbe molto maggiore. Le canne di oggi in sostanza sarebbero talmente forti da stendere un hippie degli anni ’60.

I proibizionisti amano giocare al lotto quando affrontano l’argomento, dando letteralmente i numeri. Sempre Mantovano, ad esempio, sostiene, parole sue, che la marijuana di oggi sarebbe 20-30-40 volte più potente rispetto a quella fumata in passato. [24]

Se da una parte è senza dubbio vero che i livelli di THC siano aumentati nel corso del tempo, dall’altra è assolutamente ridicolo parlare di un aumento della potenza di decine di volte. Una ricerca effettuata in Colorado (il secondo Stato Usa a legalizzare a scopo ricreativo, nel 2012) parla di una crescita dal 5 per cento negli anni ’90 ad una media del 20 per cento oggi. [25]

Il Ministero della sanità canadese (il Canada ha legalizzato a scopo ricreativo nel 2018) stima un passaggio dal 3 per negli anni ‘80 al 15 per cento. [26] Aumento sì dunque, ma di 4-5 volte tanto. Matematica e semplice logica non possono che confermarlo.

Se prendiamo per buono un valore medio del 20 per cento nei prodotti legalmente disponibili oggi e prendessimo per buono un incremento di 30 volte della concentrazione del THC come favoleggia Mantovano, significa che negli anni della contestazione si fumavano canne con lo 0,6-0,7 per cento di THC.

Si tratta di una sciocchezza evidente: un quantitativo così minuscolo (tra l’altro lo 0,6 per cento è permesso come soglia massima nella cosiddetta “cannabis light” dalla legge 242 del 2016) non ha alcun effetto psicoattivo. Sballarsi in questo modo sarebbe come volersi ubriacare con una birra analcolica: servirebbe un quantitativo talmente elevato di prodotto che il consumatore si fermerebbe molto prima di poter avvertire qualsiasi effetto.

I pro di un mercato legale

Nella loro foga, i proibizionisti non si rendono nemmeno conto di darsi la zappa sui piedi.

Proprio per il fatto che ci sia effettivamente più THC, abbiamo una ragione ulteriore per legalizzare. Dal momento che gli alcolici sono legali, il consumatore non corre il rischio di ordinare una birra col 5 per cento di alcool per vedersi servire una bevanda col 12 per cento.

Ci sono norme da rispettare ed etichette con valori da riportare. Dove la marijuana è legale, come in Canada, le confezioni riportano il quantitativo di THC e CBD. È proprio dove c’è un mercato illegale che tutto avviene fuori controllo.

In aggiunta, una concentrazione maggiore di THC non è detto che abbia conseguenze dannose sulla salute: più principio attivo porterebbe a fumare di meno per raggiungere gli stessi effetti, inalando di conseguenza meno scorie col fumo.

A dare credito a questa serie di luoghi comuni, infondati dal punto di vista logico prima ancora che scientifico, c’è anche Nicola Gratteri, magistrato impegnato nella lotta alla criminalità organizzata. [27] La sua tesi è che tra l’altro sarebbe inutile legalizzare, perché se si pone un limite di età per l’acquisto legale, i minori andrebbero comunque ad alimentare il mercato nero.

Anche in questo caso si può muovere un’obiezione semplice e sensata: se il limite è 18 anni, in caso di legalizzazione uno spacciatore perderebbe gran parte dei clienti maggiorenni. Si troverebbe insomma con un parco clienti perlomeno dimezzato, a fronte degli stessi rischi penali, che a questo punto diventerebbero insostenibili visto il calo di introiti derivanti dallo spaccio.

I proibizionisti sostengono che un regime legale lascerebbe intatto il mercato nero, in grado di offrire prodotti a prezzi ridotti. Ancora una volta si tratta di osservazioni che non tengono conto della realtà. In Canada ad esempio la marijuana legale si aggira di media sugli 11 dollari al grammo, ossia circa 8 euro, al cambio attuale. [28, 29 (pagina 339)]

Sembra difficile credere che un consumatore maggiorenne, potendo scegliere tra un negozio autorizzato con un menù di prodotti controllati e indicazioni chiare su potenza ed effetti, ed uno spacciatore da strada che venda erba tagliata con lucido da scarpe, scelga quest’ultimo per risparmiare qualche soldo.

Realisticamente nessuna legalizzazione potrà mai cancellare del tutto il mercato nero (esiste, come noto, il contrabbando di sigarette), ma questo non vuol dire lasciarlo inalterato.

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