Politica

Opposte strategie: Meloni parla ai moderati, Letta svolta a sinistra

Il politologo Luigi Curini analizza le strategie elettorali dei leader di Pd e Fratelli d’Italia. Centrodestra alla perenne rincorsa della legittimazione altrui

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Giorgia Meloni Enrico Letta

Luigi Curini, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Milano, analizza le diverse campagne e strategie elettorali dei leader dei due principali partiti.

Mentre la leader di Fratelli d’Italia cerca di rassicurare non solo le cancellerie estere e i mercati, ma anche gli elettori moderati, specie nel Nord del Paese, che non l’hanno mai votata, il segretario del Pd gioca la carta “identitaria” e sposta il partito a sinistra per polarizzare lo scontro e galvanizzare la base, non senza contraddizioni.

Meloni in versione rassicurante

WILLIAM ZANELLATO: Professor Curini, Giorgia Meloni utilizza questa fase della campagna elettorale per rassicurare gli investitori e le cancellerie estere. Una scelta politica basata sulla moderazione e sulla credibilità internazionale. Dal suo punto di vista, è una scelta che verrà premiata dagli elettori?

LUIGI CURINI: Piaccia o meno, pragmaticamente non si governa in Italia contro le istituzioni europee e contro il mercato finanziario. Questo era vero già prima, ma oggi con il Pnrr lo è ancora di più. Un punto che è chiarissimo a Giorgia Meloni che non vuole in questo senso ripetere l’errore ferale di Salvini del recente passato.

Governare “contro” le istituzioni e le varie élite può avere un senso se sei presidente degli Stati Uniti (e anche lì fino ad un certo punto, dato che prima o poi se ne paga il conto – ancora una volta, che piaccia o meno la cosa); non se sei un Paese in grande difficoltà e sommerso dal debito pubblico.

Un “vincolo esterno” che però potrebbe giovare in modo non banale a Giorgia Meloni: perché la “costringe” (in senso lato) a parlare in un modo che tranquillizza non solo le cancellerie estere, ma anche i moderati specie nel Nord del Paese (ovvero chi non ha mai votato per lei sinora), che vengono rassicurati dal fatto che Fratelli d’Italia non rappresenta più un salto nel buio (come era percepito invece fino a non molto tempo fa).

È insomma una operazione win-win. Si possono conquistare nuovi elettori, senza perdere chi è già “fidealizzato”. Perché per rischiare di perdere questi ultimi ci dovrebbe essere qualcuno d’altro di credibile alla destra della Meloni. Cosa che al momento non mi pare che ci sia.

Certo, gli elettori molto “arrabbiati” (dalla gestione del Green Pass e dalla crisi economica) potrebbero decidere di rivolgersi a Paragone. Ma il periodo all’opposizione durante il governo Draghi dovrebbe essere una sufficiente polizza di garanzia a riguardo (a differenza di quello che invece rischia la Lega).

L’errore del mainstream con gli elettori

WZ: Parliamo di politically correct. I quotidiani e i media in mano alla sinistra stabiliscono a priori cosa è buono e cosa è cattivo. Gli elettori avranno la capacità di sottrarsi a queste narrazioni semplicistiche?

LC: Guardi, il clima del “dibattito pubblico” in Italia (e non solo a dire il vero) da qualche anno è incommentabile. C’è sempre e solo una prospettiva, una verità. E tutti si allineano diligentemente alla stessa, senza mai provare a metterla in discussione.

Perché la gogna mediatica (e non) è sempre lì, in attesa per chi non lo fa. Gli anni di pandemia sono stati una cartina di tornasole a questo riguardo, che hanno chiaramente mostrato che il Re è nudo. E non è un bello spettacolo.

Anche perché danneggia la stessa credibilità dell’informazione e la fiducia dei cittadini in essa. E se viene meno la fiducia in chi produce informazioni, come fanno questi ultimi ad avere un qualche impatto su alcunché?

Detto questo, ho una opinione disincantata sugli elettori. Perché ritengo che la casalinga di Voghera sia ben più saggia, e ben più radicata nella sue convinzioni profonde, di quello che taluni pensano.

È questo l’errore concettuale (allo specchio) della narrazione che andava di moda qualche tempo fa (e che ritornerà di moda se a vincere fossero le “destre”, ne stia ben certo), ovvero che le fake news (e quindi i social media) siano pericolose perché possono modificare come votano gli elettori, considerati alla stregua di individui eterodiretti e facilmente manipolabili.

Non è vero, l’evidenza empirica a riguardo mi pare lasci ben pochi dubbi a riguardo. E proprio per le stesse identiche ragioni, qualunque narrazione che va per la maggiore sui quotidiani alla fin fine conterà ben poco nelle urne.

Centrodestra in cerca di riconoscimento

WZ: E la coalizione di centrodestra che si candida a guidare il Paese, avrà la capacità di sottrarsi o ne è già succube?

LC: Questo è tutt’altro discorso. Perché se ho fiducia negli elettori, ne ho un po’ meno nei politici. O almeno in alcuni di questi. A volte troppo vanitosi, sovente alla perenne ricerca di un riconoscimento da parte degli altri, specie se fino all’altro ieri questo riconoscimento non l’avevano.

Quello che manca al centrodestra, direi da sempre, è un rapporto diverso e più produttivo con una certa classe intellettuale (minoritaria, vero, ma combattiva) che potrebbe fornire a questa area politica delle idee utili, nonché una legittimazione in primis verso sé stessa che la cauterizzerebbe dal rischio di rincorrere non solo le idee, ma soprattutto la legittimazione altrui. Uno spettacolo a volte decisamente avvilente per chi lo osserva da fuori.

Letta abbraccia il corbynismo 

WZ: Il programma del Pd assomiglia ad un’agenda identitaria piegata verso sinistra. Ius scholae, dote18, cannabis, matrimonio egualitario sono alcuni dei temi. Dov’è finito il cosiddetto “riformismo pragmatico” della famosa agenda Draghi?

LC: Alcuni colleghi hanno analizzato i programmi dei partiti per le prossime elezioni. Il programma del Pd è a sinistra in economia come non lo era da almeno 15 anni.

Appare dunque aver abbandonato ogni tentazione di “blairismo”, come emergeva d’altra parte già dalla lista dei candidati presentata, che registra alcune esclusioni eccellenti in quella che era l’ala più moderata del partito, in nome, per rimanere all’esempio inglese, di un corbynismo più o meno accentuato.

Non parliamo poi dell’agenda Draghi (tra l’altro cannibalizzata dal Terzo Polo – ergo elettoralmente oramai inutilizzabile). Il che però ha senso strategicamente: tramontata l’alleanza con Calenda, in una situazione in cui i sondaggi segnalano grandi difficoltà, il tentativo di riposizionarsi (anche attraverso la campagna visiva “Scegli”, tutta giocata sul contrasto tra nero e rosso, tra i cattivi e i buoni) verso posizioni più di sinistra rispetto al recente passato, è un modo per polarizzare lo scontro e provare così a galvanizzare la propria base.

Un po’ come era successo con le Sardine durante le elezioni in Emilia Romagna. Il tutto per provare ad arrivare, come voti, primo tra i partiti in lizza. L’unica cosa cui in questo momento il Pd può aspirare.

In questo quadro, tuttavia, mi appare davvero difficile capire la rottura avvenuta con il Movimento 5 Stelle. Se il “campo largo” aveva qualche punto di attrito fino a qualche tempo fa, ora Pd e 5 Stelle appaiono molto più complementari.

Insomma, qualche dubbio sulla strategia di Enrico Letta ce l’avrei anche. Detto questo, rimane una strategia come detto sì sensata, ma solo nel breve periodo, non nel medio-lungo. Perché Blair qualche elezione la ha anche vinta. Corbyn mi pare di no.