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Si è rotto qualcosa tra i Tories e il premier, ma non c’è (per ora) un’alternativa credibile a BoJo

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Boris Johnson

Non è inusuale che i partiti di governo britannici perdano le elezioni suppletive. Pure triplettisti di vittorie elettorali negli anni ’80 e ’90 come Margaret Thatcher e Tony Blair dovettero ingoiare il rospo delle by-election. Quello che però sorprende della sconfitta dei Tories nella suppletiva del Nord Shropshire è la dimensione della sconfitta. Da una maggioranza conservatrice di oltre 23 mila voti si è passati a una maggioranza LibDems di circa 6 mila voti in uno dei seggi storicamente più sicuri per i Tories. Certo, nella scelta degli elettori delle Midlands Occidentali ha pesato il fatto che il seggio in gioco era quello di Owen Paterson, il politico che, dopo 24 anni da rappresentante della constituency, si è dovuto dimettere dopo avere ammesso di essere stato retribuito per oltre 100 mila sterline per fare lobbying a Westminster in favore di alcune aziende (pratica proibita nel Parlamento UK). Eppure, i backbenchers del partito conservatore stanno individuando un solo colpevole per la debacle: il premier Boris Johnson.

Da asset elettorale capace di ottenere la più grande vittoria conservatrice dal 1987 a liability accusato di non fare nulla per contrastare la corruzione ed essere incompetente il passo è stato breve. Forse fin troppo. In fondo, Johnson è sempre se stesso: un uomo con un grande fiuto politico, dotato di una straordinaria capacità di mettersi in contatto con l’elettorato più popolare dei Tories grazie a un carattere guasconesco, incline alla gaffe e poco dedito ai dettagli e alla lettura di dossier governativi. Ecco perché il tiro al bersaglio di questi giorni fa capire come qualcosa si sia rotto tra Boris e il partito che lo ha eletto leader. Le continue soffiate sui party natalizi di Whitehall e del suo staff durante il lockdown non sarebbero state possibili senza un cosiddetto insider job finalizzato a indebolire lui stesso e i suoi collaboratori maggiormente invisi al partito. La “questione morale” à l’anglaise su lobbying, secondi lavori dei parlamentari, decorazioni dell’appartamento di Downing Street non si sarebbe mai materializzata se i media avessero percepito un premier ancora saldo alla guida del partito e del Paese.

Vi sono poi delle cause politiche che hanno indebolito Johnson in quest’ultimo anno. BoJo ha trovato terreno fertile nella sua ascesa a capo del governo grazie a due fattori che ora non ci sono più: lo stallo sulla Brexit e la presenza di Jeremy Corbyn come leader del partito laburista. Ora la Brexit è diventata realtà e nemmeno i Laburisti e i LibDems contestano più l’uscita del Paese dall’Unione europea (curiosamente, in Italia, qualcuno, ancora, lo fa per conto loro…). Il voto di giovedì in una circoscrizione che per il 60 per cento aveva votato Leave nel 2016 mostra come la divisione leavers/remainers non sia più un fattore determinante nelle scelte degli elettori. Mentre l’opposizione è guidata da Sir Keir Starmer, un politico con un background e un cv ben diverso da Corbyn, il che lo rende un potenziale candidato alla guida del Regno Unito alle prossime elezioni. Non che Starmer stia riscaldando gli animi degli inglesi: il risultato nella suppletiva del Nord Shropshire indica un Labour ancora ben lontano dal creare un forte sentimento popolare favorevole al suo ritorno al governo; ma egli ha capito che per tornare credibili i Laburisti devono presentarsi come “governo in attesa” di diventare tale, abbracciare il patriottismo e liberarsi dei nostalgici di Bruxelles. Per questo Starmer ha votato con il governo lo scorso martedì sulle nuove restrizioni per contrastare la variante Omicron mentre 99 deputati Tory hanno abbandonato Johnson.

Tra di loro, molti lo hanno fatto per ragioni di principio per la violazione dei diritti individuali incastonati nella costituzione britannica da secoli. Altri, semplicemente, lo hanno fatto per sfidare l’autorità di Johnson. Il panorama politico del partito conservatore è un magma variegato che ha visto quattro presidenti di commissioni parlamentari, due ex aspiranti leader, un ex leader e componenti delle correnti rappresentate dal 92 Group, dal Covid Recovery Group, dai Blue Collar Tories e dagli One Nation Tories tutti manifestare il loro disappunto dei confronti del premier.

Questa opposizione interna variegata non ha ancora trovato un punto di riferimento politico per esprimersi. Le candidature alla leadership di Liz Truss, Rishi Sunak, Michael Gove e Priti Patel restano ancora sulla carta, e questo, sicuramente, fa il gioco di Johnson, che non avrà pretoriani johnsoniani a fargli da scudo, ma può contare anche sullo scarso seguito degli eventuali rivali. Nel sistema politico britannico i parlamentari dipendono più dal voto degli elettori che non dai leader di partito. Pare che gli MPs Tory siano stati investiti da decine di centinaia di mail di lamentele dei loro constituents dopo la fuga di notizie sui party natalizi in lockdown e dopo che il governo ha tentato in maniera piuttosto maldestra di salvare Paterson causando le sue dimissioni e una suppletiva disastrosa per i Tories. Questo ha spostato l’asticella del confronto tra Johnson e i suoi backbenchers, timorosi di perdere il loro seggio alla prossima tornata elettorale.

La fine politica di Boris Johnson è stata proclamata da più parti, più volte. Quando Michael Gove gli voltò le spalle nel 2016 nel leadership contest; quando si dimise da ministro degli esteri in contrasto con il Brexit Deal di Theresa May; quando, in maniera drammatica, finì al St. Thomas Hospital di Londra dopo essersi ammalato di Covid. Ora, però ci si sta chiedendo quante vite ha ancora il gatto Boris e, soprattutto, se abbia voglia di spenderle per restare ancora a Downing Street. I primi mesi del 2021 saranno decisivi per lui e per un partito che governa ormai il Regno Unito da oltre 11 anni.