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Un Parlamento che rinuncia ai suoi poteri e il declino della legittimazione democratica

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Devo confessare che, di fronte alle recenti elezioni presidenziali nel nostro Paese, forse perché suggestionato del termine scespiriano “kingmaker” usato dai mass media in riferimento a questo o a quel politico, con tutto il rispetto e per gli elettori e per l’eletto, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata una delle scene più famose delle tragedie scritte dal “cigno dell’Avon”, quella nella quale gli emissari dei nobili e dei comuni si recano da Riccardo di Gloucester per offrirgli la corona e quest’ultimo dopo una serie di insistenze e di rifiuti finisce per diventare re (Riccardo III, atto II, scena VII). È giusto fare le debite differenze: i politici italiani non hanno la grandezza tragica, ma (per fortuna) nemmeno la malvagità a tutto tondo dei personaggi di Shakespeare, e d’altra parte qualcuno potrebbe dire che quanto accaduto nei palazzi delle istituzioni non è stata una tragedia, ma anzi uno spettacolo a lieto fine, lieto perché culminato nella decisione di una maggioranza molto ampia dei parlamentari.

Ciò nonostante, un certo sconcerto rimane. Nulla da dire sul merito della decisione, la quale può essere criticata dal punto di vista politico (ad esempio da chi non approva l’operato del presidente uscente), ma non può in ogni modo essere contestata nella sua legittimità costituzionale, dato che, contrariamente a quanto lo stesso Mattarella aveva più o meno velatamente sostenuto, la Costituzione non vieta la rielezione, anche se rimane l’inopportunità di eleggere una singola persona per quattordici anni ad una carica tanto elevata, a maggior ragione tenendo conto delle competenze di merito politico che in maniera sempre maggiore sono esercitate da chi la ricopre. Ciò che lascia perplessi è il modo: anche se il capo dello Stato non è eletto dal popolo, il principio democratico richiede che sia il candidato a presentarsi ai suoi elettori e a sottomettersi al rischio del confronto con un concorrente, e non che siano gli elettori a presentarsi al candidato, il quale aveva peraltro (platealmente, se posso usare questa espressione) fatto capire di non volere essere riconfermato.

Se l’essenza della democrazia è che vi siano dei candidati non eletti, il fatto che vi sia un eletto non candidato è quanto meno una forte anomalia, che può essere giustificata solo per situazioni di emergenza eccezionali (non quella di una pandemia ormai alla fine per capirci) e per cariche temporanee, come il dittatore romano (l’esempio più famoso è quello di Cincinnato), e non per il rinnovo alla sua scadenza naturale di una carica destinata a durare a lungo, a maggior ragione quando essa consista una riconferma. Qualcuno si è spinto sino a dire che la cosa era premeditata da tempo, ed in effetti il dubbio in questo senso è pienamente comprensibile, anche se personalmente non mi sentirei di prendere posizione in materia.

Del resto, la questione non è a mio parere così importante, dato che ritengo che la cosa che veramente preoccupa di tutta la vicenda sia in effetti un’altra, cioè il fatto che il Parlamento in sostanza ha deciso di non decidere, confermando lo status quo. In tal modo però al presidente riconfermato Sergio Mattarella è mancata forse la cosa che di fatto è più importante dal punto di vista della legittimazione democratica, cioè la competizione con un altro candidato, da cui uscire vittorioso grazie al voto dei parlamentari elettori. E questa competizione, nella quale risiede l’essenza della democrazia non è mancata solo al neo presidente, ma è mancata soprattutto al Paese, che ha visto un Parlamento incapace di confrontarsi e di scontrarsi su uno o più nomi, e legato a manovre certo legittime, ma non lodevoli, come il voto dei “franchi tiratori” (perché non esprimere in maniera palese il dissenso rispetto alle direttive del proprio partito?), nonché le astensioni imposte dai partiti proprio per evitare i franchi tiratori al loro interno. Un Parlamento diviso tra i “grandi” dei vari schieramenti, impegnati o in roboanti ed inutili proclami (da “kingmaker”) o in cauti ed astuti silenzi, e quelli che impietosamente sono definiti i “peones” della politica, la maggior parte dei quali timorosi di perdere la loro posizione.

Il Parlamento italiano (ma la cosa purtroppo è comune anche a molte altre assemblee legislative dell’Europa continentale, per non parlare del Parlamento dell’Unione europea, mai assunto ad un ruolo importante) da molto tempo soffre di uno svuotamento progressivo dei propri poteri sovrani, e sempre più sovente viene chiamato a ratificare decisioni altrui, ma nella vicenda dell’elezione presidenziale troviamo qualcosa di ancora più sconcertante: l’assemblea ha addirittura evitato in sostanza di assumersi la responsabilità di prendere una decisione propria, lasciando quasi per inerzia che si giungesse ad una riconferma del presidente uscente.

Il funzionamento di un sistema democratico si basa, come affermava Montesquieu, che univa ad una profonda conoscenza delle cose umane la saggezza e l’esperienza dell’uomo di stato, sulla contrapposizione, rispettosa ma dialettica, tra i poteri (“le pouvoir arrête le pouvoir”), ma perché vi sia contrapposizione è necessario che ciascun organo dello stato eserciti i suoi compiti: se il Parlamento di fatto vi rinuncia e preferisce non decidere, quale equilibrio tra i poteri si verrà a creare? E soprattutto quale democrazia? È umano ed inevitabile che, a prescindere dalle intenzioni personali, i rappresentanti degli altri poteri finiscano per svolgere le funzioni che il legislativo rinuncia ad esercitare in prima persona.

Ne abbiamo esempi quotidiani nel nostro Paese, dove le decisioni politiche più importanti, e persino le norme che disciplinano la vita dei cittadini (quelle del famigerato Green Pass ne sono l’esempio più lampante e, mi si permetta, più triste) vengono emanate dall’Esecutivo con l’avallo del capo dello Stato e, salva una loro approvazione in blocco da parte del Parlamento, le stesse vengono interpretate, e di fatto modificate, ora concedendo qualcosa ora restringendo le concessioni (spesso peraltro senza alcuna logica) dal governo medesimo con comunicati stampa, linee guida, risposte alle domande “frequenti” ecc., cose che tutto sono fuorché espressione della funzione legislativa spettante all’organo che è espressione ultima della sovranità popolare.

Un altro effetto collaterale, più nascosto, ma più profondo e non meno pericoloso nel lungo periodo di quello che si è descritto, è il declino del valore della legittimazione democratica. Da sempre le società umane, in maniera tacita o in maniera esplicita, richiedono che coloro che le governano giustifichino il loro potere: è stato Max Weber a fare una classificazione dei diversi tipi di legittimazione. Nelle moderne società liberal-democratiche una persona è legittimata a governare in qualità di rappresentante del popolo che lo ha eletto, o in maniera diretta (è il caso dei parlamentari) o indiretta (da noi è il caso del capo del governo nonché del capo dello Stato), di modo che non sono quindi le sue qualità personali a legittimarla, ma le procedure democratiche di elezione. Weber l’avrebbe chiamata legittimazione di tipo “razionale”. Questo, a livello di percezione sociale, umanizza il governante e lo rende soggetto al giudizio di tutti, proprio perché il suo ricoprire un incarico (e la cosa è tanto più importante quanto più lo è quest’ultimo) è legato non alle sue qualità personali più o meno “superiori”, ma empiricamente al fatto di avere ricevuto l’approvazione della maggioranza: in tal modo il concetto di legittimazione democratica contribuisce a rafforzare la democrazia.

Se invece l’organo principale dei rappresentanti del popolo rinuncia alla competizione tra candidati e si limita a votare un soggetto senza alternative, allora anche al di là delle intenzioni dei singoli, si finisce per mettere l’eletto su una sorta di “piedistallo” e si finisce per giustificare il suo ruolo non in base ad una scelta basata su un confronto tra maggioranza e opposizioni, ma sulle (vere o presunte) qualità personali dello stesso, cioè su una legittimazione di tipo “carismatico” (tale l’avrebbe definita Weber), con un danno forse non apparente ma sostanziale per il principio democratico. Quando i rappresentanti del potere pubblico assumono una troppo marcata legittimazione carismatica, diventa molto più difficile criticarne le decisioni.

Così il presidente della Repubblica, ben oltre il rispetto che si deve alla massima magistratura repubblicana, tende ad assumere un ruolo quasi sacrale: “Il Colle ha parlato”, “Il Quirinale ha bacchettato Tizio o Caio” sono espressioni abituali nei mass media, anche quanto il capo dello Stato assume decisioni rispettabili ma criticabili. Parallelamente anche il capo del governo è sua volta ormai da molti anni (l’ultimo a vantare una legittimazione democratica in senso classico fu Silvio Berlusconi nel lontano 2008) quasi sempre “l’uomo più adatto ad affrontare la situazione”, in virtù appunto delle sue capacità carismatiche, rappresentate dalle sue competenze tecniche, a volte effettive a volte presunte, ma sempre capaci di legittimare le sue scelte come “le migliori possibili” (a volte, ahimè, come “le migliori del mondo”), comunque come scelte non oggetto di discussione per loro stessa natura. In tal modo i governanti da rappresentanti fallibili e criticabili del popolo si trasformano in illuminati e infallibili (e come tali mai disposti ad ammettere i propri errori) gestori del bene pubblico in forza della loro superiore virtù e competenza.

Qualcuno ha suggerito a Mattarella di dimettersi a breve termine: personalmente penso che il neo presidente abbia tutto il diritto di mantenere il suo incarico sino a quando lo riterrà opportuno. Più importante è che cambi il rapporto tra governanti e governati e che esso si trasformi in una relazione di reciproco rispetto (ad esempio anche verso chi non condivide le politiche vaccinali) per i rispettivi ruoli. Fondamentale in questo senso è il ruolo di un Parlamento che vada in direzione opposta a quella che ha portato alla elezione presidenziale. Un Parlamento nel quale si abbia finalmente la ripresa di un effettivo confronto democratico sulle varie questioni, a partire dalla conversione dei decreti legge governativi. Un confronto in seguito al quale si creino una maggioranza ed un’opposizione, perché entrambe sono essenziali per il funzionamento di una società non basata sul “carisma” di chi governa ma sulle scelte degli elettori.

Nell’ultima scena della tragedia, Riccardo III, ormai prossimo alla sconfitta da parte del proprio rivale il futuro Enrico VII, giunge ad offrire il proprio regno (per cui tanto aveva intrigato) per un cavallo, quasi che Shakespeare ci ricordasse implicitamente la vanità delle cose umane se non basate su valori forti. La democrazia è un valore fondamentale e purtroppo nel nostro Paese la stiamo lentamente perdendo. Essa non garantisce un’aureola di infallibilità ai governanti, ma garantisce loro la cooperazione dei cittadini anche nel dissenso: in una società così drammaticamente divisa come quella italiana attuale (anche a causa della pandemia e del modo in cui è stata gestita) è di cooperazione e di rispetto tra governanti e governati (e non di un potere che ha sempre ragione e fa sempre “l’unica cosa possibile”) che c’è urgente bisogno.