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L’altra faccia del lunedì – domande ancora senza risposte sull’omicidio di Cerciello Rega

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Sono davvero tante, troppe, le versioni che non coincidono nella notte romana che ha portato alla morte del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. Qui mi vorrei soffermare solo su una, la diffusione della nazionalità degli assassini, attribuita in un primo momento a nord africani. Diversamente da casi del genere, avvenuti anche in Italia, le forze dell’ordine e poi, anche se in maniera meno evidente, i siti dei giornali mainstream, hanno fornito il profilo con una certezza tale, che tutti hanno ritenuto fossero notizie affidabili. E con tutti, intendiamo persino Paolo Gentiloni, figura prudente e circospetta quante altri mai, che ha diffuso questa versione. L’ex premier si è poi giustificato dicendo che la notizia l’aveva conosciuta dai “siti”. Ma credete che un ex presidente del Consiglio, in genere prima di postare un tweet intento a consultarsi con questo o quell’altro, apprenda le informazioni, per di più sull’ordine pubblico della sua città, dai “siti”? Ancor più rilevante il fatto che questa versione sia stata rilanciata, almeno all’inizio, dal ministro dell’interno. Ora, Salvini non ha lo stesso approccio istituzionale di un Giulio Andreotti (e per fortuna) ma pensate sia talmente autolesionista da lanciarsi, cavalcando una versione che non fosse minimamente solida? Basti dire che ancora nel pomeriggio del 26, quando la notizia del fermo di due americani già era diffusa, il sito del Corriere della Sera, non certo un foglio sovranista, manteneva ancora la versione dei nord africani.

Tutto ciò stupisce per tante ragioni ma soprattutto perché, dai tempi degli attentati islamisti, e poi dell’emergenza immigrazione, in molti Paesi Ue e anche nel nostro, forze dell’ordine e media hanno firmato patti taciti di autocensura. Le prime tendono a glissare sulla nazionalità dei sospettati, nel caso si tratti di islamici o di immigrati, ai secondi spetta invece il compito del manzoniano “troncare, sopire”, per non fornire argomenti alla ”estrema destra” e all’“odio”, per usare il loro linguaggio. Non è una grande novità visto che questi accordi di autocensura tra polizie e giornali sono sempre esistiti, soprattutto durante la Guerra Fredda.

Oggi però, con i social e con la possibilità di ognuno di scattare foto e riprendere video in ogni momento, e con la capacità diffusa di manipolarli, è difficile che questo accordo possa reggere a lungo. Il risultato per il momento è che domina una gigantesca, e legittima, scuola del sospetto, in cui tendiamo giustamente a non credere più non solo a quello che scrivono i giornali ma, il che è più grave, a diffidare anche di quello che sostengono le forze dell’ordine. Anche se siamo abbastanza accorti per sapere che il potere richiede, sempre, una dimensione di arcana imperii. Resta comunque la domanda iniziale: perché nella notte romana tra il 25 e il 26 luglio, il patto tacito di autocensura non è scattato? Oltre a tutti gli altri interrogativi di cui attendiamo risposte: credibili.