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L’altra faccia del lunedì – Se la destra è donna

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”In Italia seicento e quaranta; In Alemagna duecento e trentuna;/ Cento in Francia, in Turchia novantuna; /Ma in Ispagna son già mille e tre”. Il Catalogo di Leporello non riguarda qui le conquiste di Don Giovanni e forse la Turchia non vi rientra, ma di donne “d’ogni grado, d’ogni forma, d’ogni età” sempre si tratta. Stiamo parlando delle donne leader di destra. Che oggi occupano quantitativamente e qualitativamente ruoli ben più rilevanti rispetto alle donne in partiti di sinistra.

Marine Le Pen e Marion Maréchal in Francia, Siv Jensen primo ministro in Norvegia, Inger Støjberg, già ministro dell’immigrazione in Danimarca, Alice Weidel candidata cancelliera della AfD nel 2017 in Germania, Pritti Patel ministro dell’interno del governo Johnson. Uscendo dall’Europa, Aylet Shaked già ministro della giustizia di Nethanyau, e in Usa Nikki Haley, già ambasciatore all’Onu di Trump. E, naturalmente, l’Italia: Giorgia Meloni è l’unica leader donna di partito, mentre del centrodestra donna è l’unica governatrice di regione (la Tesei) e un’altra donna, Lucia Borgonzoni, è candidata in Emilia Romagna. Forza Italia è l’unico partito ad avere come capogruppo due donne. Senza ricordare le uniche due donne primo ministro del Regno Unito, Margaret Thatcher e Theresa May, e Ursula Van der Layen, che sarebbe pur sempre in teoria una conservatrice, così come Lagarde.

Di fronte a tutta la retorica della sinistra e dei progressisti sul fatto che sarebbero i primi della classe nel promuovere le donne, la realtà sembra essere un po’ diversa. E ancor più se ci si addentra nei partiti cosiddetti sovranisti, presentati dal mainstream come immersi in una visione retriva e tradizionale dell’universo femminile, in cui le donne invece svolgono spesso un ruolo apicale. Ovviamente, quando a candidarsi o ad apparire sulla scena è una donna appartenente a un partito progressista, socialista, verde o liberale che sia, partono le fanfare sul tetto di vetro che finalmente si rompe. Se invece la candidata è di destra o conservatrice, il suo essere donna non conta più: e magari spuntano sulla stampa mainstream che si dichiara femministe, i più vieti stereotipi.

Eppure, c’è un nesso preciso tra l’essere donna e sostenere un progetto di carattere conservatore o nazional conservatore o di nuova destra. Prima di tutto la donna di destra rifiuta, del femminismo, il carattere differenzialistico, di separatezza. Quindi rigetta la logica delle quote. In secondo luogo è indubbio che le donne si muovano, nei partiti di destra, in un ambiente prevalentemente mascolino: quando riescono a scalare i vertici vuol dire perciò che sono dotate di capacità assai superiori alle loro colleghe formatesi nei partiti progressisti. In terzo luogo, la comunicazione politica e il modo di vivere e di sentire l’azione politica da parte soprattutto dei partiti sovranisti sembra essere più consona a una forma di comunicazione femminile, che tende a enfatizzare l’emotività e il carattere passionale. Infine, le donne di destra sono conservatrici, ovvio, e poiché oggi molta parte della politica è bio politica – politica fatta con il corpo ma anche politica che riguarda i corpi (soprattutto sul versante della riproduzione e delle sue tecniche da regolamentare) – le donne, il cui corpo è costruito dalla natura per la riproduzione, sembrano essere particolarmente in grado di incarnare questo momento, al di là del fatto che siano o no madri o che siano o no eterosessuali.

Quanto a noi maschietti conservatori, che abbiamo letto la teoria della Grande Madre di Guénon, il Matriarcato di Bachofen, Klages e perché no Evola, il potere delle donne non fa certo paura.