Cronaca

Avevo una cartella di cartone e non spaccavo vetrine: cosa abbiamo perso da allora

Una cartella di cartone, il grembiule nero e il valore delle rinunce: il ricordo di un’infanzia in cui si imparava a desiderare senza pretendere e a rispettare ciò che appartiene agli altri

Era il novembre del 1978 e avevo appena iniziato la prima elementare.Il mio mondo entrava tutto in una cartella di cartone marrone, decorata con disegni colorati, rigida, squadrata e con gli spigoli vivi. Non ho mai capito di quale materiale fosse fatta quella cartella, ma ricordo perfettamente cosa custodiva: due quaderni, uno a righe e uno a quadretti, il sussidiario, il libro di lettura e un astuccio con i colori. Poche cose, ma allora mi sembravano sufficienti per contenere un universo intero.

Me l’aveva regalata una piccola signora minuta, nostra vicina di casa, che si chiamava Eufemia ma che io chiamavo affettuosamente Mema. Ogni mattina andavo a scuola con il grembiule nero, il colletto bianco e un fiocco immacolato. Era mia madre a occuparsene, ogni santo giorno: doveva essere pulito e perfetto. Oggi comprendo che in quel gesto c’era molto più di una semplice attenzione all’aspetto. C’erano l’amore di una madre, il rispetto per se stessi e quella dignità familiare che si trasmette attraverso le piccole cose.

Durante il primo anno era lei ad accompagnarmi a piedi anche se la scuola era vicina. Appena varcato il portone incontravo Marino, il bidello, che ci accoglieva come se fossimo tutti suoi figli. In classe le regole erano poche, ma chiare. Si entrava, ci si faceva il segno della croce e ci si sedeva con le mani rigorosamente conserte e composti. La nostra maestra, Wilma Parlanti, ci ha accompagnato dalla prima alla quinta elementare. Conosceva i nostri progressi e le nostre difficoltà; se sbagliavamo, alzava la voce e non c’erano troppe discussioni.

Quando entrava qualcuno in classe, dal direttore al bidello, dal Sindaco a Don Nello che ci insegnava religione, ci alzavamo tutti in piedi e stavamo in silenzio. Era il nostro modo di dimostrare rispetto. Eravamo bambini come tutti gli altri, con i nostri difetti, ma crescevamo con punti di riferimento precisi: la famiglia, la scuola, le regole e il senso di appartenenza a una comunità.

E quella comunità la sentivamo davvero. A Natale, per noi, la festa non era soltanto l’attesa dei regali, ma soprattutto quella della nascita di Gesù. Ricordo ancora Marino che ci riuniva a gruppi nell’atrio della scuola per addobbare l’albero e preparare il Presepe, o, come lo chiamiamo dalle nostre parti, la Capannella. Erano momenti semplici, ma capaci di creare legami e lasciare ricordi indelebili. Ricordo con nostalgia anche il 4 novembre, quando celebravamo la vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Le maestre e i maestri ci facevano uscire ordinati dalle classi per radunarci nell’atrio e da lì, in fila, ci recavamo nella piazzetta davanti al Municipio, davanti al monumento ai Caduti del 1915-1918. Ricordo i nomi dei soldati incisi sulla lapide e le note del Silenzio o dell’Inno nazionale alla presenza del Sindaco, del Maresciallo dei Carabinieri e dei labari delle associazioni.

Avevo sei anni, ma sentivo di appartenere a qualcosa di più grande. Guardando quei nomi, provavo un orgoglio sincero per la mia Italia e pensavo ai sacrifici di quegli uomini e delle loro famiglie. So bene che qualcuno, leggendo queste parole, potrebbe affrettarsi a definirmi fascista. Eppure parlo da liberale, da persona che crede nella libertà di pensiero e nel rispetto delle idee altrui. Amare la propria Patria non significa necessariamente aderire a un’ideologia. Il mio sentimento nasce dalla mia famiglia, dalla mia storia e dagli esempi che vedevo ogni giorno.

Non eravamo una famiglia povera, i miei genitori lavoravano entrambi, ma in ogni caso le possibilità economiche imponevano dei limiti e bisognava imparare ad accettarli. I miei genitori facevano sacrifici per costruire la casa in cui abito ancora oggi e, mentre costruivano quelle mura, stavano costruendo inconsapevolmente anche il mio futuro. I giocattoli erano pochi. Se andava bene, a Natale ne arrivava uno e alla Befana la calza. Non potevamo pretendere continuamente qualcosa di nuovo, né avere tutto ciò che desideravamo.

Eppure ero felice perché avevo imparato a vivere con quello che possedevo, senza sentirmi inferiore a chi aveva di più. I miei genitori mi avevano insegnato il valore del lavoro, il rispetto per gli altri e la dignità di chi affronta la vita senza abbassare la testa.

Poi, tanti anni dopo, apro i social e vedo le immagini dei disordini di Milano. Tra quelle scene compare un ragazzino di undici anni, un bambino poco più grande di quanto fossi io allora, con il volto nascosto da un cappuccio e coinvolto in un gruppo che saccheggia e distrugge vetrine. Il pensiero torna inevitabilmente a quel bambino che ero, alla mia cartella di cartone e a tutto ciò che non potevo permettermi.

Non ignoro il disagio sociale, le difficoltà familiari e i problemi che tanti giovani affrontano oggi. Non conosco la storia di quel ragazzo e non pretendo di giudicarlo sulla base di poche immagini, ma ricordo bene che anche ai miei tempi esistevano povertà, disuguaglianze e frustrazioni. Anche allora c’erano bambini che desideravano ciò che non potevano avere e in alcuni casi la povertà si faceva sentire oltremodo. La differenza, nella mia esperienza, è che quelle rinunce non diventavano una ragione per distruggere ciò che apparteneva agli altri.

Se non potevo comprare qualcosa e mi veniva spiegato, non andavo a spaccare una vetrina. Se desideravo un giocattolo, imparavo ad aspettare. Insomma seppur piccolo avevo capito che non ogni desiderio può essere soddisfatto e che le difficoltà non giustificano qualsiasi comportamento. Ma io non ero l’eccezione anzi!. Eravamo in tanti a vivere nelle stesse condizioni, con famiglie che contavano le spese e genitori che lavoravano duramente per garantirci un futuro migliore. Anche noi abbiamo conosciuto le rinunce e a quelle rinunce siamo sopravvissuti, crescendo e costruendo le nostre vite, senza che la mancanza di qualcosa diventasse necessariamente rabbia contro il mondo.

Non penso che il passato fosse perfetto, né che basti rimpiangerlo per risolvere i problemi di oggi. Credo però che non dovremmo dimenticare il valore dell’educazione, del rispetto, della responsabilità e del senso del limite.
Comprendere il disagio dei giovani è necessario, ma comprendere non significa giustificare tutto. I ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, aiutati e accompagnati da adulti capaci di trasmettere regole e valori. Hanno bisogno di sentirsi parte di una comunità e di imparare che la città in cui vivono è un bene comune, non un luogo da devastare per sfogare le proprie frustrazioni.

Quando ripenso alla mia infanzia non ricordo soltanto ciò che mi mancava. Ricordo soprattutto ciò che avevo: la mia famiglia, la scuola, le tradizioni, Marino che ci accoglieva ogni mattina e la maestra Wilma che ci accompagnava nella crescita. Ricordo mia madre che sistemava il fiocco, il grembiule nero, il colletto bianco e le pagine dei quaderni che ancora oggi conservo gelosamente.

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 Quel fiocco rappresenta tutto questo: i sacrifici dei miei genitori, l’orgoglio di una famiglia che viveva con poco senza sentirsi inferiore a nessuno e i valori che mi hanno accompagnato fino all’età adulta. Non rimpiango le rinunce. Rimpiango semmai un mondo incapace di insegnare ai propri figli che si può desiderare senza pretendere, soffrire senza distruggere e vivere con poco senza perdere la propria dignità. E oggi, rivedo ancora quel bambino con la sua cartella di cartone, il grembiule nero e il fiocco bianco immacolato, sistemato con amore dalle mani di mia mamma.

Perché non ci rendeva grandi ciò che possedevamo, ma ciò che ci veniva insegnato è che le scarpe si consumano, i giocattoli si rompono e le cartelle finiscono dimenticate. Ma la dignità, quando viene coltivata fin da piccoli, può accompagnarci per tutta la vita. E quel fiocco bianco continua a ricordarmi da dove vengo e quali valori non voglio perdere.

Massimo Micheli, 25 ottobre 2026

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