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Beato Speranza: l’aborto sì, la movida no

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Il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato (via social) che le nuove linee guida, aggiornate dal Consiglio superiore di sanità, consentono l’aborto farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana di gravidanza. Il ministro con il suo tono emolliente ci propone predicozzi sui comportamenti da osservare per scoraggiare la recrudescenza dei contagi da Covid e ci ammonisce con sermoni antimovida, mentre sul tema complesso dell’aborto chimico ci annuncia la semplificazione per liberarsi del grumo biologico attecchito nel grembo di una donna.

Per Speranza, nome improprio per un governo che mobilità sfiducia nel futuro, ingerire la pillola abortiva RU486 e demandare alla dimensione domestica la procedura dell’espulsione del feto si può fare con superficialità, mentre sul divertimento si attacca il “pippone” in una versione pedagogica meccanica e pedante.

Sull’aborto lungi dall’adottare una linea integralista mettendo in discussione la legge 194/78 che ne disciplinano le modalità di accesso, ma semplificare l’interruzione della gravidanza in day hospital con la pillola RU486, eliminando il ricovero obbligatorio di tre giorni, significa abbandonare alla solitudine le donne in un percorso doloroso e complesso che andrebbe, invece, assistito dalla vigilanza medica. Le nuove linee guida non aggiungono nulla alla “libera autodeterminazione femminile”, semmai sottraggono tutele, violando le disposizioni della legge 194.

Nel parere, che legittima l’aborto “fai da te”, si fa riferimento ai vantaggi economici che derivano dal risparmio sulla spesa pubblica sanitaria e tale passaggio ragionieristico dovrebbe generare l’indignazione delle donne la cui salute viene compromessa per raggiungere obiettivi di risanamento di tipo aziendalistico.

Dunque, si elimina l’obbligatorietà del ricovero ospedaliero per la somministrazione a domicilio della pillola abortiva RU486, sottraendo le donne al controllo medico e all’assistenza psicologica, per ragioni di risparmio. Così si insulta il corpo delle donne economicizzando sulla complessità di un percorso traumatico, equiparandolo ad un’estrazione dentale o alla rimozione di unghia incarnita.