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Berlusconi e la sua condanna: dopo Silvio, c’è solo Silvio

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Che altro si può dire di Silvio Berlusconi, l’uomo più criticato, più commentato degli ultimi 30 anni? Gli hanno attribuito tutto e il contrario di tutto, dai nuovi miracoli (italiani) ad ogni singola strage da Portella della Ginestra in poi; lo hanno amato in molti di un sentimento opportunistico uguale e contrario a quello di chi lo odiava. Faceva paura, all’inizio: l’uomo, politicamente, non si conosceva ancora, molti dubitavano della sensibilità democratica e quell’avere preso tutto, quel non trovarsi contro poteri contrari, quell’infilarci dentro personaggi anche preoccupanti, una certa inquietudine la giustificavano.

Poi si sarebbe capito che neppure lui, il Cavaliere Nero, il Caimano, aveva forza né voglia di imporre la rivoluzione liberale in un Paese che di liberale non ha mai avuto niente: entrato in politica per difendersi, per diretta ammissione, dall’offensiva di sinistra, fu sempre troppo impegnato a rintuzzare la rabbia di quei poteri contrari, forti, che, invece, c’erano e come e non andavano per il sottile pur di ammazzarlo. Così che ci si poteva allarmare per uno che aveva il controllo di tutti i media, i suoi e quelli pubblici, ma se andavi alle liturgie dell’antimafia, per dirne una, vedevi e capivi: vedevi le star della Giustizia e della informazione “democratica” attovagliati come cospiratori e ogni tanto il nome di Berlusconi, condito dagli insulti più volgari, lo intercettavi in quel ronzio di fiele. Finché, poche settimane dopo, casualmente su qualche giornale usciva una faccenda che sapeva molto di intrigo a tavolino, o a tavola: allora ricordavi, sì, e capivi.

Ora mafioso, ora predone, ora puttaniere e per giunta pedofilo: detto da quelli col poster in ufficio di Mao, quello delle vergini bambine. Detto da quelli che avevano preso dieci miliardi di rubli in mezzo secolo. Detto da quelli che fino al giorno prima avevano spalleggiato le Brigate Rosse e adesso brigavano per un telegiornale o una conduzione a Mediaset. La rivoluzione liberale no, ma di liberista Berlusconi aveva, ha sempre avuto almeno un tratto: il guardare al soldo, alla convenienza dell’imprenditore, le sue aziende piene zeppe di comunisti – non di gente di sinistra, di riformisti, proprio di comunisti – che a me in privato dicevano: ho molta più libertà con lui che col Partito.

Volevano appenderlo, naturalmente a testa in giù, farlo fuori in ogni modo, fucilarlo in fama di successore di Mussolini: ma per finta, era tutta gente che si augurava lui restasse dove stava perché ne ricavava ingaggi, pubblicazioni, la solita democrazia degli anticipi. Senza l’odiato Caimano, restavano completamente privi di sovvenzioni, ma se glielo facevi notare ti rispondevano inviperiti: fascista, noi facciamo la lotta dall’interno, l’entrismo lenininista. Sarebbero spariti tutti, uno dopo l’altro, appena raccattati i due spiccioli che servivano all’ascesa borghese. Come certi wu ming, che ormai nessuno ricorda ma furono le groupie di Cesare Battisti. Insieme a Saviano, che fu inventato proprio dalla sovrastruttura berlusconiana. O come molti sotto-cantanti che oggi hanno trasferito l’odio narcisistico prima su Salvini, poi su Giorgia Meloni.

Berlusconi, homo industrialis, non poteva permettersi di essere ideologico; nemmeno ci teneva, al Milan come nel suo impero di comunicazione e di spettacolo. Quasi tutti, se non tutti, sono passati di lì, rimpinguando le casse e le tasche, uno a caso: Michele Santoro. Sono tutti appassiti, lui, acciaccato, anche nell’eloquio (ricorda a volte Patty Pravo), è ancora lì e gli ha chiesto Nicola Porro: ma non si è ancora stancato di campagne elettorali? Berlusconi non ha risposto, ha raccontato la favola edificante, e magari sconcertante, dei suoi primordi politici, il cerchio magico degli eterni amici che lo prendeva per pazzo.

Un po’ faticoso da seguire, ma una cosa però si capiva e la si capiva chiara: Berlusconi non era più lì per difendere l’impero, per sostenere il conflitto d’interessi, ma perché c’era qualcosa di più divorante, e logorante, che lo obbligava. Come un demone. Non aveva torto Porro: chi te lo fa fare? Ma il Silvio, dato mille volte per cadavere, è di quelli che muoiono solo se a corto di sfide. Dilania se stesso, ma teme la stasi, l’horror vacui e non ci sono ricchezze che tengano. Vince tutto quello che c’è da vincere col Milan, poi passa al Monza, una squadra di provincia, e intanto la porta in serie A: c’è già chi gli chiede lo scudetto, la Champions, al popolo piace sognare “il sogno che non osi vivere te”, come cantava Renato Zero.

Un’altra cosa si capisce a vedere Berlusconi ancora lì a rispolverare improbabili sogni di rivoluzione liberale: lui non ha scelta, del suo partito non resta granché, le poche voci schiettamente liberali, come Andrea Ruggieri, fatte fuori, in compenso, dentro la moglie o fidanzata. No, come un Fratoianni qualsiasi, questo no, questo non si può vedere. Dicono che Berlusconi sia come il sole che brucia i satelliti e anche in questo c’è del vero: alla fine rimane lui solo, condannato a riciclarsi sempre, ancora un giro di giostra, ancora una campagna elettorale, perfino uno sbarco su TikTok, e intanto sono 86. Tanti, forse troppi per essere ancora protagonista ma lui sta lì e gli alleati, o presunti tali, devono farci i conti. Berlusconi è la sua Nemesi, come tutte le personalità spregiudicate, in qualche modo più larghe della vita, non lascia eredi e non può uscire di scena; non è ancora il tempo, non è mai il momento. Per cosa? Per chi, uno con otto o dieci miliardi di euro e sulle spalle una vita nel bene e nel male non definibile, quasi non raccontabile?

Dicevano, e dicono: ha avuto dietro poteri inenarrabili. Ma è uno cresciuto nella piccola borghesia, non in quella puzzona e ipocrita dei populisti di sinistra. Ha spesso azzardato, ha fatto passi anche troppo lunghi, ma chi ce l’avrebbe fatta, aiuti o meno, ad inventarsi, a far crescere, una televisione commerciale, privata, nell’Italia dei mandarini e dei burocrati quelli sì mafiosi per davvero? E il difficile non è neppure fondare: è mantenere, è tenere in piedi. Lo accusano da sempre di naïveté, di crassa ignoranza brianzola, ma i buoni a nulla del comunismo entrista hanno solo saputo sfruttarlo, anche loro, da ottimi sussiegosi parassiti. Lui un po’ ha lasciato fare e un po’ ha punito con la spietatezza di quelli che passano in un attimo dal sorriso mammone al colpo di scimitarra che decapita. Difetti ne ha e lo sa, ma tra i pregi c’è quello di non aver mai tradito chi era, comunque andasse, e le sue origini, popolane, da gradinata anche coi fantastiliardi: “Silvio, sei una bella figa!”. “Grazie, è il complimento più bello che mi sia mai stato fatto”, e poi: “Beh, adesso vi saluto: me ne vado un po’ a puttane”.

Forse nessuno saprà mai fino in fondo chi è Berlusconi: neppure Silvio. Di sicuro non il provincialotto che a sinistra pretendevano e neppure l’arruffone senza letture: invece, uno che sapeva come adattarsi alla folla e non aveva paura di scendere al suo livello, di ritrovare le proprie radici, infinitamente più popolare lui dei suoi odiatori compagni. Anche uno che in politica estera aveva un approccio aziendalista, la pacca sulla spalla, il “mister Obama!” che irritava la regina, ma, ancora una volta, cosa avrebbero combinato i cialtroni e gli inetti del falansterio di Bruxelles? La storia ha punito Berlusconi per quel non aver saputo costruire un futuro in politica, nel suo partito, ma ne ha anche riabilitato la faccia da molte leggende carognesche.

Dopo Silvio, solo Silvio e questa è la sua condanna: nel 1968 Giorgio Bocca viene a sapere che a Milano c’è un imprenditore rampante che a poco più di trent’anni riesce a far deviare le rotte degli aerei da Linate perché vicino alla costruenda Milano 2 ha già fatto un ospedale: incuriosito, vuole incontrarlo, vuole saperne di più. È passato oltre mezzo secolo e Berlusconi è ancora lì, a volte con le crepe, come Milano 2 che vive in una perennità di quiete irreale, ma se fa una cosa assurda come sbarcare su TikTok a quasi 90 anni, “Ciao ragazzi, eccomi qua”, fa dieci milioni di visualizzazioni: gli altri, a malapena arrivano a ventimila.

Max Del Papa, 16 settembre 2022