Da decenni la narrazione dominante ripete che Israele sia l’ostacolo alla pace. Ma la storia, quando la si osserva senza le lenti del pregiudizio ideologico, racconta tutt’altro. In quasi un secolo di conflitto, Israele — o prima ancora il movimento sionista — ha accettato più volte l’idea dei “due Stati per due popoli”. Dall’altra parte, la leadership araba e palestinese ha risposto con un “no” sistematico: non un dissenso politico, ma un rifiuto esistenziale di riconoscere il diritto d’Israele a esistere.
I quattro “no” che hanno impedito la nascita dello Stato palestinese
Il primo “no” arriva nel 1947, quando la Risoluzione 181 dell’ONU prevede la creazione di uno Stato ebraico e di uno arabo. Gli ebrei accettano, i Paesi arabi rifiutano e attaccano il neonato Stato ebraico. Nasce così la prima guerra arabo-israeliana e la tragedia dei profughi palestinesi.
Il secondo “no” è del 1967, al vertice di Khartoum: “no alla pace, no al riconoscimento, no ai negoziati”. Israele, dopo la Guerra dei Sei Giorni, aveva offerto la restituzione dei territori in cambio di pace. La risposta del mondo arabo fu chiudere ogni spiraglio di dialogo.
Il terzo “no” è del 2000, a Camp David. Ehud Barak offre ad Arafat uno Stato palestinese sul 94% della Cisgiordania, con tutta Gaza e Gerusalemme Est capitale. Arafat rifiuta senza controproposte. Poco dopo, esplode la Seconda Intifada.
Il quarto “no” arriva nel 2008, quando il premier israeliano Ehud Olmert rilancia un piano simile, con scambi territoriali e capitale condivisa. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non firma, temporeggia, e l’occasione svanisce.
Nel frattempo, nel 2005, Israele si era ritirato unilateralmente da Gaza, smantellando insediamenti e basi militari. In cambio non ottenne pace, ma razzi: Hamas prese il controllo della Striscia e ne fece una roccaforte terroristica.
La costante è evidente: Israele ha mostrato disponibilità negoziale. La leadership araba e palestinese, invece, ha sistematicamente detto di no — non per tattica, ma per ideologia. Perché per molti, accettare la pace con Israele significherebbe riconoscerne la legittimità. E questo, per i più radicali, resta inaccettabile.
Il 7 ottobre: la barbarie in diretta
Tutto questo è riemerso con forza il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha messo in atto un agguato terroristico contro civili inermi israeliani. Più di 1.200 persone uccise, in gran parte donne, bambini, famiglie massacrate nelle proprie case o durante un concerto. Oltre 200 ostaggi rapiti e trascinati nei tunnel di Gaza. È stato l’attacco più grave subito da Israele dalla sua nascita: una giornata di sangue che ha scosso il mondo e aperto una ferita profonda nella memoria collettiva.
La reazione israeliana è stata immediata e durissima, in alcuni casi — come molti osservatori hanno riconosciuto — eccessiva nelle proporzioni e negli effetti. Ma nasceva da un trauma nazionale, da un’aggressione che nessuno Stato civile potrebbe ignorare. Il punto, però, è un altro: nell’epoca della iperconnessione, la devastazione e la sofferenza scorrono davanti ai nostri occhi in tempo reale. Con un cinismo orrendo, Hamas si è fatto scudo dei civili palestinesi, nascondendo armi e centri di comando in scuole, ospedali e quartieri residenziali, trasformando la propria popolazione in carne da sacrificio. Le immagini di Gaza distrutta diventano un racconto quotidiano che colpisce la coscienza di tutti — e su cui si innesta, abilmente, una narrazione ideologica che rovescia la realtà e trasforma il carnefice (Hamas) in vittima.
Ma allora perché lo stesso moto di indignazione non si accende di fronte alle tragedie del Ruanda, del Sudan, dello Yemen, dove migliaia di persone sono morte tra il silenzio generale? Perché lì i riflettori restano spenti, le piazze vuote, gli hashtag muti? Forse perché in quelle guerre non c’è Israele da accusare, né l’Occidente da colpevolizzare. E allora la sofferenza, senza un nemico utile alla propaganda, smette di interessare.
L’ultima speranza: i negoziati di Sharm e il merito di Trump
Mentre il conflitto continua a mietere migliaia di vittime innocenti, si riapre una finestra di dialogo: a Sharm el-Sheikh si tengono colloqui indiretti tra Israele e Hamas, con la mediazione degli Stati Uniti, dell’Egitto e del Qatar. È un’iniziativa nata dal piano di pace promosso da Donald Trump, che — con pragmatismo e realismo — è riuscito dove altri avevano solo moltiplicato le dichiarazioni di principio: rimettere le parti al tavolo, parlando di fatti, non di slogan.
L’obiettivo immediato è uno scambio di ostaggi, una tregua stabile e la definizione delle condizioni per un cessate il fuoco duraturo. Trump ha voluto imprimere una svolta concreta: meno burocrazia diplomatica, più responsabilità. Ora serve che nessuno, né a Gaza né a Ramallah, pronunci ancora l’ennesimo “no”. Perché ogni rifiuto è un altro giorno di sangue, un’altra generazione di odio, un’altra speranza uccisa prima ancora di nascere.
Il paradosso italiano: uno sciopero contro la realtà
E mentre in Medio Oriente si cerca di fermare la guerra, in Italia qualcuno prova a importarla nelle piazze. Maurizio Landini, segretario della CGIL, ha proclamato uno sciopero generale “in nome della Costituzione” per protestare contro il governo sulla vicenda palestinese. Uno sciopero che nulla ha a che fare con i contratti o con i salari, ma molto con la ricerca di visibilità politica. In una democrazia si difende il diritto di manifestare pacificamente, ma è paradossale invocare la Costituzione violandone le regole: la Commissione di Garanzia ha infatti dichiarato illegittimo lo sciopero. Così, mentre i cittadini restano bloccati e i servizi si fermano, la CGIL usa il disagio collettivo come trampolino politico. È uno sciopero contro il governo, certo — ma anche contro il buon senso.
La retorica dell’incendio
Landini, invece di calmare gli animi, li incendia. Quando invoca la “rivolta sociale”, non parla ai lavoratori, ma alle frange più radicali che sognano la piazza come strumento di potere. È un linguaggio pericoloso, perché chi accende un fuoco, poi non controlla dove brucia. La pace non si costruisce con i megafoni. E chi pretende di difendere la Costituzione provocando il caos delle città, non la difende: la tradisce.
Il caso Francesca Albanese
Sul piano globale, la confusione regna sovrana. Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU, evita di definire Hamas un’organizzazione terroristica e preferisce accusare Israele di genocidio. In televisione, abbandona il dibattito quando qualcuno cita Liliana Segre. È il simbolo di una cultura che trasforma la militanza ideologica in verità assoluta e non tollera il dissenso.
Il coraggio della verità: libertà non è conformismo
Israele non è senza colpe. Ma il diritto a esistere non è negoziabile. La pace non nascerà finché una parte continuerà a negare la legittimità dell’altra. La libertà, quella vera, si fonda sulla complessità, non sul conformismo. E oggi la sinistra — in Italia e altrove — sembra aver dimenticato proprio questo: che pensare è più difficile che indignarsi.
Lo slogan «Palestina libera, dal fiume al mare» non è neutro: geograficamente evoca l’intero territorio compreso tra il Giordano e il Mediterraneo, cioè lo spazio in cui esiste oggi lo Stato di Israele. Pronunciarlo equivale, di fatto, a negare il diritto d’esistenza del popolo ebraico nella sua terra.
Chi pretende di esprimere solidarietà al popolo palestinese con quella formula, in realtà, non invoca la libertà dei palestinesi, ma la cancellazione di Israele. Se davvero si vuole difendere la dignità e il futuro del popolo palestinese, il messaggio dovrebbe essere un altro — più giusto, più umano e più onesto: «Palestina libera da Hamas», dal dominio dei terroristi che opprimono e sfruttano la loro stessa gente, trasformandola in scudo e in vittima per la propria propaganda.
Andrea Amata, 7 ottobre 2025
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