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Caro Nicola, basta talk show dei tuttologi: ti spiego chi devi invitare

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Carissimo Nicola,

ormai passo tutte le mie serate davanti al televisore per seguire i talk show sull’Ucraina: sia i molti di Mediaset che quelli della Rai. Debbo dirti, però, che da 80 giorni provo una crescente insofferenza per un copione che è sempre lo stesso: immagini di città distrutte, di carcasse d’auto e di resti umani, di civili e militari orribilmente feriti, di povera gente che vive nei sotterranei delle metropolitane, interviste di operatori economici italiani – dai baristi agli imprenditori agricoli, dagli albergatori si bancarellari -, che si lamentano dei costi sempre più alti delle bollette e delle granaglie sempre più care, solito collegamento col giornalista russo di turno, che le spara grosse sull’ ‘operazione speciale’ di Putin e al quale si ricorda (giustamente) che può esprimere le proprie opinioni in piena libertà in una tv italiana ma che di ‘reciprocità non se ne parla nemmeno e, infine, dulcis in fundo il solito battibecco tra politici e giornalisti con l’elmetto in testa, da una parte, e i ‘realisti ’scettici (di destra e di sinistra) che non si risparmiano il” tristo annunzio di futuro danno”, dall’altra. Il tutto condito da una fitta nebbia relativa alle strategie per uscire dalla guerra.

Una strana idea delle trattative

Lo zio di Woody Allen, racconta il regista, impazzì pensando alla dabbenaggine dei troiani che accettarono il dono del cavallo dal nemico; io rischio la stessa sorte quando, ad es., qualche occidentalista ‘tosto’ sostiene che al tavolo delle trattative ci si siede solo se la Russia ritira le sue truppe senza annettere un solo palmo di terra in Ucraina dalla Crimea al Donbass. E magari esigendo da Mosca il pagamento per gli ingenti danni di guerra causati dalla sua invasione! Strana idea di un tavolo delle ‘trattative’ dove si tratta… della resa incondizionata dell’aggressore!

Opinioni tante, informazione no

Comunque non per questo ti scrivo ma per rilevare un pessimo costume del giornalismo italiano: quello del commento che fa aggio sull’informazione. Ma è possibile, mi chiedo, che nessun canale televisivo senta il bisogno di mandare in onda un serio documentario – tipo Rai Storia – sulla storia (soprattutto) moderna dell’Ucraina, sulla Crimea, sul Donbass e sulle ragioni della guerra civile che vi si svolge almeno dal 2014? Queste repubbliche ‘filorusse’ quali territori comprendono e quanti russi vi abitano? E quali torti lamentano questi ultimi da parte dell’etnia dominante a Kiev? Ed è vero che i famosi accordi di Minsk non sono mai stati rispettati? E come mai la Crimea si è lasciata annettere senza colpo ferire e perché? Nel 1914 l’Intesa dichiarò guerra agli Imperi centrali in difesa della piccola valorosa e democratica Serbia, anche l’Ucraina (che poi piccola non è) è uno stato tanto libero e democratico che l’autocratica Federazione russa non può tollerare il ‘vento di libertà’ che ne proviene? Insomma quid est veritas in tema di regime politico ucraino?

In una trasmissione di Del Debbio una signora (russa) ha lamentato il fatto che la vecchia nonna in Donbass era costretta a scrivere in ucraino – lingua a lei ignota – i suoi documenti, certificati, esposti alle autorità. Un’altra donna (ucraina) le ha replicato che a Roma i documenti si scrivono in italiano e la stessa regola vige a Doneck e a Lugansk, che fanno parte dello Stato sovrano ucraino: nessuno le ha fatto notare che nella nostra capitale non esistono consistenti minoranze francesi o altoatesine o albanesi che potrebbero sentirsi discriminate dall’imposizione della lingua di Dante e di Manzoni.

Niente storici in tv

Abbiamo fior di storici che hanno scritto sulla politica estera post-sovietica – e qualcuno, in particolare, sulla questione Crimea – ma non mi è mai capitato di vederli in tv. A differenza di Antonio Caprarica, di Pierferdinando Casini, di Alessandro Orsini, di Daniele Capezzone, di Federico Rampini, di Alan Friedman e di tanti altri le cui competenze in fatto di storia balcanica francamente mi sfuggono. Niente da dire, beninteso, sugli ‘opinionisti’ tuttologi (in Italia ne produciamo in quantità industriale) ma, forse, si potrebbe dare più spazio a scienziati politici e a storici, non accontentandosi dell’ISPI o di Aspenia o dei direttori delle riviste militari e dei generali in pensione ai quali si chiedono pareri su scacchieri di guerra che conoscono solo attraverso il giornali—come tutti noi, del resto.

Dino Cofrancesco, 20 maggio 2022