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Caro Porro, ho 20 anni e le scrivo di… libertà e futuro

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Riportiamo di seguito una lettera che un giovanissimo ha voluto condividere con noi. Il suo grido? Rivolto a una classe politica che da giorni tende a considerare i giovani come un settore a sé, negando loro la possibilità di essere parte integrante della ripresa di un’intera società.

Carissimo Nicola,

da tempo in Italia si tende a considerare i giovani o altre categorie (anziani, esodati, compratori di monopattini, bocciofile e affini) come un settore a sé, una particella di un mondo complesso in cui intervenire in modo frammentato, parziale e bizantino. La ricerca dell’uguaglianza sostanziale, l’ossessiva volontà di condizionamento dell’economia, hanno portato alla palude burocratica e fiscale in cui oggi anneghiamo. La politica continua a cercare voti tendendo il braccio un giorno all’una, un giorno all’altra categoria, senza pensare alla vera rivoluzione, che sarebbe la bonifica della palude stessa (la quale forse però ridurrebbe il suo ruolo). Perseveriamo in operazioni di minimo riformismo in tutte le direzioni che si traducono in un costo aggregato sempre maggiore, in un accrescimento della bestia, in eque distribuzioni di miserie e scarsi risultati.

Ancora non si capisce che nulla bisogna dare alla gente se non la libertà dalle catene perché da sola possa cercarsi il pane, la dignità e – perché no – i sogni, gli sfizi, le voluttà. Da giovane non chiedo dieci leggi o emendamenti al giorno nel cui titolo mi si nomini, ma di partecipare a una ripresa intera della società (che non va avanti a pezzetti!), di vivere in un paese in cui mi sia possibile trovare lavoro e in cui possa restare senza rimpiangere le opportunità che avrei avuto emigrando. Per questo non mi bastano i contentini di una classe politica miope o furba, ho il dovere di non accontentarmi. Non si può praticare all’economia l’agopuntura diffusa quando serve il defibrillatore, la riforma generale, il ripensamento del sistema (se vogliamo, la rivoluzione).