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Caro Porro, il ddl Zan è un boomerang per l’identità di genere

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Ciao Nicola,

in questi giorni Enrico Letta rilancia a grande richiesta di furor di popolo (va solo ancora capito quale sia il popolo in questione e dove viva, forse ben nascosto?) il famigerato ddl Zan. Forse sono io che sono miope ma spesso mi chiedo come possa stare in piedi tutto l’edificio “gender” che si vuole posto dall’articolo 1, al netto del fuoco di copertura del marketing degli stampisti – leggi: i terrapiattisti che ce l’hanno fatta – e soci, e tutta l’annessa battaglia per l’idea “gender” di identità. È palesemente autocontraddittoria, ed è anche un altrettanto palese vicolo cieco.

Mi spiego. Se per esempio un transessuale, o peggio ancora un uomo a tutti gli effetti, pretende di essere donna perché così ha deciso (ma val bene pure viceversa), e se un ordinamento lo asseconda in fatto e diritto, tale ordinamento mette in pericolo lo stesso concetto di identità di genere per tutti gli altri. Se i confini tra i generi si attenuano o addirittura svaniscono, diventano diventano soggettivi e quindi arbitrari, chi potrà più dirsi padrone e attore del suo proprio genere?

Servirebbe semmai riconoscere legittimità – ad esempio – ad un genere “transgender” differente, non strettamente “binario” per usare un termine caro a chi apprezza queste categorie e distinzioni… si potrebbe vedere alla stessa maniera in cui si da legittimità a unioni di fatto gay o di ogni genere, questo si, ma non le si sposa in chiesa, che sarebbe un’impostura carnevalesca che peraltro dissolverebbe progressivamente il concetto di matrimonio religioso (caro a chi lo apprezza), in quanto un sacramento così celebrato sarebbe in violazione delle leggi canoniche che a quello stesso sono ancorate.

Affermare la propria identità non è – e non può essere – l’indebita appropriazione di quella altrui. Per citare Oscar Wilde, peraltro già celebratissima icona Lgbt, “sii te stesso, perché il resto è già stato preso”.

Umberto Masoero, 21 settembre 2021