Caro Porro, a proposito della famigerata questione del tetto degli studenti stranieri nelle classi sulla quale avete pubblicato varie opinioni vorrei aggiungere l’esperienza diretta raccolta da una cara zia insegnante elementare ora in pensione.
A metà degli anni ‘90, a Ozieri, in provincia di Sassari, accolse in classe due bimbi marocchini. Sorse un problema: non spiccicavano una sola parola di italiano. Pensarono con l’allora direttrice scolastica di farsi aiutare da un connazionale già inserito che parlava arabo, ma parlavano purtroppo dialetti diversi e non si capivano. Quei bambini li avevano incasellati troppo superficialmente sotto l’etichetta “stranieri arabofoni” ed erano di fatto isolati: come due italiani del dopo guerra che parlavano solo il bergamasco e il sardo. Totale incomunicabilità.
Loro non capivano l’insegnante, i compagni, i libri. Mia zia si chiese: «Ma adesso quei bambini come fanno? Ascoltare fonemi incomprensibili per 4 ore ogni giorno». Il problema era soprattutto evitare di bloccare il programma per la restante classe di bambini italiani. A distanza di trent’anni, la politica parla ancora di quote e percentuali come se gli studenti siano cose. Il problema esiste, ma comincia prima dei numeri. Il diritto allo studio è sacrosanto ma un banco non basta.
Inserire in classe un bambino che non capisce la lingua senza dargli strumenti, non solo non è inclusione ma addirittura si incentiva la discriminazione. Per integrare davvero, mi spiega mia zia, serve la sinergia di insegnanti di italiano almeno L2 e percorsi intensivi. Altrimenti il peso del fallimento si scarica solo sull’intera classe. Prima di discutere di tetti, la scuola dovrebbe rispondere a quella domanda che mia zia si fece: sì, ma come diamine fanno quei bambini?
Salvatore Faedda, 24 settembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)


