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Caro Porro, sono uno statale e non voglio i 107 euro di Brunetta

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Caro Porro,

premetto che sono un dipendente pubblico, che, purtroppo, è costretto in smartworking. E darei tutto me stesso pur di tornare in ufficio e riconquistare la mia libertà. Perché sì il mio lavoro a contatto con le persone mi manca. Ma e soprattutto, insieme ad esso mi manca tutto il resto della mia vita.

Infatti scrivo perché, un po’ come Lei, anche io ho una piccola tenuta. Meglio, la tenuta è della mia compagna e (da quasi 20 anni) e di sua sorella, ereditata dai genitori e quindi pur avendone usufruito e avendola mantenuta fino ad oggi, non risulto proprietario e quindi non potrei raggiungerla.
È costituita da una casa rurale, da un appezzamento di terra circostante e da un terreno poco distante, per lo più adibito ad uliveto con la presenza di altre piante da frutto.

Il mio orario lavorativo termina alle 14 e almeno due, se non tre volte, a settimana percorro i 45 Km che mi separano dalla tenuta per, prima di tutto rifocillare i quattro gattini che, trovatelli, ormai sono una parte fondamentale del mio mondo, ma poi per dedicarmi alla cura delle piante sperando di poterne ricavare qualcosa. Per me non è fonte di guadagno, tanto meno di sostentamento, ma è semplice passione e voglia di mangiare prodotti genuini. Da domani saremo zona rossa e io ho gli incubi. Gli incubi di essere fermato e non essere compreso.

Perché non è facile credere, specie nella società contemporanea, che una possa percorrere 90 Km (45 ad andare e altrettanti a tornare), per poter dare da mangiare agli animali e lavorare la terra. Eppure è così! Lo faccio, l’ho fatto e vorrei continuare a farlo. Dato che in questo periodo si pota, si concima e ci si prepara per la fioritura e l’esplosione primaverile, ciò richiede una presenza e costante. È un periodo molto impegnativo e abbandonare di questi giorni vuol dire raddoppiare gli sforzi più avanti se non compromettere del tutto il raccolto. Già lo scorso anno ho dovuto faticare più del doppio per rimediare ai danni causati dai due mesi di stop. Anzi a dire il vero sto ancora cercando di porre rimedio ai ritardi accumulati. Fortunatamente per i gatti mi ha aiutato un vicino, ora trasferito.

Ho deciso di scriverLe perché, guardando le Sue zuppe sento tutto il patos e l’amore che mette quando parla della Sua tenuta. Allora solo chi vive il contatto con queste realtà sa cosa significa quando i frutti di anni di lavoro e di sacrifici vengono vanificati da scelte, che, se possono avere una ratio sanitaria, sono scelte generiche che non tengono conto delle singole esigenze. Continuo a non capire cosa ci sia di sbagliato in questa situazione. Ma ancora peggio continuo a non capire come la classe politica non tenga conto di queste situazioni. Magari proporre soluzioni. E mi rivolgo soprattutto a quella classe politica che fa della tutela della salute e dell’ambiente il proprio mantra.
Evidentemente, a rischio di sembrare scontato, il lavoro non è nelle loro corde.