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La morte della Regina

Che invidia per gli inglesi: noi ci reggiamo solo sull’antifascismo

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Le cerimonie legate alla morte di Elisabetta II e alla successiva incoronazione di suo figlio col nome di Carlo III si svolgono con una complessa ritualità di cui per la prima volta nella storia è possibile seguire i momenti salienti sugli schermi televisivi in tutto il mondo. La reazione a questa solennità fuori dal tempo può essere di diverso tipo, ad esempio quella stupida e banale di un Michele Serra a corto di idee che ha parlato di “reliquie di un passato” di una piccola isola che non conta più nulla ed è uscita persino dall’Unione Europea (e figurati!). O, ad un livello ancora più basso, si può reagire come un Alessandro Gassman, che, pensando di essere dissacrante è ironico, ha parlato della morte solo di una “anziana signora”.

La Regina, il Re e la Nazione

In verità, dietro la figura di un re o di una regina è trasfigurata l’unità simbolica che un Paese e una nazione nella sua storia e nella tradizione comune ai suoi cittadini. E questa storia, nel caso del Regno Unito, coincide con una radicale e progressiva affermazione dell’idea di libertà, e delle concrete e pratiche libertà individuali, nella coscienza, nelle istituzioni e nel diritto (per l’appunto consuetudinario e non costruttivistico). Ed è su questa base che si fonda quel patto fra il re e i suoi sudditi, che è in realtà il patto di tutti i sudditi fra loro, che in questi giorni viene celebrato. Certo, al mondo non esistono solo le monarchie, e nemmeno solo le monarchie costituzionali e liberali come per antonomasia è lunga storia è quella inglese. Le repubbliche sorgono di solito dopo una rivoluzione, e spesso con la oltremodo simbolica (oltre che drammaticamente reale) decapitazione di un re. Una sorte che è toccata, in senso non metaforico, non solo a Luigi XVI dopo la Rivoluzione francese, ma anche in precedenza a Carlo I d’Inghilterra prima della fugace e caotica esprienza cromwelliana.

La Repubblica Italiana senza radici

La nostra Repubblica, come è noto, è sorta in seguito a un referendum, vinto per pochi voti, e dopo che il re non era stato decapitato, nemmeno in senso metaforico, ma era semplicemente fuggito. La monarchia sabauda interrompeva così, prima con l’acquiescenza alle leggi fasciste e infine con questo atto inglorioso, quella virtuosa tradizione che l’aveva portato a “concedere” sempre più ampie libertà ai suoi sudditi già con lo Statuto Albertino del 1848. Sorta dal nulla e senza radici storiche, la Repubblica italiana si è dotata, appena nata, di un Presidente della Repubblica che era un “quasi re” pur non avendone i titoli, e di un’ideologia di riferimento, che è sembrato subito posticcia: l’antifascismo. Una ideologia calata dall’alto che è nella sostanza monca e mendace.

Monca, perché impossibilitata a condannare ogni totalitarismo, e quindi anche quello comunista, e a dare pieno risalto e sostanza storica al principio liberale. E mendace perché “finge” che in Italia non ci sia stata una “guerra civile” e che il popolo non abbia continuato ad essere diviso anche sui valori di fondo della comunità. Senza contare che, fattosi militante e ideologico, lo stesso antifascismo era diventato intollerante come il fascismo, quasi una faccia speculare ad esso. La scarsa fiducia nelle libertà individuali e nel principio liberale ne era, e continua ad essere, la logica conseguenza di questa situazione.

Che dire, se non che ognuno ha la storia che ha e ogni Stato ha in questa storia le sue basi fondanti? Da questo punto di vista, la reazione più corretta di un italiano consapevole alla pompa inglese dovrebbe essere quella di dire: quanta invidia!

Corrado Ocone, 11 settembre 2022