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Contro l’ipocrisia del Giorno della Memoria

Ora che è finita la settimana della Memoria, con tutti gli eventi che l’hanno caratterizzata, vorrei, da nipote della Shoah, scrivere quello che penso a proposito di questa ricorrenza. Il Giorno della Memoria è stato istituito con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005 durante la 42ª riunione plenaria. Si stabilì di celebrarlo ogni 27 gennaio perché proprio in quella data del 1945, le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz.

Detto in questo modo, e a prima vista, sembra tutto perfetto. Invece, basta scavare oltre il sottile strato di intonaco e si scoprono tanti, forse troppi, particolari che, almeno in linea teorica, dovrebbero essere rivisti. Ma che in pratica non lo saranno mai. Particolari che rimarranno per sempre a testimoniare che, la decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite oltre ad essere il minimo sindacale che il mondo doveva a tutte le vittime della Shoah e oltre a essere arrivata con cinquantotto anni di ritardo, nasconde nelle sue pieghe particolari che ai più potrebbero sembrare una questione di lana caprina, ma che per chi ancora sente sulla pelle e nell’anima il lutto di ciò che fu fatto al proprio popolo, assumono un’importanza superiore.

La prima contestazione riguarda la data scelta. Israele, nazione degli ebrei, per onorare i propri morti non ha certo aspettato l’ONU e, fin dalla sua fondazione, ha ricordato le vittime della Shoah in una giornata particolare che si chiama Yom HaShoah (Giorno della Shoah). Questa triste ricorrenza cade ogni anno a dieci giorni esatti dalla festa di Indipendenza dello Stato di Israele, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio secondo il calendario ebraico, e, oltre a ricordo delle vittime, questa distanza di dieci giorni fra i due eventi, è un monito a tenere presente che se allora Israele fosse esistita, tutto questo, forse, non sarebbe accaduto.

Era così difficile adottare per il Giorno della Memoria la stessa data già in uso in Israele? No, non era difficile, ma a quanto pare per l’ONU era impossibile. Perché gli ebrei morti sono da ricordare e piangere, ma guai ad avvicinarli a quelli vivi, indipendenti, che si difendono da soli e che non sono più minoranza in casa altrui. Si è scelto Auschwitz come sinonimo di Shoah e la data per la sua celebrazione diventa il 27 gennaio giorno della sua liberazione. Ma Auschwitz non può passare alla memoria collettiva come sinonimo dello sterminio perché non era l’unico campo costruito a questo scopo. Per citare i più importanti bisogna ricordare anche Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek, Mauthausen e, questi erano solo i più tristemente famosi.

Ce ne sono stati tanti altri dove si moriva per fame, per stenti o di fatica. Poi, per rimanere in Italia, è doveroso citare la Risiera di San Sabba. La data del 27 gennaio è legata ad Auschwitz, ma fu Majdanek il primo campo liberato di tutto il sistema concentrazionario nazista. L’Armata Rossa lo raggiunse del 22 luglio del 1944, circa sei mesi prima.

Alla liberazione di Auschwitz seguirono quelle di Groß-Rosen (dai sovietici, 13 febbraio), Stutthof (dai sovietici, 9 maggio, ma era stato già evacuato da gennaio), Mittelbau-Dora e Buchenwald (dagli americani, 11 aprile), Bergen-Belsen (dagli inglesi, 15 aprile), Flossenbürg (dagli americani, 23 aprile), Sachsenhausen (dai sovietici, 22-23 aprile), Dachau (dagli americani, 29 aprile), Ravensbrück (dai sovietici, 30 aprile), Neuengamme (dagli inglesi, 2 maggio) e Mauthausen (dagli americani, 5 maggio 1945).

La ricorrenza decisa per il 27 gennaio agli occhi di chi, come dicevo prima, sente ancora sulla pelle e nell’anima il lutto di ciò che fu fatto al proprio popolo, è uno schiaffo. Uno schiaffo anche a tutti coloro che dal 27 gennaio al 5 maggio del 1945, continuarono a morire in quei campi di sterminio, che non si fermarono nella loro opera di distruzione, fino all’arrivo delle truppe alleate. Uno schiaffo a loro, a coloro che internati in quei campi riuscirono a sopravvivere e alle famiglie che persero persone care. Se proprio non si voleva adottare la data scelta da Israele, non sia mai, un minimo di delicatezza sarebbe stata comunque obbligatoria.

Il Giorno della Memoria è stato poi continuamente e sistematicamente sporcato da destra e da sinistra, in un ignobile ping pong di frasi ripetute da esponenti politici o rappresentanti di organizzazioni, che non hanno provato nessuna vergogna a paragonare ciò che accadde allora a quello che accade oggi nel contenzioso che c’è fra Israele e il mondo arabo, in particolare fra Israele e i palestinesi. Troppe volte in tutto il mondo, e in Europa in particolare, è stato ripetuto il concetto, ed è successo sia con esponenti della destra che della sinistra, che gli israeliani trattano i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei. Si tratta di un falso assoluto, ma la ripetizione di concetti di questo tipo, proprio in un giorno come quello della memoria, è infame e tende ad insudiciare quello che, almeno nelle intenzioni, doveva essere un momento di riflessione.

Invece, da quando è stata istituita, questa Giornata è strumentalizzata e usata come trampolino di lancio di nuove accuse, anche le più assurde, nei confronti di Israele, nei confronti dello Stato degli ebrei. In un cortocircuito che unisce gli antisemitismi di tutti i tipi in un’unica grande fogna il cui puzzo incomincia nei giorni precedenti la ricorrenza e continua, senza interruzione, per quasi tutto il resto dell’anno. Uno degli esempi più eclatanti del 2020, ma non è l’unico, non mancano mai, si è verificato durante il discorso del Presidente del Consiglio Comunale di Torino, Francesco Sicari che ha dichiarato, proprio durante la Giornata della Memoria, davanti alla sindaca Appendino che non ha battuto ciglio, frasi di accusa a Israele per crimini di guerra contro i palestinesi.

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