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Cop27, l’affondo della Meloni alla Cina

Molti hanno ignorato il valore del discorso della premier alla Conferenza delle Nazioni Unite

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Non è improbabile che una qualche discrasia tra i fatti reali e la loro narrazione dai mezzi di comunicazione sia una cosa che v’è sempre stata, ma è recente – sicuramente da quando è iniziata la pandemia – la sensazione che vi siano due mondi paralleli, quello dei fatti e quello delle agenzie di stampa, delle tv e dei giornali. Il colmo dell’ironia è che in corrispondenza della detta circostanza siano fiorite agenzie, autorità – o chiamatele come volete – di fact checking, col dichiarato scopo di denunciare ogni difformità tra fatti raccontati e fatti reali, ma col reale scopo di denunciare chiunque s’azzardasse a raccontare una narrazione diversa da quella del mondo che è parallelo al mondo dei fatti reali. Il che è comprensibile: il mondo parallelo virtuale, il mondo del racconto privo di alcuna aderenza alla realtà ha bisogno di stampelle – tante – per sostenere la traballante impalcatura su cui si regge.

Cosa sia effettivamente successo dal gennaio 2020 a oggi è difficile dirlo. Almeno per me, e allora non ci provo neanche, almeno per ora. Il fatto è che su pandemia, vaccini, questione russo-ucraina, guerra, energia, clima e molto altro ancora, l’evidenza dei due mondi paralleli è schiacciante, non foss’altro per le contraddizioni interne al mondo della narrazione, oltre che, naturalmente, per palesi divergenze, invisibili solo a chi vuol esser cieco, tra racconto e fatti.

L’ultima – nella quale ci son cascato anche io – è la narrazione dell’intervento di Giorgia Meloni alla CoP27. Vuole la leggenda, raccontata da tutti i media – nessuno escluso dei molti che ho controllato –  secondo cui Meloni, nel suo discorso alla CoP27, ha sapientemente aderito alla posizione allarmista climatica. Tutti lo confermano e se uno ascolta il discorso della premier capisce subito che è così. Ma solo se non ha la pazienza di ascoltare fino in fondo e spegne l’audio a metà discorso, come troppo frettolosamente e con superficialità avevo fatto io stesso. Vogliamoci male, mi son detto in un secondo momento, e ascoltiamo fino alla fine. E ho fatto bene, perché la piacevole sorpresa è stata che Meloni ha detto cose che nessuno aveva mai detto ad alcuna delle precedenti CoP, tutte fallite, come fallita prima ancora di nascere era anche questa, la numero 27. Ecco, quindi, le sue finali parole (concedetemi il grassetto per alcune).

«La lotta ai cambiamenti climatici è uno sforzo comune che richiede il pieno impegno di tutti i Paesi. Purtroppo, dobbiamo ammettere che questo non sta accadendo. Non possiamo nascondere il fatto che le nazioni che sono più impegnate a raggiungere questi obiettivi rischiano di pagare un prezzo a vantaggio di quelle che, oggi, sono le maggiori responsabili delle emissioni di CO2 sul pianeta. Questo è paradossale e sono necessarie misure per correggere questi squilibri. Altrimenti i nostri sforzi saranno vani e l’esito stesso di eventi come quello a cui stiamo partecipando oggi rischia di non produrre risultati».

Se problema c’è – e Meloni non esclude che ci sia – esso è globale e se la decarbonizzazione è la misura da perseguire – e Meloni non esclude che lo sia – o lo fanno tutti, cosa che non sta accadendo, o ogni nostro sforzo sarà vano. Col sovraccarico paradossale che dei nostri vani sforzi si avvantaggeranno proprio coloro che, senza aderire allo sforzo, sono i maggiori responsabili delle emissioni. Insomma, senza a star fare troppa energetica e nulla climatologia, Meloni ha detto, senza dirlo, una cosa semplice semplice: posto che le emissioni dell’Italia sono meno dello 0.9% e quelle della Ue sono meno del 9% a che servono i nostri sforzi se chi emette per oltre l’80% non riduce quelle emissioni?

Perché, aggiungiamo noi, i fatti – i veri fatti, non le narrazioni – sono che la sola Cina produce e consuma quasi la metà del carbone mondiale; che la Cina ha vieppiù aumentato le proprie emissioni proprio dall’anno successivo alla sottoscrizione degli accordi di Parigi; che la Russia è il primo fornitore di petrolio al subcontinente asiatico, con 1 milione di barili di petrolio al giorno alla Cina e altrettanto  all’India; che l’India, con 300 milioni di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, pur aderendo agli accordi di Parigi, ha spostato al 2070 (cioè alle calende greche) il proprio target di decarbonizzazione, e che, a dispetto del target dichiarato, ha anche dichiarato il deciso proposito di produrre da sé 1 miliardo di tonnellate di carbone l’anno. I fatti – i veri fatti, che nessuno racconta – sono che la scorsa settimana il Consiglio dei ministri della Polonia (Paese che al momento produce la propria elettricità all’80% dal carbone) ha ordinato alla Westinghouse tre AP1000, che sono reattori nucleari di generazione III+, da essere messi in rete entro il 2033.

Allora, signora Meloni, nessuno aveva mai detto prima, a nessuna CoP, le cose da lei dette. Ci rendiamo conto che le tocca muoversi come un vaso di cristallo di Murano tra otri di cemento ma, se non demorde, i cittadini non italiani ma dell’Europa si renderanno sempre più conto che è lei l’uomo che serve alla Ue.

Franco Battaglia, 16 novembre 2022