in

Coronavirus, 4 soluzioni per salvare le aziende

Dimensioni testo

L’emergenza Coronavirus non è solo sanitaria, ma anche economica. Tanti gli imprenditori, i piccoli commercianti e le partite Iva che mi scrivono per informazioni. Altrettanti quelli che si sentono abbandonati dallo Stato. Per questo, ho deciso di dar voce a questa parte del Paese spesso lasciata sola.

Sono certo che nel corso delle ultime settimane in cui (anche) il nostro Paese è risultato funestato dalla repentina ed inaspettata diffusione del virus denominato “COVID-19”, Le saranno state recapitate numerose comunicazioni in cui sono presentate varie ricette per risollevare le sorti del Paese. Non pretendo di essere considerato diversamente dagli altri interlocutori: quale presidente di un’associazione di categoria, mi basterebbe riuscire a portare un contributo al ceto politico che ha in mano le sorti di un Paese sottoposto ad enormi ripercussioni economiche.

Discutendo con gli imprenditori del nostro sistema, ci è parso di individuare il tema principale dell’emergenza nell’esigenza di garantire che le imprese del nostro Paese restino “liquide” e, dunque, dispongano di mezzi finanziari sufficienti per far fronte ai propri ordinari impegni, compreso il pagamento delle retribuzioni. Così non fosse, le imprese sarebbero insolventi, i dipendenti non sarebbero pagati, i fornitori neppure e questi, a loro volta, sarebbero insolventi, innescando una catena potenzialmente senza fine.

In tale situazione, lo Stato non avrebbe altra soluzione che quella, da una parte, di offrire sussidi e soluzioni di emergenza, dall’altra, molto verosimile, di imporre “prelievi” d’emergenza per garantire un gettito adeguato a sostenere la macchina emergenziale. Tale soluzione sarebbe, a nostro modo di vedere, inaccettabile.

Il meccanismo vizioso appena descritto potrebbe essere interrotto con una soluzione semplice tanto quanto coraggiosa: considerato come le esigenze impellenti siano quelle di garantire liquidità e mantenimento dei livelli occupazionali, ci parrebbe opportuno che le risorse d’emergenza fossero impiegate per garantire i prestiti che gli Istituti bancari concederanno alle imprese.

Nella nostra ipotesi, ciascuna impresa dovrebbe avere titolo a chiedere un prestito pari al 30% dei ricavi consuntivati nell’esercizio chiuso al 31.12.2019.  Il finanziamento, nelle forme da convenire, dovrebbe essere garantito dallo Stato e rimborsato dalle imprese in un periodo intercorrente tra i 25 e i 40 anni.

Affinché il sistema possa funzionare, dovrebbe essere sottoposto ad alcune misure cogenti (Commitment), tra cui vogliamo suggerire le seguenti quattro condizioni, una sospensiva (la prima) e tre risolutive (le ultime):

1. Che l’impresa richiedente fosse in bonis alla data della dichiarazione d’emergenza del 31 gennaio 2020;

2. Che siano mantenuti i livelli occupazionali (con scostamento consentito del 20%) per almeno un quinquennio;

3. Che siano saldati i debiti alle dovute scadenze per almeno un quinquennio;

4. Che il mancato rispetto delle condizioni precedenti o dell’accordo di finanziamento comporti, per tale sol fatto, l’applicazione ex officio della disciplina prevista dal nostro ordinamento per il fallito, nonché degli articoli 216 e seguenti della Legge Fallimentare (e successive modifiche anche in ragione dell’entrata in vigore del c.d. Codice della Crisi d’impresa).

La soluzione appena proposta è tutt’altro che utopistica: seppur in misura meno coraggiosa di quanto qui proposta, un’azione del tutto simile è stata appena adottata dalla Confederazione Elvetica (delibera del 20 marzo 2020).

Chiaramente, al fine di garantire la tenuta del sistema, la riforma dovrebbe essere operativa entro il 15 aprile: in caso contrario sarebbe difficile ipotizzare il rispetto delle scadenze di fine mese. Anche laddove non si condividesse una soluzione così coraggiosa, ci pare che sia necessario prendere in considerazione l’adozione di alcune misure minime per rimettere in moto il meccanismo economico italiano.

Tra le più dolorose misure assunte dal Governo (DPCM del 22 marzo 2020) è da annoverare quella che ha disposto la chiusura di tutte le attività non considerate strategiche ed essenziali, nominalmente fino al 3 aprile prossimo ma, nei fatti, già prorogata fino a data da definire.

Tali provvedimenti stanno causando conseguenze potenzialmente inimmaginabili sulle PMI del nostro settore e sull’intera filiera produttiva compresa, ahinoi, la società di servizi costituita da questa associazione per organizzare la manifestazione fieristica denominata “MIPEL”.

Con riferimento agli effetti sulle micro e piccole imprese del nostro sistema, sono insorti alcuni problemi che incidono immediatamente: (i) sul ciclo del capitale circolante; (ii) sulla gestione dei dipendenti. In via mediata (e indiretta), invece, le misure restrittive incidono su tutta la filiera (…se l’impresa ‘A’ della filiera a valle non riceve il saldo dei propri crediti, questa non pagherà i propri debiti nei confronti dell’impresa ‘B’ della filiera a monte…) e, in definitiva, sull’economia dell’intero Paese.

Gli interventi rapidi e urgenti che ci paiono necessari, sono, dunque, i seguenti:

Tutela del ciclo del capitale circolante delle aziende

  • Ammortizzatori sociali. Evitare che, in un momento di fortissima contrazione della liquidità, siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori (ci pare che la Convenzione ABI del 31 marzo 2020 vada in questa direzione);
  • Fisco. Posticipare e rateizzare tutti i pagamenti fiscali e contributivi per le imprese piccole, medie e grandi, evitando di drenare risorse che, a causa di chiusure e rallentamenti della produzione, vengono a mancare. A questo proposito, si potrebbe prevedere che il gettito fiscale sia recuperato mediante concessione di un piano di rientro in 120 rate mensili a decorrere dal momento in cui si siano ristabilite le condizioni tecniche di mercato;
  • Accesso al credito. Potenziamento di tutti i sistemi di garanzia per sostenere la liquidità a breve e a lungo termine: a) adesione obbligatoria del sistema bancario alla moratoria; b) congelamento dei parametri di Basilea 3 e seguenti; c) normativa di vigilanza: i recenti sviluppi sul principio IFRS9 hanno modificato l’interpretazione delle misure applicabili, pertanto sarebbe indispensabile “sospendere” anche la normativa prudenziale, altrimenti si corre il rischio che una azienda sana che accede alla moratoria resti bloccata tra le aziende classificate con limiti operativi e conseguenze sul rinnovi dei fidi e l’ottenimento di nuova finanza;
  • Smobilizzo crediti. Predisposizione di opportuni strumenti a tutela dello smobilizzo dei crediti commerciali.

Gestione dei dipendenti

  • Lavoratori a domicilio. Il nostro settore fa molto ricorso a questa figura di lavoratore che, ad oggi, è totalmente scoperto dall’integrazione del reddito che, a nostro avviso, dovrebbe dunque essere applicata anche a questa categoria;
  • Esigenza di allargare lo spettro di azione e degli ammortizzatori sociali.

Tutte le misure sopra riportate sono chiaramente indispensabili per garantire il mantenimento dei livelli occupazionali su cui, in caso contrario, i nostri imprenditori saranno costretti ad intervenire per ridurre i costi fissi di struttura e garantire un adeguato livello di liquidità alle loro imprese.