Politica

“Cosa cavolo…”. Albanese non ce la fa: le sue parole sul 7 ottobre sono un caso

La relatrice speciale Onu torna a parlare di Israele e Palestina. I crimini di Hamas? "Sono stati ingigantiti"

Francesca Albanese Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Francesca Albanese proprio non ce la fa. Serve sempre un “ma”, un “però”, un “va considerato il contesto” quando si parla del 7 ottobre e dell’eccidio perpetrato da Hamas nei confronti dei civili (ripetiamo insieme: civili) israeliani. Intervistata dal Corsera, infatti, la relatrice speciale per l’Onu sui territori Palestinesi riconosce sì che c’è stato “un attacco terroristico violento” (bontà sua), “però” Israele “cosa cavolo fa da 60 anni nel territorio palestinese occupato?”. Ecco: Hamas sbaglia, però. Come sempre.

Quando l’intervistatrice le fa notare che nei suoi rapporti la parola “genocidio” riferita ad Israele torna 223 volte mentre “Hamas” è definita “terrorista” solo 16 volte, per non parlare degli stupri del 7 ottobre minimizzati, lei risponde quasi un po’ piccata. “Parlare di Hamas avrebbe alterato la condotta delle operazioni militari di Israele? Non c’è dubbio che ci sia stato un attacco terroristico violento, da condannare. Però Israele cosa cavolo fa da 60 anni, nel territorio palestinese occupato? Dopo il 7 ottobre, un ricercatore palestinese mi disse: l’atteggiamento di voi occidentali è che vi rifiutate proprio di capire che cos’è stato fatto al corpo collettivo della Palestina. Immagini una donna rinchiusa e stuprata per decenni, che un giorno prende il pugnale e massacra il suo carceriere e la famiglia del suo carceriere”. Come, scusa? Quindi se una donna massacra “la famiglia del carceriere”, cioè persone innocenti, andrebbe capita? Siamo seri? È questa l’idea di giustizia che anima la dottoressa Albanese? Qui siamo ben oltre la legittima difesa. Siamo all’occhio per occhio, strage per strage. Tu mi hai incarcerato? Io ti ammazzo la famiglia, pure il cane se serve.

Albanese poi ammette che “le prime vittime di Hamas sono sempre state i palestinesi”, ma (e rieccoci ai “ma”) in Italia “si deve dire che sono dei barbari, dei selvaggi, hanno stuprato, hanno violentato, hanno bruciato bambini, ed è colpa loro se Israele si è ‘difeso’. Io questo non lo dirò mai. Sono stati commessi crimini efferati contro civili israeliani. Però c’è stata anche una tendenza a ingigantire l’orrore di questi crimini“.

L’intervista parla poi di tante cose. Chi vuole può andarsela a leggere sul Corsera. Qui facciamo notare solo che Albanese fa un piccolo mea culpa sulla sceneggiata di Reggio Emilia, quando “perdonò” il sindaco per aver ricordato i crimini di Hamas. “Io capisco che la gente dica: perché l’Albanese ha avuto quella reazione? Non han sentito le due ore di conversazione precedente. Ma quando ho rivisto quel mio commento, me lo son detta: no, non è proprio da me”. Nessun passo indietro invece su Liliana Segre (“non è lucida su Gaza”), o comunque niente di più di quanto già detto. C’è poi il capitolo sionismo, che sarebbe “un problema” della tv italiana dove “non si fa informazione”. Per Albanese sionismo non è una parolaccia, “però” (aridaje) è “una ideologia” e “non una religione”. Una ideologia che, secondo lei, “prevede che Israele ci debba essere come Stato per i soli ebrei. Era già molto problematico 77 anni fa, adesso è una follia”. E gli israeliani che chiedono la pace con i palestinesi, molti dei quali – piccolo inciso – massacrati da Hamas quel 7 ottobre di due anni fa? “Il problema del sionista è che per lui il problema è, al massimo, l’occupazione del ’67 e com’è degenerata. Per un antisionista, il problema è l’esistenza d’Israele come Stato di apartheid all’interno di un Paese che si chiamava Palestina ed è stato smembrato. E senza che ci sia stata alcuna forma di giustizia. Immaginarsi un futuro senza apartheid, non significa immaginarsi un futuro senza Israele”.

Infine, la polemica sul suo essere o non essere avvocato. “Non è un crimine, non essere avvocato. Ho fatto altro nella vita. Ho scritto libri che sono in uso in tutte le facoltà, una pubblicazione che è una pietra miliare dell’Oxford University Press. Però mi devono chiamare non-avvocato. In Italia c’è una fragilità patologica dell’ego maschile. È un Paese maschilista tendenzialmente misogino. È chiaro che una figura come la mia sia un po’ di dissesto. Ma non è un problema mio”. Poteva non essere colpa del patriarcato?

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