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La guerra tra Cina e Hong Kong

Dalla libertà al comunismo, ecco com’è cambiata Hong Kong

Nel 1997, Hong Kong tornava sotto il Dragone: si può ancora parlare di “un Paese, due sistemi”?

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Esattamente venticinque anni fa, il primo luglio 1997, Hong Kong ritornava sotto il controllo del regime cinese. Parte dell’enorme impero coloniale britannico già dal 1842, anno in cui Pechino e Londra stipularono il Trattato di Nanchino, con cui il Dragone cedeva ufficialmente l’enclave alla Gran Bretagna; alla fine degli anni ’90, Hong Kong divenne la prima regione amministrativa speciale del continente asiatico. Il nuovo modello si fondava sul principio “Un Paese, due sistemi”: la colonia avrebbe mantenuto la propria struttura organizzativa ed istituzionale, ma pur sempre sotto la sovranità politica di Pechino.

Capitalismo rosso

A partire da quel lontano 1842, Hong Kong è stata la crocevia di numerose tensioni belliche, occupazioni militari e migrazioni. Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, infatti, il territorio venne occupato dai giapponesi, per poi ritornare parte del Regno Unito ed essere il principale rifugio della popolazione cinese, dopo la grande carestia provocata dalle politiche autarchiche di Pechino.

Al termine della dittatura maoista, la nuova Cina di Deng Xiaoping vide proprio in Hong Kong, insieme a Taiwan e Giappone, il punto di ispirazione per la nascita di una nuova ideologia politica, che lo stesso dittatore cinese ribattezzò con la formula “socialismo con caratteristiche cinesi”. Ed è da qui che si devono rinvenire le fondamenta della Cina di oggi. Quella che nel giro di quarant’anni è riuscita ad abbattere il tasso di povertà, portandolo dal 97 al 3 per cento, a divenire la seconda potenza economica mondiale, ormai prossima a scalzare gli Stati Uniti dal primato, a far conciliare comunismo con libero mercato. Insomma, in due parole, la Cina di Deng ha ideato un nuovo sistema ideologico, socio-politico, economico, che mai aveva trovato attuazione nella storia: il capitalismo rosso.

Quella visita di Xi Jinping…

Oggi, il regime di Xi vuole riscrivere un’altra pagina di storia. Clamorosamente fallito il sistema “Un Paese, due sistemi” e dopo aver sbugiardato gli accordi tra britannici ed il governo di Deng, l’attuale leader cinese si è appellato al rispetto da parte dei “patrioti” al socialismo. Proprio in occasione del venticinquesimo anniversario, il capo della Repubblica popolare è tornato nell’enclave dopo cinque anni di assenza, segnando la prima visita fuori confini cinesi, a partire dallo scoppio della pandemia.

L’obiettivo del Dragone è chiaro ed è lo stesso che attanaglia Taiwan: Hong Kong è una regione ribelle, intrinsecamente parte della Cina non solo da un punto di vista geografico, ma anche sotto il profilo culturale, tradizionale, identitario. E le azioni liberticide degli ultimi anni, da parte della dittatura comunista, ne sono un’emblematica dimostrazione.

Soprattutto nell’ultimo triennio, l’enclave è stato invaso da piazze, composte anche da oltre mezzo milione di cittadini, volte a richiedere libertà e minore ingerenza del regime cinese, provocando anche ulteriori torsioni autoritarie, soprattutto dall’inizio della pandemia. Questo perché “nessun altro luogo al mondo permetterebbe a coloro che non sono patriottici di prendere la guida dei loro governi”, ha affermato il leader cinese durante la cerimonia di inaugurazione della giunta di John Lee, nuovo capo esecutivo di Hong Kong e braccio destro di Pechino.

Xi sembra pronunciare un discorso che rientrerebbe perfettamente in 1984 di George Orwell. In nome della celeberrima formula distopica “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, il dittatore cinese ha affermato che la vera democrazia è iniziata da quando Hong Kong è ritornata sotto il controllo di Pechino, aprendo una “nuova epoca della storia con il ritorno dei territori nella madrepatria”.

Per di più, il capo della Repubblica ha ribadito come non vi sia l’esigenza di mutare il principio “Un Paese, due sistemi”. Peccato che quel principio non esiste più: è divenuto un retaggio del passato che ha trovato la propria morte nell’arresto di oltre mille giornalisti nell’ultimo biennio, nello scioglimento di tutti i partiti liberali e democratici, nella limitazione dei diritti di manifestazione, pensiero, associazione.

La nuova Hong Kong assomiglia sempre più alla nuova Cina. O meglio, rappresenta la manifestazione concreta di quello che potrà configurarsi con Taiwan nei prossimi anni. Da Piazza Tienanmen alle rivolte di Hong Kong, fino ad arrivare alla guerra con Taipei, pare che l’Occidente non riesca a scalzare il tratto autoritario, dittatoriale, comunista della Pechino di oggi. Viceversa, c’è il serio rischio che, col passare del tempo, questo lato oscuro possa essere tremendamente accentuato. E Xi ne sta offrendo una chiara dimostrazione.

Matteo Milanesi, 2 luglio 2022