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Le Destre nell’Italia del secondo Dopoguerra (Giuseppe Parlato e Andrea Ungari)

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Hanno svolto un grande lavoro Giuseppe Parlato e Andrea Ungari per l’editore Rubbettino, raccogliendo ne Le Destre nell’Italia del secondo Dopoguerra, le diverse esperienze politiche in cui si è dissolta la destra ottocentesca e prefascista. «All’indomani del collasso del regime fascista tutta quell’eredità proveniente dal pensiero cattolico tradizionalista, dal liberalismo conservatore di matrice sonniniana-salandrina e dalla multiforme esperienza del fascismo si disperse nelle tante destre politiche del secondo dopoguerra … alcune di esse riuscirono a riciclarsi, seppur in posizione minoritaria, nell’area della governabilità, come la destra Dc e il Pli, altre, come quella qualunquista, monarchica e missina restarono ai margini del sistema, scontando prima, l’esclusione dall’esarchia ciellenistica, poi, dall’arco costituzionale nella cosiddetta Prima repubblica».

I capitoli di questa storia vanno dall’Uomo Qualunque ai monarchici, poi confluiti nel Msi. C’è spazio per Guareschi, per la parabola del Borghese e i progetti della Grande Destra fino alla crisi del governo Tambroni. Forse si sarebbe potuto approfondire di più il fenomeno montanelliano, sia pure spesso citato, e della nascita del Giornale, così come l’humus da cui nacquero la maggioranza silenziosa e la marcia dei quarantamila. Ma in effetti saremmo forse usciti dal seminato, che poi alla fine è la storia della destra organizzata in partiti e movimenti. Ecco perché forse uno dei capitoli più interessanti risulta essere quello che riguarda l’evoluzione del Movimento sociale da Almirante a Fini, dal gigante custode della tradizione post fascista, al suo delfino che ha traghettato quel simbolo e quel movimento sulle sponde della liberal-democrazia.

Almeno ci ha provato. Cosa difficile per la storia di quel partito, e per la sua classe dirigente, che a parte Fisichella e pochi altri, da quelle radici proveniva. La storia di quella evoluzione si nutre di tre passaggi fondamentali, scrive bene Andrea Ungari. La leadership di Fini fortemente voluta da Almirante contro una buona parte del suo establishment; lo sdoganamento a opera del presidente Cossiga e infine la candidatura a Roma e l’endorsement di un antifascista dichiarato come Silvio Berlusconi. Eppure «il passaggio da Msi ad An avvenne con troppa celerità, ciò impedì una seria riflessione sia sulle origini del Msi sia sul ruolo che tale partito avrebbe dovuto svolgere in futuro. E tale mancanza di riflessione va indubbiamente ascritta a Fini e alla sua classe dirigente… di fronte al successo elettorale si pensò ad An più come una tattica che come una strategia».

Considerazioni che in fondo si possono porre anche oggi, con protagonisti mutati, ma con radici simili. Fratelli d’Italia di fronte al consenso di questi mesi (certificato dai sondaggi, ma non dalle urne) ha ben compreso la sua anima?

Nicola Porro, Il Giornale 8 agosto 2021