Qui al bar siamo abbastanza stufi della santificazione dei presidenti della Repubblica. Rigorosamente da quando sono di sinistra, perché ai tempi di Francesco Cossiga, del capo dello Stato si potevano dire peste e corna. Poi arrivò Oscar Luigi Scalfaro, tenacemente antiberlusconiano, e la musica cambiò. Sergio Mattarella è ormai una specie di apostolo della Chiesa cattoprogressista, ma visto il tempismo dei suoi interventi, si fa fatica a considerarlo un disinteressato custode della Costituzione e un arbitro imparziale. Sembra più che supplisca là dove la sinistra non arriva.
Come nel caso della querelle sul tetto agli stranieri in classe, proposto da Giorgia Meloni. E subito bocciato dal Colle, secondo cui la scuola “deve unire” ed essere “la più grande leva di integrazione”, non creare “ghetti”. Il paradosso è che i ghetti si creano proprio con la fuffa sull’inclusione. È il sistema attuale che impedisce l’integrazione. E alla fine, comunque, resta una domanda: quante anime belle che si scandalizzano del “cattivismo” della destra, brandendo il Vangelo di Mattarella, avrebbero piacere di mandare i figli a scuola in mezzo a una maggioranza di alunni che non sanno parlare l’italiano? Sono tutti razzisti i genitori che hanno ritirato i loro ragazzi dalle scuole di Mestre? Oppure sono preoccupati per l’istruzione e quindi il futuro dei loro figli?
D’altronde, non poteva arrivare un monito del Quirinale senza quello della Chiesa-ospedale da campo, il cui profeta è il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Anche lui a predicare di “scuola inclusiva”. Anche lui ben lungi dall’affrontare la contraddizione tra parole e opere, perché già ce li vediamo i radical chic a iscrivere i loro rampolli negli istituti privati, dove non c’è l’ombra dei maranza, mentre i proletari di Piacenza e di Brescia devono mandare i figli a lezione nel Bronx. Scusate, ma qui al bar ci siamo rotti di questa ipocrisia biecamente appesa al simulacro della croce. Dai cattocomunisti ci guardi Dio, che dal razzismo mi guardo io.
Il Barista, 22 settembre 2026
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