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Dopo la povertà, Conte vuol abolire il lavoro: “In ufficio solo 3 ore al giorno”

Sul palco della Cgil, l’avvocato del popolo propone l’ennesima utopia grillina

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“Tra cent’anni, risolti tutti i nostri problemi economici, ci rimarrà da affrontare la grande questione del tempo libero. Sarà sufficiente lavorare tre ore al giorno e avere libero tutto il resto della giornata. “ . Si tratta di un celebre passaggio di un discorso pronunciato da John Maynard Keynes nel lontano 1930 e ripreso da Giuseppe Conte, in versione Buffalmacco, di fronte ad una pletora di giornalisti durante il congresso della Cgil, in quel di Rimini.

Per approfondire:

In sostanza, il presidente del Movimento 5 Stelle, ha posto tra i principali obiettivi del fronte progressista questo lontano, ma a suo dire raggiungibile, traguardo: “lavorare tre ore al giorno soltanto ma con un reddito pro-capite invariato.” E proprio come il pittoresco personaggio creato dal Boccaccio nel Decamerone, l’avvocato del popolo ritiene di rivolgersi ad un popolo di Calandrini, i quali sembrano sempre pronti a bersi le scemenze che il suo partito, il M5S, elabora a ciclo continuo da una decina di anni a questa parte.

D’altro canto, a ben riflettere, dopo essere riusciti, devastando la stabilità dei nostri sempre precari conti pubblici, a realizzare per alcuni fortunati l’utopia di ottenere un reddito senza lavorare, l’attuale capo dei grillini, alias grullini, sembrerebbe intenzionato a rendere meno facile la vita di costoro, obbligandoli per l’appunto ad asciugare le colonne di ghiaccio per le fatidiche tre ore al giorno. Ma battute a parte, questo ennesimo calcio alla lattina degli scappati di casa a 5 stelle ricorda molto alcune delle più famose opzioni di una certa sinistra radicale, come il bertinottiano “lavorare meno per lavorare tutti” o “il salario quale variabile indipendente”, grande cavallo di battaglia della stessa Cgil fino al 1978, allorché l’allora segretario Luciano Lama, in un Paese devastato da una inflazione a due cifre, impose un drastico cambio di linea, con la famosa svolta dell’Eur.

Tuttavia, quelli erano altri tempi, nei quali l’azione politica, per quanto discutibile, sembrava rientrare entro un range assai più contenuto di opzioni possibili.

Oggi, in ere geologiche lontanissime sul piano della propaganda e dell’acquisizione del consenso, sembra valere tutto e il contrario di tutto, non essendoci più alcun chiaro confine tra le balle spaziali e ciò che l’azione politica concreta, ovvero la realizzazione, per l’appunto, delle cose possibili.

Ora, il problema serio per la sinistra italiana è dato dal fatto che a capo del suo può rilevante partito, il Pd, non vi è un personaggio come Bonaccini, che in qualche modo rappresenta proprio quella citata tradizione di concreto pragmatismo, bensì una Elly Schlein la quale sembra un clone mal riuscito proprio dei grillini e, di conseguenza, propensa a seguire le scemenze di Conte & company.

Con una sola differenza, però, rispetto all’artefice delle più insensate restrizioni sanitarie durante la pandemia: mentre quest’ultimo rappresenta una forza politica che non ha alcun solido retroterra culturale, se non le confuse linee guida del suo comico fondatore, il Partito democratico, per quanto non possa piacerci, poggia ancora sulle radici di un lunga esperienza storica. Il suo personale politico a tutti i livelli non è esattamente quello inconsistente dei grillini. Personale politico con cui la nuova pasionaria della sinistra dovrà sempre fare i conti. Ma questa è tutta un’altra storia.

Claudio Romiti, 17 marzo 2023

 

 

 

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