Cronaca

“Dove sono i 500 soldati?”. Ma il Pd fa una figuraccia sui “fascisti ungheresi”

La manifestazione in piazza Duomo tra saluti romani e foto del Duce. Salis indignata, i giovani dem chiedono i soldati. Ma forse non si sono accorti che...

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Mettiamo subito le cose in chiaro: i saluti romani, i cori inneggianti a Mussolini e le magliette con simboli fascisti esibiti dagli ultrà ungheresi in piazza Duomo sono uno spettacolo poco edificante. Non c’è nulla da difendere, nulla da giustificare e nulla da minimizzare. Ma, detto questo, c’è qualcosa di piuttosto curioso nella reazione di una parte della sinistra milanese. Perché davanti a quei tifosi del Ferencváros, che secondo le cronache si sono poi diretti allo stadio senza provocare devastazioni, qualcuno ha improvvisamente scoperto l’importanza dei militari nelle strade.

Partiamo dai fatti. Giovedì 5 novembre, prima della partita di Europa League contro il Milan, alcune centinaia di sostenitori del Ferencváros si sono radunati davanti al Duomo. Hanno esposto uno striscione con la scritta «We have to defend Europe», mostrato simboli contro la comunità Lgbt e indossato magliette con il volto del Duce. Alcuni hanno alzato il braccio destro, mentre altri hanno intonato cori inneggianti a Mussolini.

Uno spettacolo che ha provocato indignazione e polemiche. Ma poi? Poi gli ultrà sono saliti sulla metropolitana e si sono diretti verso San Siro, sotto il controllo delle forze dell’ordine. Le cronache non segnalano vetrine sfondate, negozi saccheggiati o scontri con la polizia durante quel trasferimento. Non significa che i gesti compiuti in Duomo siano irrilevanti, ma è una differenza che conta.

La protesta di Salis e la domanda dei giovani Pd

A intervenire è stata anche Ilaria Salis, che ha parlato di un «oltraggio ai valori democratici» e ha chiesto spiegazioni su come le forze dell’ordine abbiano potuto consentire a un gruppo di ultrà nazifascisti di esibirsi nel cuore della città. «Spiegazioni. Scuse. E garanzie che episodi analoghi non si ripetano», ha scritto l’eurodeputata, concludendo: «Non consentiremo che l’Italia diventi come l’Ungheria di Orban!». Durissimo anche Ivan Scalfarotto, presidente di Italia Viva Milano Metropolitana: «Non sono tifosi, sono squadristi in trasferta. Milano è medaglia d’oro della Resistenza e non ha alcuna intenzione di farsi usare come palcoscenico per l’esibizione di idee che questa città ha già sconfitto ottant’anni fa».

Dal mondo giovanile del Partito democratico è arrivata invece una domanda: dove sono i 500 militari? Il riferimento è ai paracadutisti della Folgore inviati a Milano per rafforzare i presidi di sicurezza dopo le violenze e i saccheggi del 17 e 18 ottobre. Ed è qui che nasce il paradosso. Perché quei militari erano stati chiamati a presidiare una città sconvolta da episodi di violenza urbana, con vetrine infrante e negozi saccheggiati. La loro presenza era stata oggetto di un acceso dibattito sulla militarizzazione di Milano. Adesso, però, diventano il metro con cui qualcuno misura la risposta delle istituzioni a un raduno di ultrà estremisti.

Ma siamo sicuri che le due situazioni siano sovrapponibili?

La differenza tra un saluto romano e una vetrina sfondata

Attenzione: non si tratta di stabilire che un saluto fascista sia accettabile perché non provoca danni materiali. L’esibizione pubblica di simboli e gesti riconducibili al fascismo può avere rilevanza penale, secondo le circostanze e i requisiti previsti dalla legge. Saranno eventualmente le autorità competenti a valutare le singole condotte. Non abbiamo dubbi che la polizia e la Digos abbiano preso nota dei volti e delle identità di chi ha partecipato al sit in (peraltro, a differenza di maranza&co, molti di loro manco si sono coperti la faccia per non essere riconosciuti). Ma la gestione dell’ordine pubblico è un’altra questione. I militari impiegati nell’operazione Strade Sicure non sono stati mandati a Milano per sostituirsi alla magistratura o per intervenire automaticamente davanti a ogni manifestazione ideologica. Sono stati impiegati per rafforzare la sicurezza e affiancare le forze di polizia, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze. Cosa dovevano fare, manganellarli così dal nulla per un braccio teso? E allora dovrebbero farlo anche se qualcuno inneggia ad Hamas, al 7 ottobre o chiede la Palestina libera “dal fiume al mare” distruggendo lo stato sovrano di Israele?

Se un gruppo di tifosi, per quanto politicamente estremista e provocatorio, viene monitorato dalla polizia e raggiunge lo stadio senza scontri documentati, bisogna spiegare quale intervento ulteriore sarebbe stato necessario e su quale presupposto giuridico. Non a caso, sui social qualcuno ha risposto sarcasticamente alla polemica dei giovani democratici chiedendo, in sostanza: «Avete visto per caso delle vetrine rotte?».

La sicurezza non può funzionare a corrente alternata

Il punto politico, allora, è un altro. Se chiediamo che Milano sia una città sicura, dobbiamo pretendere che le istituzioni contrastino tutte le violenze, indipendentemente dalle idee di chi le commette. E dobbiamo distinguere la repressione dei reati dalla gestione delle manifestazioni, anche quando queste ultime esprimono idee che giudichiamo ripugnanti. Non possiamo misurare l’efficacia delle forze dell’ordine soltanto in base all’indignazione provocata dalle immagini che circolano sui social. I saluti romani meritano una valutazione rigorosa. I saccheggi, le aggressioni e le devastazioni richiedono interventi adeguati alla loro gravità.

In piazza Duomo si sono viste scene brutte, provocatorie e inquietanti. Ma, da quanto risulta dalle cronache, non si è ripetuto lo scenario delle vetrine distrutte e dei negozi saccheggiati. Perché una città sicura non è quella che si indigna per un saluto romano. È quella in cui, possibilmente, nessuno riesce a mettere a ferro e fuoco le strade.

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