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È ora che si parli di castrazione chimica

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Una ragazzina di 15 anni è stata stuprata la notte di Ferragosto, sul litorale di Lignano in provincia di Udine, da tre minorenni stranieri. Pare che i tre avessero precedenti penali e ciò conferma l’inefficacia del sistema giudiziario nell’inibire i rei a reiterare comportamenti illeciti e la sterilità della funzione rieducativa sottesa all’espiazione della pena. Sulla vicenda è intervenuto il governatore leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, che, in riferimento agli autori dell’abuso, ha dichiarato: “Lo Stato deve dimostrarsi assolutamente inflessibile di fronte a tanta disumanità e impedire, anche attraverso l’irrogazione di pene esemplari, che simili episodi possano ripetersi in futuro. Per il reato di stupro, voglio dirlo con chiarezza, io sono favorevole alla castrazione chimica”.

La violenza sessuale è un reato odioso, un crimine brutale che estorce con la coercizione fisica l’appagamento di una libidine senza freni. La donna, sopraffatta dalla vile prevaricazione, subisce una lesione materiale e psicologica che può provocare disturbi relazionali da cui ci si emancipa con percorsi di riabilitazione complessi e duraturi. Dunque, lo stupro è un atto esecrabile in cui si consuma una duplice violenza, che intacca il corpo e la personalità delle vittime, a cui si deve reagire con l’implacabile sanzione. Se chi ha l’autorità di applicare la legge, comminando le relative pene detentive, propone una interpretazione indulgente sulla punibilità del delitto è come se autorizzasse il reo ad essere recidivo nella condotta criminosa. Ogni volta che la cronaca ci racconta di orrendi episodi, come quello di Lignano, convergiamo unanimi nella rituale deplorazione, ma senza produrre un cambiamento sostanziale.

Per far rispettare le regole non si può prescindere dalle effettive conseguenze sanzionatorie che scaturiscono dalla violazione della legge. Senza la sanzione, ad esercitare l’effetto dissuasivo sulle trasgressioni, le regole rinunciano alla loro cogenza e diventano strutture precarie della convivenza civile.   Non basta più l’indignazione collettiva, utile a sedare i sensi di colpa, ma occorre una normativa che agisca da vero deterrente per gli abusi sessuali. La castrazione chimica, con i suoi effetti di inibizione transitoria sugli impulsi sessuali, può essere una soluzione per neutralizzare i sex offender ed essendo già sperimentata in alcuni Stati americani e in numerosi Paesi europei non si può liquidare la sua introduzione con lo stigma dell’inciviltà giuridica. La vera barbaria sta nell’abuso sessuale e tutto ciò che è orientato a reprimerlo e prevenirlo non va demonizzato aprioristicamente. Gli strumenti chimici per inibire l’aggressività sessuale comportano una menomazione temporanea e non una mutilazione irreversibile che configurerebbe, invece, una pena corporale contraria ai nostri principi costituzionali.

L’autore di un omicidio può essere condannato all’ergastolo con la privazione perenne della libertà, che è un bene costituzionale, eppure non ci si appella alla Carta per sottrarre il reo alla espiazione della punizione “defraudativa” della libertà. Occorre aprire un dibattito sulla castrazione chimica senza pregiudizi con l’obiettivo di tutelare le potenziali vittime dello stupro, rendendo inoffensivi i soggetti inclini a praticare la violenza carnale. Sappiamo che il trattamento sanitario non può essere imposto, tant’è che nei Paesi europei in cui si applica non è obbligatorio in caso di condanna ma si configura come una forma di premialità. Gli autori dei crimini sessuali possono ottenere uno sconto di pena più se accedono al trattamento farmacologico di castrazione, essendo una sanzione alternativa non obbligata ma esercizio di una libera scelta del condannato.