Economia
OCCHIO AL PORTAFOGLIO

Accise: mini-proroga del taglio ma Giorgetti stia attento

Lo sconto sul diesel allungato di 48 ore riaccende lo scontro sugli extraprofitti energetici. Perché il ministro non deve cedere al populismo fiscale

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Chi si aspettava ieri notte la fine dello sconto sulle accise del gasolio ha ricevuto, all’ultimo, una proroga. Ma di quarantotto ore, non di più. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di concerto con il titolare dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il decreto che attiva il meccanismo delle accise mobili, portando l’aliquota sul gasolio carburante a 532,90 euro per mille litri per il 25 e il 26 agosto. La copertura, appena 20,8 milioni di euro, arriva dall’extragettito Iva registrato a luglio sui versamenti periodici legati al rincaro del petrolio. Un impianto tecnico ineccepibile, che però consegna un risultato politicamente fragile: senza un nuovo intervento entro il 27 agosto, il rincaro alla pompa tornerebbe automatico, con un aggravio stimato di quasi 8,50 euro su un pieno da 50 litri.

Sui listini, intanto, la fotografia resta pesante: il gasolio in autostrada ha superato i 2,20 euro al litro (2,203 euro in modalità self-service, secondo l’Osservatorio del ministero delle Imprese), la benzina viaggia a 2,087 euro; sulla rete ordinaria le medie si fermano a 2,130 euro per il diesel e 2,010 euro per la verde.

Il coro delle opposizioni e il nervo scoperto della maggioranza

Come prevedibile, la mini-proroga ha scatenato l’artiglieria pesante del centrosinistra. La segretaria del Pd Elly Schlein ha liquidato la misura sostenendo che «le misure tampone non bastano più» e ha rilanciato la richiesta di «tassare subito gli extra-profitti delle società energetiche», invitando Meloni e Giorgetti a «passare dalle parole ai fatti» senza attendere l’unanimità di Bruxelles. Sulla stessa linea Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha rivendicato una battaglia «sostenuta da sempre» dai rossoverdi e ha rincarato la dose: «In quattro anni le società energetiche hanno realizzato 80 miliardi di euro di profitti», accusando il governo di aver «dilapidato 2,5 miliardi di euro di soldi pubblici per tagliare le accise sui carburanti, regalandoli ai petrolieri». Ancora più tagliente Raffaella Paita di Italia Viva, che ha bollato lo sconto di due soli giorni come «una insopportabile presa in giro», mentre il Codacons ha parlato di misura «inadeguata, insufficiente e vergognosa».

Il punto politicamente più delicato, però, è un altro: la richiesta di tassare gli extraprofitti non tocca soltanto l’opposizione. Tocca «un nervo scoperto della maggioranza», dove restano sensibilità diverse sul livello d’intervento da adottare. Ed è proprio qui che si gioca la partita più importante per Giorgetti: non convincere Schlein, compito impossibile e nemmeno auspicabile, ma tenere la barra dritta dentro la sua stessa coalizione.

Perché non è colpa di Roma (e la sinistra lo sa benissimo)

Vale la pena ricordare, prima di entrare nel merito della proposta, da dove nasce l’aumento. La linea del governo, ribadita più volte anche dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, è che l’incremento dei prezzi «non dipende dal governo italiano», ma «dalla situazione internazionale», dalle tensioni in Medio Oriente e dagli choc sul mercato del greggio. Attribuire all’esecutivo la responsabilità di un rincaro del Brent è, semplicemente, disonestà intellettuale. Ma proprio perché il problema è geopolitico e non fiscale in senso stretto, la soluzione proposta da Pd e Avs, cioè spremere ulteriormente le imprese energetiche, è la risposta sbagliata al problema giusto.

Quanto renderebbe davvero la tassa sugli extraprofitti

Proviamo a fare i conti, perché i numeri raccontano una storia diversa da quella degli slogan. Nel primo semestre 2026 Eni ha chiuso con un utile netto di 4,390 miliardi di euro, in crescita del 156% sull’anno precedente (l’utile rettificato, al netto delle poste straordinarie, si è fermato comunque a 3,635 miliardi, +43%). Enel ha archiviato lo stesso periodo con un utile netto ordinario di 3,929 miliardi, +2,8%, ed Ebitda ordinario a 11,838 miliardi. Sommando i soli utili netti dei due colossi si arriva a 8,319 miliardi in sei mesi.

Applicando l’aliquota minima del 33% prevista dal contributo di solidarietà temporaneo varato dall’Unione europea nel 2022, quello stesso schema evocato oggi da Schlein e Bonelli, il prelievo su Eni ed Enel varrebbe circa 2,745 miliardi di euro per un semestre: forse cinque miliardi abbondanti su base annua, proiettando un andamento simile nella seconda parte dell’anno. Una cifra che suona ingente sui titoli dei giornali, ma che va confrontata con quanto lo Stato già incassa ogni anno dalla stessa filiera. Le accise sui soli prodotti petroliferi valgono da tempo tra i 25 e i 28 miliardi annui; se si somma l’Iva applicata su accisa e prezzo industriale, il conto sale, secondo gli ultimi dati disponibili su base consuntiva (2023), a 38,1 miliardi di euro. Considerando l’insieme di accise e imposte di consumo, il gettito 2025 viaggia verso i 45 miliardi. In altre parole: una tassa sugli extraprofitti di Eni ed Enel, applicata con il criterio più aggressivo mai adottato in sede europea, produrrebbe in un anno intero meno di un decimo di quanto lo Stato già ricava dai carburanti attraverso accise e Iva. Il paradosso della politica dell’inseguimento fiscale è servito: si propone di tassare due volte chi produce energia, mentre si continua a tassare in modo strutturale chi la consuma.

Lo Stato-mamma non si combatte con un’altra tassa

Il vero nodo, allora, non è quanti miliardi in più si possano estrarre da Eni o da Enel in un pomeriggio di indignazione parlamentare. È se un governo che si definisce di centrodestra debba, ogni volta che il prezzo del petrolio sale, correre a inventare un nuovo prelievo straordinario su chi investe, produce e distribuisce dividendi anche allo Stato azionista. Non è compito della politica sussidiare in eterno chi non riesce, o non vuole, adattare i propri consumi alla congiuntura internazionale: è compito della politica non fare danni, non aggiungere tasse a tasse. L’Irpef italiana è già uno dei meccanismi di trasferimento di reddito più aggressivi d’Europa; chiedere anche alle imprese energetiche di finanziare bonus e sconti a pioggia significa scambiare la fiscalità generale per un bancomat permanente, esattamente il meccanismo che ha già trasformato le accise da imposta emergenziale a gettito strutturale del bilancio pubblico.

Giorgetti non ceda, né a sinistra né in casa propria

Al ministro dell’Economia tocca ora un compito scomodo quanto necessario: resistere sia alla pressione delle opposizioni sia a quella, più insidiosa, che arriva da settori della sua stessa maggioranza tentati dalla scorciatoia dell’extraprofitto. La linea giusta è quella già indicata dallo stesso governo nella lettera inviata insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna alla presidenza irlandese dell’Ue: discutere un quadro comune europeo, non inseguire l’ennesima misura improvvisata a Roma per placare la piazza mediatica. Un esecutivo di centrodestra che si converte, sotto pressione, al linguaggio della sinistra sugli extraprofitti avrebbe vinto la battaglia di comunicazione di agosto e perso quella, ben più importante, di credibilità liberale. Giorgetti lo sa. Resti fermo.

Enrico Foscarini, 24 agosto 2026

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