È difficile trovare un simbolo più potente della riforma che la Germania si appresta a varare. Il Paese che alla fine dell’Ottocento, sotto Otto von Bismarck, aveva costruito uno dei primi grandi sistemi moderni delle pensioni, oggi prova a correggerne l’impianto per adattarlo a una realtà demografica completamente diversa. Il punto di partenza è semplice: il sistema a ripartizione non può essere considerato immune dai cambiamenti della popolazione.
Il progetto sostenuto dal cancelliere Friedrich Merz introduce infatti una componente di capitalizzazione individuale accanto alla previdenza pubblica. Non si tratta, almeno per ora, di cancellare la pensione statale, ma di affiancarle un meccanismo nel quale una parte delle risorse viene accantonata e investita sui mercati finanziari, accumulando un patrimonio destinato al lavoratore.
È una modifica che ha un significato economico ma anche culturale: sposta una parte della sicurezza previdenziale dalla promessa implicita dello Stato alla proprietà individuale di attività finanziarie.
Dalla ripartizione a un patrimonio personale
La differenza fra i due sistemi è sostanziale. Nella previdenza a ripartizione, i contributi versati oggi da lavoratori e imprese servono principalmente a finanziare le pensioni di chi è già in quiescenza. Il meccanismo – che è una variante dello schema Ponzi ed è tuttora seguito dall’Inps – funziona quando esiste una base ampia di lavoratori rispetto al numero dei pensionati. Quando, invece, i giovani diminuiscono, la vita media si allunga e aumenta il numero degli anziani, l’equilibrio diventa progressivamente più difficile.
La capitalizzazione introduce una logica diversa. Una parte del contributo viene destinata a un conto individuale, investita sui mercati e lasciata crescere nel tempo. Il lavoratore non accumula soltanto un diritto nei confronti del sistema pubblico, ma anche un patrimonio finanziario.
Secondo il progetto tedesco, il nuovo pilastro dovrebbe prevedere un contributo aggiuntivo pari al 2% dello stipendio, diviso in parti uguali fra lavoratore e datore di lavoro. Le risorse non verrebbero utilizzate per pagare le pensioni correnti, ma amministrate centralmente e investite sui mercati, seguendo soprattutto l’esempio svedese.
Una svolta che guarda agli Stati Uniti
Il paragone con gli Stati Uniti è inevitabile. Il modello americano conserva una componente pubblica a ripartizione, la Social Security, ma affianca a essa una forte presenza di previdenza aziendale e risparmio individuale a capitalizzazione. I piani 401(k), per esempio, consentono al lavoratore di destinare una parte della propria retribuzione a un conto personale investito sui mercati, spesso con un contributo aggiuntivo dell’impresa.
La Germania non sta copiando integralmente quel modello. La pensione pubblica continuerà a rappresentare il pilastro principale e la nuova componente finanziaria sarà regolata e gestita in maniera centralizzata. Ma la direzione è chiara: una quota crescente della pensione dipenderà anche dalla capacità del capitale di produrre rendimenti nel lungo periodo.
Come osserva Federico Rampini nel testo del Corriere, «la distinzione è fondamentale»: con la ripartizione il lavoratore accumula diritti nei confronti dello Stato, mentre con la capitalizzazione accumula anche un patrimonio finanziario, il cui valore dipenderà dai versamenti, dalla durata dell’investimento, dai costi e dai rendimenti.
Il problema è demografico, non ideologico
La ragione della svolta tedesca non è soltanto finanziaria. È soprattutto demografica. La Germania, come gran parte dell’Europa, deve fare i conti con meno giovani, più anziani e aspettative di vita più lunghe. Il sistema pubblico è quindi sottoposto a una pressione crescente.
L’aliquota della previdenza obbligatoria tedesca è oggi pari al 18,6% della retribuzione, divisa fra lavoratore e datore di lavoro, mentre al finanziamento si aggiungono consistenti trasferimenti dal bilancio federale. Se la base dei contribuenti continua a restringersi, le alternative sono quelle che ogni sistema a ripartizione prima o poi deve affrontare: aumentare i contributi, ridurre le prestazioni oppure aumentare il finanziamento attraverso la fiscalità.
La capitalizzazione consente almeno di introdurre una quarta variabile: il rendimento del capitale accumulato.
È questo il punto più interessante della riforma. Il rischio non scompare, ma cambia natura. Non è più affidato esclusivamente alla capacità di una generazione futura di finanziare quella precedente.
Il risparmio entra nei mercati
La Germania punta anche a trasformare una parte dell’enorme risparmio privato oggi fermo sui conti bancari in capitale produttivo. Il nuovo sistema dovrebbe favorire strumenti come gli ETF a basso costo, mentre saranno accessibili anche prodotti rivolti agli investimenti di lungo periodo, compresi quelli che consentono di investire in private equity, private credit e infrastrutture.
Il conto standard avrà un tetto alle commissioni dell’1%, un elemento destinato a favorire soprattutto gli strumenti più efficienti sul piano dei costi. Secondo S&P Global Ratings, la riforma potrebbe generare, una volta entrata pienamente a regime, 26-56 miliardi di euro di nuovi flussi annui verso la previdenza privata tedesca.
La dimensione potenziale dell’operazione è notevole. Secondo Bvi, l’associazione tedesca dell’industria dei fondi, il solo comparto delle pensioni private potrebbe arrivare a circa 500 miliardi di euro nel prossimo decennio, raddoppiando rispetto ai livelli attuali.
Una rivoluzione anche per il mercato dei capitali
La riforma previdenziale è quindi anche una riforma del capitalismo tedesco. Se una quota maggiore del risparmio delle famiglie viene investita in azioni, obbligazioni, ETF e altri strumenti finanziari, aumenta la quantità di capitale disponibile per le imprese e per gli investimenti di lungo periodo.
Bjoern Deyer, responsabile della previdenza presso Dws, sintetizza il cambiamento così: «La riforma delle pensioni cambierà il mondo del risparmio previdenziale in Germania, con il passaggio dai depositi bancari all’accumulazione di ricchezza sui mercati dei capitali». E aggiunge che «il cambiamento si sta propagando in tutta l’industria dell’asset management».
Anche Ann Prendergast di State Street Investment Management sottolinea la necessità di rendere più produttivo il risparmio: «Ci sono migliaia di miliardi di euro fermi sui conti bancari dei risparmiatori e questo denaro deve diventare più produttivo per rafforzare la resilienza finanziaria dei cittadini e l’economia europea».
È una concezione della previdenza nella quale il lavoratore non è soltanto un contribuente, ma diventa progressivamente anche investitore e proprietario di capitale.
La Germania non elimina il rischio: lo distribuisce diversamente
Naturalmente, la capitalizzazione non è una bacchetta magica. I mercati possono scendere e i rendimenti non sono garantiti. Chi entra nel sistema durante una lunga fase negativa potrebbe ottenere risultati inferiori alle attese. Inoltre, la transizione è costosa: mentre una parte dei nuovi contributi viene accantonata, occorre continuare a finanziare le pensioni degli attuali pensionati.
Ma anche il sistema a ripartizione presenta un rischio, spesso meno visibile perché non viene quotato ogni giorno in Borsa: il rischio demografico.
Se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati, qualcuno deve comunque colmare la differenza. E quel qualcuno può essere il lavoratore attraverso contributi più elevati, il pensionato attraverso prestazioni più basse oppure il contribuente attraverso una maggiore fiscalità.
La questione, dunque, non è se eliminare il rischio dalla previdenza. È impossibile. La questione è quale rischio assumere e come distribuirlo.
Anche l’età pensionabile cambia
La riforma tedesca non si limita alla capitalizzazione. Dopo il 2031 l’età pensionabile dovrebbe essere collegata gradualmente all’aspettativa di vita. Due terzi dell’aumento della longevità dovrebbero tradursi in una maggiore permanenza al lavoro e un terzo in maggiore durata della pensione.
Secondo le proiezioni, tra il 2031 e il 2041 l’età ordinaria potrebbe salire da 67 a 67 anni e mezzo. Verrebbe inoltre superata la possibilità di uscire senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi e l’età minima per il pensionamento anticipato con penalità, dopo 35 anni di contribuzione, salirebbe progressivamente da 63 a 64 anni.
L’obiettivo dichiarato è arrivare, per un lavoratore con salario medio, a un reddito netto complessivo dopo il pensionamento pari almeno al 70% dell’ultimo reddito netto, sommando pensione pubblica, aziendale e privata.
Una lezione anche per l’Europa
La scelta tedesca sulle pensioni ha una portata che va oltre Berlino. Il problema della sostenibilità previdenziale riguarda infatti gran parte dell’Europa e mette in discussione un modello costruito in un’epoca nella quale la popolazione attiva era molto più numerosa rispetto agli anziani.
Per questo la decisione di introdurre una capitalizzazione individuale obbligatoria è particolarmente significativa. Non significa privatizzare integralmente la previdenza, né abbandonare il principio di solidarietà intergenerazionale. Significa però riconoscere che la solidarietà non può essere l’unico pilastro su cui costruire una pensione quando la demografia lavora nella direzione opposta.
La vera novità è che il lavoratore comincia ad avere un interesse diretto alla crescita del proprio capitale previdenziale. E questo può modificare anche il rapporto sociale con l’economia di mercato.
Come osserva Thomas Richter di Bvi, «i tedeschi conoscono questo sistema da oltre 130 anni, dai tempi di Bismarck: l’idea che fosse lo Stato a gestire le pensioni faceva parte del loro Dna».
La Germania, insomma, non rinnega Bismarck. Prova a correggerne l’eredità per adattarla al XXI secolo. E la scelta di affiancare alla ripartizione un vero meccanismo di accumulazione finanziaria individuale rappresenta, almeno sul piano culturale, una delle svolte più interessanti nel dibattito previdenziale europeo. Difficile che in Italia possa cambiare qualcosa nel breve termine giacché è radicata la convinzione che siano lo Stato e la politica a farsi carico di questi problemi anziché la responsabilità individuale.
Enrico Foscarini, 21 agosto 2026
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