Il primo vero controesodo dopo Ferragosto arriva con una certezza poco piacevole per gli automobilisti: i carburanti continuano a salire e domani, lunedì 24 agosto, scade lo sconto sulle accise del gasolio. La misura, salvo nuovi interventi dell’esecutivo, terminerà alla mezzanotte, lasciando il governo alle prese con la scelta se prorogarla o sostituirla con un altro meccanismo.
I numeri fotografano già una situazione pesante. Secondo gli ultimi dati del Mimit, sulla rete stradale nazionale la benzina self-service è arrivata a 2,008 euro al litro, mentre il diesel si è portato a 2,128 euro. In autostrada la verde è a 2,085 euro e il gasolio ha raggiunto quota 2,20 euro al litro.
È il classico scenario nel quale il conto finisce direttamente sulle famiglie: vacanze, rientri al lavoro, trasporti e attività quotidiane diventano più costosi proprio mentre il prezzo dell’energia torna a essere una delle principali fonti di pressione sull’economia.
Domani scade lo sconto, il governo pensa all’accisa mobile
Il taglio attualmente in vigore vale 17 centesimi al litro sul diesel, Iva compresa, ed è stato prorogato dal governo fino al 24 agosto. Ora l’esecutivo sta valutando come intervenire per evitare che la fine dello sconto si traduca in un ulteriore aumento alla pompa.
Dal governo è arrivata un’indicazione piuttosto chiara. Marco Osnato, presidente della commissione Finanze della Camera e responsabile economico di Fratelli d’Italia, ha spiegato che lo sconto resterà attivo «fino a lunedì 24 agosto» e che successivamente «il governo attiverà l’accisa mobile». Il meccanismo, ha aggiunto, prevede che «l’extra-gettito Iva accertato derivante dall’aumento del prezzo del greggio sarà utilizzato per finanziare la riduzione delle accise».
La differenza non è irrilevante. Non si tratta semplicemente di decidere se lo Stato debba continuare a mettere soldi per abbassare il prezzo dei carburanti: si tratta di stabilire quanta parte dell’aumento fiscale generato dall’aumento dei prezzi debba essere restituita agli automobilisti.
La geopolitica spinge il petrolio, ma il fisco pesa sulla pompa
Sarebbe però troppo facile attribuire tutto alla crisi internazionale. La componente geopolitica esiste ed è evidente: la guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle forniture energetiche hanno contribuito alla crescita delle quotazioni e dei costi dei prodotti raffinati. I prezzi alla pompa stanno quindi risentendo di uno shock esterno che l’Italia, da sola, non può cancellare.
Ma c’è un altro elemento, tutto interno alle nostre scelte economiche: il peso della fiscalità sui carburanti. Quando il petrolio aumenta, cresce anche l’Iva calcolata sul prezzo del prodotto. Lo stesso governo riconosce l’esistenza di questo extra-gettito e, attraverso l’accisa mobile, si prepara eventualmente a utilizzarlo per compensare almeno in parte l’aumento delle accise.
È una fotografia abbastanza eloquente del problema italiano. Da una parte lo Stato incassa maggiori entrate quando aumenta il prezzo di un bene essenziale. Dall’altra deve poi intervenire per restituire una quota di quelle stesse entrate sotto forma di sconto. Prima si tassa il consumo, poi si finanzia lo sconto sulla tassa.
Lo Stato-mamma presenta il conto alla pompa
Qui il problema diventa più generale e riguarda il modello di finanza pubblica che l’Italia si è costruita negli anni. Il carburante è uno dei bersagli fiscali più semplici: non si può evitare facilmente quando si deve andare al lavoro, trasportare merci, accompagnare i figli o semplicemente attraversare il Paese. E ogni litro venduto rappresenta una base imponibile estremamente comoda. Il punto non è negare che pensioni, trasferimenti e bonus abbiano un costo. Il punto è chiedersi perché quel costo debba essere finanziato anche attraverso una pressione fiscale così elevata sui consumi.
L’Italia ha costruito uno Stato sociale gigantesco, nel quale una parte crescente della spesa pubblica deve essere alimentata da un prelievo altrettanto gigantesco. Quando arriva uno shock esterno, la conseguenza è quasi inevitabile: invece di lasciare che il prezzo rifletta il costo reale dell’energia e alleggerire strutturalmente il carico fiscale, si cerca di inventare l’ennesimo sconto temporaneo sui carburanti. E così nasce il paradosso delle accise: lo Stato tassa il carburante, incassa l’Iva sull’aumento del carburante e poi utilizza una parte dell’extragettito per ridurre temporaneamente la tassa sul carburante.
Non è esattamente una macchina amministrativa costruita all’insegna della semplicità.
Il rischio di trasformare ogni emergenza in un bonus
Il problema è che la politica del prezzo calmierato dei carburanti rischia di diventare una scorciatoia permanente. Nel 2022, durante un’altra grande crisi energetica, il governo Draghi era intervenuto con un taglio delle accise di oltre 30 centesimi. Oggi siamo nuovamente qui, con benzina e diesel intorno o sopra i due euro e con il governo chiamato a decidere quale forma debba assumere il prossimo intervento.
Nel frattempo, l’Unione nazionale consumatori sottolinea che per trovare una media settimanale della benzina più alta bisogna tornare alla settimana 14-20 marzo 2022, quando il prezzo arrivò a 2,137 euro al litro. È comprensibile che le associazioni dei consumatori lancino l’allarme. È altrettanto comprensibile che una famiglia alle prese con il controesodo guardi con preoccupazione al prezzo del pieno. Ma la risposta non può essere sempre un nuovo sussidio.
L’Europa pensa a tassare ancora i petrolieri
Nel frattempo Italia, Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna hanno chiesto di discutere a livello europeo una possibile tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, sostenendo che gli utili siano cresciuti nel contesto della crisi energetica e geopolitica. La questione dovrebbe essere affrontata dai ministri delle Finanze dell’Ue nella riunione prevista a Dublino il mese prossimo.
Anche qui, però, il riflesso condizionato è quello di cercare un nuovo gettito dai carburanti per finanziare nuove misure compensative. È la stessa logica che continua a ripetersi: il prezzo aumenta, lo Stato tassa, poi lo Stato redistribuisce una parte di quanto ha incassato per attenuare gli effetti della propria stessa tassazione. E intanto si rimanda la domanda fondamentale: perché il costo dello Stato deve essere così elevato da rendere necessario spremere anche un litro di benzina oltre il suo costo industriale?
Se vogliamo lo Stato-mamma, dobbiamo accettarne il prezzo
La questione delle accise, dunque, non riguarda soltanto i 17 centesimi che rischiano di sparire domani. Riguarda il rapporto tra cittadini, tasse e spesa pubblica. Se si pretende che lo Stato intervenga su tutto — dalle pensioni ai bonus, dagli incentivi ai prezzi dell’energia — bisogna anche essere consapevoli che qualcuno dovrà pagare il conto. E quando non si vuole o non si riesce a ridurre la spesa, il conto finisce inevitabilmente sui contribuenti.
La benzina a più di due euro è certamente un problema per gli automobilisti. Ma è anche il sintomo di un sistema fiscale che ha bisogno di tassare pesantemente i consumi per mantenere in piedi un apparato pubblico sempre più costoso. Si può scegliere lo Stato-mamma. Si può scegliere che sia lo Stato a proteggere il cittadino da ogni aumento, a compensare ogni emergenza e a finanziare ogni categoria. Ma allora bisogna essere coerenti: non ci si può lamentare soltanto quando arriva il conto alla pompa.
Perché il prezzo della benzina non è fatto soltanto dal petrolio e dalla geopolitica. È fatto anche dalle scelte fiscali che abbiamo deciso di mantenere. E finché quelle scelte non cambieranno, ogni crisi internazionale continuerà a trasformarsi in una nuova emergenza fiscale italiana.
Enrico Foscarini, 23 agosto 2026
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