Economia
LA CONTROFFERTA

Banche, Messina tende la mano a Giorgetti: «Pronti a contribuire, ma non con un prelievo»

Il Ceo di Intesa Sanpaolo e l'Abi frenano l'ipotesi di nuove tasse. Ca' de Sass propone credito per sostenere la crescita e per agevolare le dismissioni immobiliari taglia-debito

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Le banche possono aiutare lo Stato, ma non devono diventare il bersaglio di nuovi prelievi fiscali. È il messaggio che arriva dal Forum di Moneta dove Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo, e Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, hanno richiamato il governo alla necessità di un rapporto equilibrato con il sistema creditizio. Il punto non è sottrarsi al sostegno del Paese, ma individuare strumenti che favoriscano la crescita senza penalizzare gli istituti, i loro azionisti e, indirettamente, le imprese e le famiglie che dipendono dal credito.

Messina ha ricordato che «noi siamo un Paese molto forte», ma che la vera sfida è la crescita. Il sistema bancario e quello assicurativo, ha sottolineato, rappresentano «il più grande creditore dello Stato», con circa 400 miliardi di titoli pubblici detenuti dalle banche. Una posizione che spiega perché gli istituti abbiano tutto l’interesse a contribuire alla stabilità finanziaria italiana. «L’approccio che abbiamo sempre avuto è stato un approccio di grande collaborazione, sia perché ci sentiamo italiani e vogliamo che questo Paese vada bene, ma anche perché abbiamo una convenienza diretta nel nostro bilancio».

La disponibilità, però, non significa accettare qualsiasi richiesta. «Ci deve essere un giusto equilibrio e un’equità di trattamento perché noi abbiamo degli azionisti», ha puntualizzato il numero uno di Intesa, ricordando la presenza di investitori internazionali nel capitale. Un richiamo che pesa nel momento in cui torna a circolare l’ipotesi di chiedere al settore bancario un ulteriore contributo alla manovra.

Messina indica un’alternativa alle tasse

Il passaggio più significativo dell’intervento è proprio la disponibilità di Intesa a individuare soluzioni alternative al prelievo fiscale. Dopo l’intesa raggiunta con il governo lo scorso anno, Messina ritiene «indispensabile ragionare anche su delle modalità per cui le banche possono essere utilizzate maggiormente nella crescita».

La prima strada consiste in «dei Pnrr italiani fatti con la collaborazione delle banche», attraverso finanziamenti destinati a progetti capaci di rafforzare i motori dell’economia, dall’innovazione all’intelligenza artificiale. In questo modo il contributo del credito non si esaurirebbe in un trasferimento di risorse allo Stato, ma si tradurrebbe in investimenti, attività produttiva e nuove opportunità per le imprese.

La seconda proposta riguarda direttamente il debito pubblico e la valorizzazione del patrimonio immobiliare. Messina ha ricordato che lo Stato e le Regioni detengono immobili per un valore stimato fra 500 e 600 miliardi di euro, spesso senza riuscire a garantirne una manutenzione adeguata. La spesa per interessi, del resto, supera quella per l’istruzione e si avvicina a quella sanitaria.

«Collocare sulle famiglie anche 50 miliardi, 100 miliardi in 5-10 anni» sarebbe, secondo Messina, «un modo per dimostrare che si parte con una riduzione del debito». Con una crescita dello 0,5%, ha osservato, servirebbero cinquant’anni per ottenere risultati significativi. Da qui la disponibilità concreta di Intesa: «È certamente disponibile».

È un’apertura che merita attenzione. Invece di discutere soltanto di quanto chiedere alle banche, il confronto potrebbe concentrarsi su come coinvolgerle nel finanziamento degli investimenti e nella gestione del patrimonio pubblico, creando le condizioni per una riduzione strutturale del debito. Un modello di collaborazione che potrebbe essere esteso all’intero sistema bancario, purché siano definiti progetti sostenibili, regole certe e ritorni economici adeguati.

Patuelli: il debito pesa su tutta l’economia

Sulla stessa linea, pur con accenti diversi, si è mosso Antonio Patuelli. Il presidente dell’Abi ha ricordato che il peso del debito pubblico non grava soltanto sui conti dello Stato, ma sull’intero sistema produttivo. «I nostri conti, che sarebbero positivi, hanno questa palla al piede formidabile», ha dichiarato, indicando negli interessi passivi uno dei principali ostacoli alla solidità finanziaria del Paese.

Per Patuelli, il problema non si esaurisce nel rapporto fra debito e Pil: conta anche la sua dimensione assoluta. «Questa palla al piede è su tutta l’economia produttiva, su tutti i dipendenti, su tutti gli imprenditori, su tutti i neonati, indistintamente». È un ragionamento che investe anche il rapporto fra banche, clienti e fisco. «Se noi abbiamo dei clienti in difficoltà, che pagano molte tasse, chiaramente non è che siamo lieti. Se abbiamo molte tasse da pagare perché c’è molto debito pubblico, non siamo lieti noi, cioè gli azionisti che danno vita alla banca».

Il messaggio è chiaro: un sistema bancario solido è una condizione necessaria per finanziare famiglie e imprese. E la solidità non può essere data per scontata, perché gli istituti operano entro vincoli patrimoniali e normativi stringenti. «Noi ci muoviamo non in un campo aperto, ma in binari rigidi», ha spiegato Patuelli, richiamando il diritto italiano, le regole europee e i requisiti di capitale.

Meno prelievi e più crescita: la strada da percorrere

Il confronto suggerisce una questione più ampia della singola misura da inserire nella manovra. Se il sistema bancario è uno dei principali finanziatori dello Stato e, nello stesso tempo, il canale attraverso cui passa una parte decisiva del credito all’economia, indebolirne la capacità patrimoniale per reperire entrate immediate rischia di rivelarsi una strategia miope.

Messina non ha proposto un assegno in bianco al governo: ha indicato strumenti concreti, dai finanziamenti per gli investimenti alla valorizzazione degli immobili pubblici. Patuelli, dal canto suo, ha riportato l’attenzione sul costo del debito e sulle conseguenze che produce lungo tutta la filiera economica.

La disponibilità di Intesa può dunque rappresentare una base per un confronto più ampio con gli altri istituti. Non un nuovo contributo imposto per legge, ma un coinvolgimento volontario e strutturato delle banche in progetti capaci di generare crescita e ridurre il debito. La differenza non è soltanto tecnica: significa scegliere se considerare il credito una riserva da cui attingere per coprire le esigenze di bilancio oppure un alleato da mettere nelle condizioni di sostenere lo sviluppo del Paese. Per una manovra che voglia guardare oltre l’emergenza, la seconda strada appare decisamente più promettente.

Enrico Foscarini, 28 ottobre 2026

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